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Ho la
presunzione di credere che ben pochi, tra i giovani
appartenenti alla mia generazione - quelli, per intendersi,
nati a ridosso del rapimento e della morte di Aldo Moro -
abbiano una qualche idea di chi fossero Pietro Cavallero e
la sua "Anonima rapinatori". Eppure, intorno alla metà degli
anni '60 le cronache nazionali non facevano altro che
parlare delle "imprese" criminali del misterioso gruppo di
svaligiatori di banche il quale agiva periodicamente tra
Milano e Torino, seminando il terrore (e talvolta anche la
morte) tra i clienti e gli avventori degli istituti bancari
compresi in questo ricco lembo del territorio italiano.
Ma chi
erano realmente Pietro Cavallero e Sante Notarnicola,
Adriano Rovoletto e Danilo Crepaldi? A questa domanda prova
a rispondere il giornalista Carlo Moriondo, in un testo
edito nel 1967 (a pochi mesi dalla cattura dei componenti
della banda), con prefazione di Carlo Casalegno (il
vicedirettore de "La Stampa" ucciso un decennio più tardi
dalle BR). Non si tratta di uno sforzo editoriale
particolarmente apprezzabile, giacché risponde ad una logica
principalmente cronicistica; tuttavia, quanto meno il libro
di Moriondo ha il merito di rappresentare ad oggi
praticamente la sola testimonianza editoriale delle
iniziative messe a segno dalla Banda Cavallero tra il 1963
ed il 1967.
Vicende
che, a ben vedere, qualcosa a che fare con la lotta armata
di sinistra, ce l'hanno; innanzitutto, Cavallero era stato
nei primissimi anni '60 un militante della FGCI, poi espulso
dal partito per motivi non chiarissimi. In secondo luogo,
Danilo Crepaldi, fornitore delle armi al gruppo di banditi,
era stato venti anni prima un valente partigiano, che aveva
combattuto nei monti della Val d'Aosta distinguendosi per la
sua abilità e per la sua devozione alla causa della libertà
e del progresso. In terzo luogo, Sante Notarnicola, "numero
due" della banda, ha approfondito nei lunghi anni di carcere
la propria coscienza "di classe" mantenendo a lungo lo
"status" di prigioniero politico, nel periodo
dell'esplosione della sovversione comunista. I saluti a
pugno chiuso alla Corte giudicante e gli ammiccamenti ai
gruppi dell'estrema sinistra che andavano formandosi a
partire da quei tardi anni '60, fecero di Notarnicola e di
Cavallero delle icone per l'immaginario collettivo di molti
giovani aspiranti "rivoluzionari".
Certo, i
bottini delle rapine venivano spesso dissipati tra donne,
gioco d'azzardo ed affari andati a rotoli; tuttavia, alcuni
tra i giovani nati e cresciuti nei sobborghi operai del
triangolo industriale o emigrati da un Mezzogiorno sempre
più restio nel fornire ai propri figli l'opportunità di una
vita e di un lavoro "normali", videro nelle azioni criminose
dell'Anonima Rapinatori un'ipotesi di riscatto, una sfida ad
uno Stato che, dopo la fragile illusione della ripresa
economica, chiedeva agli strati più deboli il conto più
salato da pagare - attraverso quella che il PCI chiamerà poi
la "politica dei sacrifici" - per rispondere alla crisi
economica.
Ed é
proprio quel desiderio di riscatto sociale, unito alle
suggestioni di una "nuova Resistenza" (del resto, il mito
della resistenza é concretamente presente nelle rapine
compiute dal gruppo di Cavallero, giacché le armi fornite da
Crepaldi sono quasi tutte residui bellici già appartenuti
alle brigate partigiane) ed al radicalizzarsi della politica
di repressione antioperaia da parte dello Stato
(sostanziatasi nei tentativi di riforma neogollista favoriti
dalle bombe della "strategia della tensione"), a costituire
per alcune delle giovani avanguardie rivoluzionarie
dell'Italia settentrionale dei primissimi anni '70 uno degli
elementi determinanti per la nascita dei primi nuclei armati
comunisti.
Ecco
perché, al di là delle biografie personali, é importante
andare a cercare le ragioni sociali che hanno indotto
giovani come Cavallero ad imbracciare le armi contro le
banche, simbolo di una ricchezza e di una opulenza sempre
più "virtuali" per milioni di lavoratori; perché quel
desiderio di riscatto é lo stesso comune denominatore sul
quale si forgeranno anche le "imprese" delle Brigate Rosse.
Roberto De
Rossi
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