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La carriera
brigatista di Rocco Micaletto si dipana tra due città
ugualmente importanti e centrali per la storia del partito
armato: Genova e Torino, le due roccaforti dell’industria
italiana, due città all’interno delle quali le Brigate rosse
costruiranno le colonne forse più forti e meglio radicate
nel territorio di tutta la loro esperienza rivoluzionaria. E
il merito è anche dell’operaio Micaletto, membro della
colonna torinese delle Br fin dal suo primo costituirsi,
quando nel capoluogo piemontese i brigatisti regolari si
contano ancora nelle dita di una mano, o forse due. La
stessa colonna di Roberto Peci,
Angela Vai,
Nadia Ponti,
Raffaele Fiore,
Piero Pianciarelli e
Lorenzo Betassa (questi
ultimi due, tra le vittime di via Fracchia). La stessa
colonna che, diretta da Micaletto, tra il ’77 e l’80 mette a
ferro e fuoco Torino, aiutata in questo anche dal “mucchio
selvaggio” di Prima Linea. Come dirigente nazionale
dell’organizzazione, però, Micaletto ottiene forse i massimi
successi a Genova dove viene dirottato dall’esecutivo
brigatista all’indomani della conclusione dell’Operazione
Fritz per riorganizzare la colonna nel capoluogo ligure.
Il
professor Enrico Fenzi dice di lui:
Un grande dirigente, perché comunicava una
sicurezza enorme. Aveva la capacità di essere lui
l’organizzazione, di incarnarla, quasi senza bisogno di
parole, come dicono di certi prelati che misteriosamente
sono la Chiesa e basta la loro presenza per sentirsi
piccoli, senza storia. Ed era dunque durissimo. Il modo in
cui viveva e imponeva gli ordini della compartimentazione
era perfetto. La prima fase delle Br genovesi, la loro
imprendibilità è tutta opera sua. Nutriva poi un disprezzo
profondo per il Movimento.
Ricostituita la colonna genovese, Micaletto torna a dirigere
quella torinese nel 1979. È a Torino che verrà arrestato, in
compagnia di Patrizio Peci, quel 18 febbraio del 1980
destinato a cambiare l’intera storia delle Brigate rosse.
GB |