|
La notte
della Repubblica,
titolo dell’inchiesta televisiva con la quale nel 1989
Sergio Zavoli fece luce sulla stagione di piombo appena
conclusasi, rimane a tutt’oggi – a quindici anni di distanza
– uno degli esempi più riusciti di giornalismo d‘inchiesta
capace di utilizzare e valorizzare le potenzialità del mezzo
televisivo senza rimanerne ostaggio; La notte della
repubblica è anche un esempio di indagine storica
rigorosa, dettagliata, esauriente, realizzata valorizzando
al massimo un approccio non mediato alle fonti dirette,
perfettamente il linea con i tempi e le esigenze del mezzo
televisione, mai però a scapito della qualità e della
completezza del prodotto offerto. In poche parole, la prova
lampante che anche la televisione può essere utilizzata come
mezzo di conoscenza e di indagine, a patto che si posseggano
le qualità e la sensibilità per farlo.
Oggi i
contenuti di quella trasmissione continuano fortunatamente a
essere reperibili, e addirittura in due modalità differenti:
prima di tutto c’è il libro, all’interno del quale il
lettore trova le interviste ai protagonisti, le schede
riassuntive, le cronache dei fatti, ovvero tutto ciò che
Zavoli ha raccontato al proprio pubblico trasferito sulla
pagina e messo nero su bianco.
Pur
riconoscendo anche al libro un valore di primo piano per
chiunque voglia accostarsi al fenomeno degli anni di piombo
e dello stragismo in Italia, non possiamo non sottolineare
come gran parte della forza trasmessa dall’inchiesta di
Zavoli consiste nella dimensione visiva e sonora della
trasmissione. Ecco perché consigliamo a chi legge l’acquisto
dei tre cofanetti (di due
videocassette ciascuno, ogni cofanetto costa € 15) con i
quali Rai Trade ed Elleu hanno recuperato e
messo a disposizione di tutti questo vero e proprio
patrimonio della storia della televisione pubblica.
Rivedere
oggi La notte della Repubblica è utile per
comprendere l’attualità del lavoro di Zavoli, dal punto di
vista non solo dei contenuti dell’indagine ma anche
dell’estetica e della grammatica del linguaggio televisivo:
quelle scenografie quasi spettrali, quegli sfondi bui come
la notte attraversata dal Paese, sulla quale si stagliano i
volti dei protagonisti della lotta armata, quei sonori così
minimali sono ancora oggi attualissimi.
È in questo
ambiente che il giornalista (e lo storico) Sergio Zavoli
ripercorre due decenni di storia contemporanea parlando di
stragi di Stato, di neofascismo, di servizi segreti
“deviati”, seguendo la parabola del terrorismo nero da
Piazza Fontana fino alla stazione di Bologna.
La fetta
più grande del racconto è però occupata dalla storia delle
Brigate rosse e dell’eversione di sinistra (molto spazio è
dedicato anche alle formazioni “minori”, Prima Linea in
testa). Come nel caso del terrorismo neofascista, anche per
raccontare la storia del partito armato Zavoli scegli di far
parlare i protagonisti, donne e uomini che nell’ambito di
una eccezionale congiuntura sociale economica e politica
decisero di fare la guerra alle istituzioni con il proposito
di sovvertirle e instaurare così la dittatura del
proletariato.
Davanti a
Zavoli sfilano i vari Mario Moretti, Alberto Franceschini,
Enrico Fenzi, per citare solo i volti più noti; ne viene
fuori un racconto imperdibile, paragonabile a quanto fece
Giorgio Bocca nel suo Noi terroristi, con in più la
forza dirompente delle immagini e dei suoni. Uno dei tre
cofanetti è interamente dedicato al sequestro di Aldo Moro,
racconto di per sé sufficiente per far comprendere la
qualità dell’operazione condotta da Zavoli.
A questa
esperienza, di per sé anch’essa – sotto certi aspetti –
rivoluzionaria, la nostra cara e amata Rai non fece seguire
granché negli anni che seguirono: non sappiamo se per una
precisa scelta editoriale dell’azienda, o se per
l’incapacità degli uomini che ne diressero i palinsesti e le
programmazioni. Non abbiamo le prove, ma la sensazione è che
la risposta giusta sia la seconda, se è vero come è vero che
un recente documentario di Giovanni Minoli sulla morte di
Walter Tobagi, altro prodotto di primissima qualità, è stato
mandato in onda a orari impossibili, in barba a qualsiasi
rispetto per il lavoro di veri professionisti impegnati nel
difficile compito di “fare storia” attraverso il mezzo
televisivo; e in barba anche a qualsiasi rispetto per quella
fetta (consistente) del proprio pubblico che magari si è
rotta le palle dell’andazzo in corso.
La notte
della repubblica
difficilmente cadrà del dimenticatoio Rai, perché ormai
appartiene alla nostra storia televisiva e perché può
rivivere nelle iniziative editoriali a cui abbiamo qui
accennato. Sarebbe bello che la stessa cosa succedesse anche
per il lavoro di tanti altri seri professionisti
dell’informazione, relegati in un angolo ed emarginati sulla
base di considerazioni che nulla hanno a che fare con la
loro professionalità e capacità.
Giuliano Boraso
libri@brigaterosse.org
|