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Noi non
diciamo che le parole destra e sinistra non hanno più senso.
Diciamo
che ce l’hanno ancora e che bisogna toglierglielo.
Roger
Caillois
“Il
’77. Alias l’altra faccia del ’68. Se quello non l’avevamo
fatto (ma non ne eravamo usciti indenni. Ci sarebbe
voluto un decennio per constatarlo. Beata anestesia delle
nostalgie!) stavolta ci saremmo stati. Ma come?
Qualcuno pensò che una realtà in movimento andava ancora di
più movimentata […]. Il fascino dell’insurrezione che
riprendeva quota nell’era degli indiani metropolitani.
Revival di occupazioni, caos, cacciata di Lama
dall’università, una carta da giocare per certe frustrate
ambizioni. E il rischio ennesimo di spaccarci su un problema
che subivamo. C’erano riusciti Valle Giulia e il Vietnam,
sarebbero riusciti poi Sandino e l’Iran”.
Questo
testo collettivo di una delle principali espressioni della
“Nuova Destra” italiana riassume bene tutti gli
atteggiamenti assunti in quell’ambito dinanzi agli eventi
del Settantasette. L’area dell’estrema destra giovanile
troverà anch’essa nel 1977 un anno cruciale: il ’77 sarà
l’anno del primo Campo Hobbit e del coagularsi di quella che
successivamente verrà definita “Nuova Destra” o “Nuova
Cultura”; il ’77 vedrà la nascita della cosiddetta
“Autonomia Nera”; il ’77 sarà l’anno d’inizio dello
spontaneismo armato e della galassia Nuclei Armati
Rivoluzionari.
I Campi
Hobbit ( il primo si tenne a Montesarchio, in provincia di
Benevento, nel 1977. Ne seguiranno altri due nel 1979 e nel
1980, tenuti rispettivamente a Fonte romana e Castel
Camponeschi, località dell’Abruzzo situate in provincia di
L’Aquila) furono le risposte della giovane destra missina,
raccolta nella corrente “rautiana” Linea Futura, alle feste
del “proletariato giovanile” di Licola e Parco Lambro. Una
risposta che aveva le stesse musiche, gli stessi linguaggi,
le stesse angosce esistenziali e lo stesso disincanto delle
speculari manifestazioni di sinistra. Il nome era un omaggio
agli Hobbit, creature fantastiche protagoniste di molte
saghe dello scrittore britannico di origine sudafricana John
Ronald Reuel Tolkien che in quegli anni stava diventando un
autore di culto per l’estrema destra giovanile italiana.
Questo
fenomeno non mancherà di incuriosire una figura come Mario
Tuti, che analizzerà il fenomeno in un articolo apparso nel
1980 su
QUEX
ed intitolato “Tolkien-mania”. Il fascino di Tolkien, del
resto, non rimarrà circoscritto all’estrema destra, come
testimonia Olivier Turquet, portavoce di Godere Operaio, dei
Nuclei Dadaedonisti, del MPFA (Movimento Politico
Fantomatico Assente) e dei NSC (Nuclei Sconvolti
Clandestini), nonché uno dei “capi” degli “Indiani
Metropolitani”, che sceglierà di chiamarsi Gandalf il Viola
in onore al Mago Gandalf, probabilmente uno dei personaggi
più affascinanti del Signore degli Anelli.
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Mario
Tuti |
La cultura emergenziale
prodotta dalla cosiddetta “unità nazionale” aveva piallato
ogni alterità d’azione, tentando di affermare la pura
mediazione come unica logica dell’agire politico. I
sommovimenti sociali, come un uragano, avevano mostrato come
la sinistra non fosse più la sede deputata di tutti i
valori, lasciando dietro di sé un panorama desolante. E così
saranno alcuni settori giovanili della destra radicale a
dimostrare d’aver compreso i significati antropologici e
politici del Settantasette molto più della maggior parte
della sinistra, intuendo per primi come il Settantasette
fosse un movimento, il primo del dopoguerra, nato al di
fuori e contro la sinistra ufficiale e il movimento operaio
ufficiale, divenuti parte e forza di “regime”, impegnati in
una strenua difesa dell’esistente. La destra radicale vide
come il movimento del ’77 fosse il primo a darsi una
strutturazione orizzontale dei soggetti non omologati,
dominata da un incandescenza sociale estranea e contrapposta
all’universo politico del “Palazzo”,
con il suo ceto, il suo linguaggio e la sua nomenklatura.
Il
fallito comizio del segretario della CGIL Luciano Lama del
17 febbraio 1977 farà dire ad Alberto Moravia: “Mi ha fatto
molta impressione lo scontro di Lama e gli studenti
all’università. Si è trattato di un episodio assai chiaro,
quasi emblematico. Da una parte ci sono gli operai che si
muovono in un’area precisa, che quando scendono in lotta
hanno una controparte riconoscibile, i padroni, ed hanno a
disposizione l’arma dello sciopero. Gli operai, in qualche
modo, hanno una precisa traccia prefabbricata della loro
azione. Dall’altra parte invece ci sono gli studenti, il
movimento. Lo studente può sentire come l’operaio un estremo
disagio sociale, ma il suo avversario non è il padrone e i
suoi mezzi di pressione non sono lo sciopero né l’agitazione
organizzata dai partiti di sinistra. Perché? Perché le
rivendicazioni dello studente sono al tempo stesso più vaste
e meno precise di quelle dell’operaio. Perciò quando c’è
violenza, e anche stravaganza (c’è stata anche la
stravaganza degli indiani metropolitani, e la violenza e la
stravaganza in questo caso sono due cose assolutamente
simili), ciò deriva dal fatto che gli studenti non hanno
nessun punto di riferimento preciso, come ce l’hanno gli
operai. La loro rivendicazione è in un certo senso più
anomala e ambiziosa: anomala, in quanto le manifestazioni
non si collegano a nulla di preesistente; ambiziosa, in
quanto siamo già su un terreno direttamente eversivo”.
In: Mario Scialoja, Squadristi, e perché?, in
L’espresso, 20 marzo 1977.
Nel crogiolo dei sommovimenti
era emersa una “rottura antropologica” lontanissima dal
razionalismo di sinistra e per la prima volta era possibile
palesare, per una certa area, la propria critica
esistenziale, disgiunta dai processi sociali e proprio per
questo più forte nello slancio volontaristico, più libera,
radicale ed estrema. Infrangere i dogmi della sinistra: sarà
per questo che il Settantasette verrà percepito da
considerevoli componenti della destra giovanile come una
sorta di ambito di riferimento, un’area da cui partire per
avventurarsi in territori poco frequentati, per esplorare
nuovi percorsi.
In tal senso è molto significativa una testimonianza di
Livio Lai, allora militante di destra e in seguito figura di
primo piano dei NAR poi dissociato dalla lotta armata: “Gli
indiani metropolitani rappresentavano un punto d’unione con
il nostro immaginario, dove la fantasia , la spiritualità,
l’esistenzialismo sembravano abbattere, o quantomeno porre
in discussione, la rigidità assoluta dei miti
marxisti-leninisti. Non si pensava ad un’alleanza politica
(che appariva improponibile), ma si era ammirati per
l’evoluzione della sinistra, si cominciava a sentirla
diversa… Anche se l’assolutizzazione delle nostre idee ci
faceva pensare che fossero loro ad assomigliare a noi.”
Ed è sempre Livio Lai, che assieme al fratello Ciro
combatterà in Libano e sarà protagonista degli ultimi fuochi
dei NAR, ad affermare come a destra determinate tensioni
esistenziali, non trovando sbocco, potessero portare a forme
esasperate di “ascesi bellica”: “C’è stato un tentativo di
esperienza di vita militare, un tentativo di esperienza di
affrontare la guerra, un certo tipo di preparazione, un
certo tipo di mentalità. Questo era frutto di un certo modo
di porsi nei confronti della realtà, una specie di
romanticismo di fondo, una sorta di vita legata a certi miti
della morte, a certi miti di purificazione, attraverso
l’azione, attraverso la guerra.”
A testimoniare ulteriormente quello che appare come un
percorso inusuale, ricordiamo che Lai fu tra i principali
animatori, assieme al milanese Andrea Calvi ed al romano
Gabriele De Francisci, di Movimento, rivista
dell’area “comunitaria” del FUAN, una voce che si poneva “al
di là della politica” e che rappresenterà uno degli
incubatoi per un discorso di oltrepassamento delle barriere
destra/sinistra, non più basato su elucubrazioni di
carattere strategico, ma sulla consapevolezza di una comune
dimensione umana nell’antagonismo al sistema.
Nella seconda metà degli anni
Settanta, nella destra avviene un ricambio generazionale
originato dall’irrompere sulla scena politica di nuove
schiere di militanti, giovani nati alla fine del decennio
degli anni Cinquanta ed all’inizio degli anni Sessanta.
Militanti distanti dalla memoria storica del fascismo,
fortemente insofferenti del nostalgismo retorico, privi
anche di ogni forma di emulazione e considerazione nei
confronti dei gruppi storici dell’estremismo della destra
extraparlamentare, Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale,
scioltisi rispettivamente nel 1973 e nel 1976.
Militanti animati dall’ansia di
scendere in campo, che dei loro coetanei schierati sul
fronte opposto condividevano gli interrogativi, le
tematiche, gli stili comportamentali, la violenza e la furia
antisistemica. Militanti ormai lontani dai moduli stantii e
dagli atteggiamenti presenti nella tradizionale iconografia
e nel consueto immaginario collettivo dell’estrema destra,
distanti da organizzazioni come il Fronte della Gioventù,
“in cui si faceva del teppismo o della politica come nella
DC”,
organizzazioni, tra le altre cose, “normalizzate” da parte
dei vertici del MSI all’insegna del “richiamo all’ordine”.
Le notevoli
difficoltà che il movimento del ’77 creava alle forze di
sinistra, nelle loro componenti sia parlamentari che
rivoluzionarie, erano da loro percepite come un’incrinatura
attraverso cui la destra avrebbe potuto superare
l’isolamento e la ghettizzazione politica a cui era stata
costretta negli anni precedenti. Lo slogan dell’antifascismo
militante era stato “fascisti carogne tornate nelle fogne”:
ora sembrava giunto finalmente il momento di uscirne.
Così
ricorda il clima politico-sociale, caratterizzato da forme
di conflittualità “strisciante e permanente”, Giuseppe
Dimitri, uno dei fondatori di Terza Posizione: “La necessità
di prioritaria era quella di contattare le persone del
nostro stesso ambiente, perché era forte la sensazione di
appartenere ad un ghetto demonizzato dal mondo intero. I
media presentavano continuamente in questo modo i
neofascisti, e venire a sapere che c’era qualcuno come te,
per un processo di identificazione antropologica dava una
enorme soddisfazione perché pensavi di non essere da solo.
Quando però venivi in contatto con altre persone
dell’ambiente c’era curiosità di conoscersi confrontando il
proprio mondo interiore, e poi la voglia di lavorare insieme
politicamente. Per cui la situazione conflittuale e la
volontà di resistere sul piano fisico erano un veicolo, un
pretesto per formulare un progetto politico”.
Giuseppe Dimitri in: Arianna Streccioni, A destra della
destra, Roma, Settimo Sigillo, 2000, pagg. 179-181.
Particolarmente interessanti in
tal senso appaiono le parole di Biagio Cacciola, all’epoca
uno dei dirigenti del FUAN romano: “Alla base della rivolta
del ’77 vi è soprattutto la drammatica certezza della
disoccupazione, della mancanza di sbocchi professionali e vi
è anche il sospetto che il PCI, in nome del compromesso
storico abbia rinunciato a contestare le responsabilità
della classe dirigente democristiana in ordine alla crisi
della gioventù, ciò che pretendeva in passato di fare in
opposizione al centrosinistra”.
Secondo un altro membro del
FUAN romano, Guido Zappavigna, arrestato e poi scarcerato
per reati legati alla lotta armata: “A partire dal ’77,
mentre nelle università cresceva il movimento di sinistra,
ci accorgiamo che quei giovani che ritenevamo nemici
vivevano la nostra stessa rabbia. Provavamo simpatia per gli
indiani metropolitani e cominciavamo tra di noi a parlare di
spazi verdi, di scuole invivibili. Avevamo fatto anche cose
per noi nuovissime, come volantinaggi nei mercati rionali.
La gente ci guardava stupita: ‘Come, i fascisti qui!’,
diceva. Già, perché per loro il fascista stava nei quartieri
ricchi e noi invece cominciavamo a scrivere di carovita, di
lotta agli sfratti, di licenziamenti”.
Per i
giovani di destra la rivolta del ’77 non è una protesta di
carattere materialista bensì un attacco al sistema e al
contempo il rifiuto dell’utopia marxista della liberazione
futura. Infatti, continua Cacciola: “Volevamo il presente e
il personale, volevamo vivere subito e non demandare a
nessuno quello che si poteva avere nell’immediato… Il nostro
discorso era rivolto a tutti coloro che erano incazzati con
la società: i disoccupati, i sottoccupati, i giovani, le
donne, i drogati, i ghettizzati, i diversi”.
Nello stesso periodo, sempre
Biagio Cacciola, presidente del FUAN Caravella, e Luciano
Laffranco, presidente del FUAN nazionale, stilano un
documento dove appaiono delle valutazioni riguardanti la
“nuova contestazione” e che sarà inviato l’8 marzo 1977 ai
gruppi di ateneo, ai quadri dirigenti del partito e alla
direzione nazionale dove si afferma che: “È oggi la rivolta
di quanti, ancora giovanissimi, si sentono emarginati dalla
società, di quanti si rendono conto che l’incapacità dei
governanti di riformare l’università ha reso ancora più
grave una crisi che trova la sua radice profonda nel disagio
economico e nell’inesistenza di una programmazione organica
impegnativa che razionalizzi il collocamento delle energie
nuove, che le indirizzi verso nuovi sbocchi professionali,
che salvaguardi l’occupazione esistente, ma, nel contempo,
crei nuovi sbocchi di lavoro. Compito della destra è quello
di far comprendere a milioni di giovani quanto il sistema
sia logoro, sia incapace di rispondere alle loro esperienze,
che anche il PCI è complice del regime, che da sinistra non
viene un messaggio che possa riscattare la “condizione
umana” delle nuova generazioni.”
Simili
documenti dimostrano come anche le organizzazioni giovanili
parallele al MSI seguano con attenzione e condividano i
motivi ispiratori e le cause profonde della protesta, anche
a costo di allontanarsi dalle posizioni ufficiali del
“partito dell’ordine”. Le forze giovanili della destra non
vogliono lasciarsi sfuggire l’occasione di vivere il
movimento e i suoi fermenti con un ruolo di primo piano.
Ritenevano necessario superare quella sorta di complesso
d’inferiorità derivante dal “’68 occasione mancata”. La
rivolta del ’77 li stimola ad una opposizione più decisa.
Alcuni giorni dopo il fallito comizio all’università di
Lama, appare una scritta sui muri di piazzale Flaminio, a
Roma: “Caradonna 68 Lama 77”.
“Più
avanti, intanto che si cercava di tracciare un tragitto
nuovo, ci piombo addosso il ’77. Noi che eravamo cresciuti
con il complesso del ‘68 occasione mancata’, pensammo – con
sfumature di entusiasmo, di fiducia e di valutazione diverse
– che questa poteva essere la volta buona per cambiare le
regole del gioco. Qualcuno mi perdonerà, o forse no, se
getto ora la maschera di un bluff: la cacciata di lama. Un
paio di ‘nostri’ c’erano davvero, poco conosciuti, e non
furono certo loro a determinare l’episodio: ne
incoraggiarono, tutt’al più un tantino l’esito, erano lì per
‘caso’ e il ‘caso’ volle che una tv locale li filmasse in
primo piano tra gli altri. Ci fu poi chi si incaricò di
montare il ‘caso’ nei termini in cui è passato., si fa per
dire, alla storia. Ai margini dell’evento vi fu un azzeccato
esperimento di ‘provocazione’. Forti della lettura di
McLuhan, o forse solo per un’incosciente intuizione,
innescammo un media-event tracciando una scritta bomboletta
su di un muro a piazzale Flaminio: ‘Caradonna 68-Lama 77’,
senza firmarla.
La
Repubblica
gli dedicò un allarmatissimo articolo in prima pagina.
Mentre il ’77 si esauriva nel folklore e nella macrobiotica
(che non è però comunque del tutto disprezzabile), si
annunciava il declino dell’era del militantismo integrale,
delle convinzioni incrollabili e degli sbarramenti
pregiudiziali. Noi raccoglievamo le forze per predisporci a
navigare le calme acque del riflusso che, di lì a poco,
avrebbero sommerso tutto. O quasi”.
Umberto Croppi, Dedicato a Martina, in: Maurizio
Cabona – Stenio Solinas ( a cura di ), C’eravamo tanto
a(r)mati, Vibo Valentia, Edizioni Sette colori, 1984,
pag. 72.
Il
segretario della CGIL il 17 febbraio 1977 aveva tentato di
tenere un comizio all’università La Sapienza di Roma, ma era
stato pesantemente contestato e costretto a rinunciare al
discorso. Dai giovani di destra, Lama viene equiparato a
quel Giulio Caradonna che il 16 marzo 1968 aveva cercato,
assieme al futuro segretario missino Giorgio Almirante e ad
altri esponenti missini come Massimo Anderson e Pietro
Cerullo, di “liberare” l’università occupata dagli studenti
guidando un manipolo di mazzieri. Cominciava l’era della
sperimentazione di nuove forme di militanza, azione e
incisione politica. Comincia una necessaria quanto
spregiudicata analisi del passato e di suoi protagonisti.
Il MSI
dell’allora segretario Arturo Michelini era ferocemente
ostile alla contestazione del 1968. Ecco come si esprimeva
Il
Secolo d’Italia, organo ufficiale del MSI, in un articolo
del 25 febbraio 1968 intitolato ‘una carnevalata che è
durata anche troppo’: “La situazione dell’università è ormai
giunta al limite del tollerabile. La teppaglia di sinistra
si è servita di alcuni motivi (forse giustificabili) di
scontento per provocare l’occupazione delle sedi
universitarie. E la protesta espressa attraverso
l’occupazione ha ben presto mostrato il suo vero volto: aule
lordate, suppellettili sfasciate, sporcizia dappertutto.
Alle finestre dei locali occupati o dietro i cancelli le
espressioni ebeti di straccioni ed invertiti colmi di
capelli, di lerciume e di pidocchi”.
Gli
eventi del 16 marzo 1968 vengono così narrati da un
testimone che si trovava nella facoltà di Lettere oggetto
dell’assalto missino, assieme agli studenti di sinistra: Ugo
Gaudenzi Asinelli, all’epoca esponente di Primula
Goliardica, organizzazione universitaria vicina alle
posizioni di Alleanza per la Nuova repubblica, la formazione
politica creata dall’ex leader repubblicano Randolfo
Pacciardi: “Guidati da Anderson, Almirante e Caradonna, i
missini
doc
che portavano bandiere tricolori legate a bastoni molto
lunghi ci attaccarono al grido di ‘Italia Italia’. Per
difendere gli studenti medi, noi di Primula, alcuni
marxisti-leninisti e diversi anarchici costituimmo la prima
fila che assorbì l’urto degli assalitori, ai quali si erano
aggiunti anche quelli che avevano occupato Legge. Gli unici
che restarono ‘neutrali’ furono quelli di Avanguardia
Nazionale. Successivamente ci riorganizzammo e li
respingemmo fino a Legge, dove trovarono rifugio”.
Testimonianza presente in: Nicola Rao,
Neofascisti!, Roma, Settimo Sigillo, 1999,
pagg. 123-124. Ora in: Nicola Rao, La fiamma e la
celtica, Milano, Sperling & Kupfer, 2006.
Sempre
Gaudenzi Asinelli, che sarà in seguito tra i fondatori della
formazione “nazimaoista” Organizzazione Lotta di Popolo,
corrispondente dell’ANSA a Beirut e direttore dell’organo
ufficiale del PSDI
L’Umanità, descrive così il clima del “68
a destra”. “Tra il ’66 e il ’68 fiorì una miriade di gruppi
e gruppuscoli politici i cui componenti potevano andare da
un minimo di cinque ad un massimo di un centinaio di
militanti. Tutti su posizioni eretiche rispetto ai partiti
tradizionali ed al panorama politico molto grigio in cui
vivevamo. Tutti insomma cercavamo nuove collocazioni e
soprattutto delle alternative esistenziali a quegli anni
estremamente piatti. […] Si trattava di gruppi che dicevano
cose assolutamente ignorate dalla politica ufficiale. Cose
sia di destra che di sinistra. Cose che alcuni di noi
ritennero di ravvisare nelle tesi di Pacciardi. Per quanto
mi riguarda univo Nietzsche a Kerouac, Allen Ginsberg – con
il quale una volta fummo fermati dalla polizia sulle
scalinate di Trinità de’ Monti con dell’hashish – e i
Vietcong, gli irlandesi e le Pantere Nere, Malcom X e
Castro, Mao e il Che, che dopo la sua morte nell’ottobre del
1967 divenne immediatamente il nostro simbolo. Insomma un
coacervo di situazioni e di miti che però avevano tutti un
minimo comun denominatore: la lotta contro gli imperialismi
di qualsiasi colore, la lotta al fianco di tutti i movimenti
di liberazione nazionale. Eravamo invece in polemica con gli
‘hippies’ e i ‘figli dei fiori’ a causa del loro pacifismo”.
In:
Nicola
Rao, Neofascisti!, Roma, Settimo Sigillo, 1999,
118 – 119.
Autonomia
Nera e cupio dissolvi…
Secondo Adriano Cerquetti,
avvocato difensore di numerosi imputati della lotta armata
“in nero”: “Dire perché i giovani a destra si sono ritrovati
su strade ribellistiche sul finire degli anni Settanta non è
facile. Perché le cause furono molteplici e non tutte
riconducibili ad un’ unica matrice. Non a caso il fenomeno
comincia ad assumere rilevanza e storicità proprio nella
seconda metà degli anni ’70, allorché la stessa destra
politica e parlamentare è scossa da contraddizioni e
lacerazioni circa la strada da imboccare per una linea che
non fosse né velleitaria né subalterna. Non pochi furono i
giovani che si sentirono “abbandonati” e cercarono autonome
vie per affermare i loro valori”.
Marcello De Angelis, ex
dirigente di Terza Posizione, così vede l’opzione “armata”:
“Chi ci arrivava a destra, lo faceva per una sorta di scelta
esistenziale. O perché preso da un sentimento nichilista,
distruttivo e autodistruttivo, o da una spinta antipolitica”.
Si arriverà a formulare e
palesare forme di radicale rifiuto verso tutte le ideologie,
per privilegiare il momento della pratica dell’azione. Gli
atteggiamenti caratterizzati da forme di sfiducia nei
confronti delle “organizzazioni”, delle loro strutturazioni
gerarchiche e del loro verticismo condurranno verso svariate
forme di aggregazione di tipo spontaneistico e verso la
marcata proposizione di un discorso politico di “area”.
Saranno diversi i modi di percepire e sviluppare l’azione
politica, diversi saranno gli strumenti e i metodi ritenuti
validi per sviluppare efficaci politiche di aggregazione.
Paolo Signorelli, uno dei
principali leaders della destra radicale di quegli anni,
afferma: “[…] Si parla di area ma si realizzano strutture di
movimento: si tende all’azione, ma questa degenera ben
presto da lotta politica in pratica armata spesso fine a se
stessa. “Costruiamo l’azione”, Terza Posizione, i NAR,
costituiscono diversi modo di esprimersi di un’ esigenza
generazionale di lotta e di ribellioni nei confronti del
sistema di dominio. Ma, mentre “Costruiamo l’Azione” e Terza
Posizione (sia pur su basi strutturali e programmatiche
diverse ed in manifesto antagonismo tra loro) formuleranno
un discorso politico avente come referente il popolo la cui
cultura viene contrapposta ai “dogmi” di mercato” del
sistema, i NAR si esprimeranno come “spontaneismo armato”
inteso come scelta di lotta non iscrivibile in un progetto
politico, ma anzi procedente dal rifiuto della politica e
dalla volontà di porsi come alternativa esistenziale al
sistema. La “vendetta”, l’uccisione dell’avversario
politico, del servitore dello “Stato”, del delatore
rappresentano il soddisfacimento violento di un senso
istintuale di giustizia, quasi una sorta di compiacimento
estetizzante e nichilista per la disperazione”.
Il MSI viene sommariamente
liquidato, visto oramai servilmente integrato nel sistema,
fautore in tutto e per tutto di una falsa opposizione,
condotto da capi corrotti che abitualmente utilizzano la
pratica della delazione nei confronti dei veri
rivoluzionari; infatti, QUEX, il bollettino
ciclostilato dei “Detenuti politici nazional-rivoluzionari”,
afferma che: “Certo fascismo di maniera, truce, patriottardo
e conservatore, è in fondo il cemento che tiene unito
l’attuale sistema dell’arco costituzionale. Si è già
ventilata l’idea di far ricoprire ai camerati il ruolo di
guardie bianche del sistema in funzione anti-Brigate Rosse
o, peggio ancora, di coinvolgerli in qualche nuovo squallido
tentativo golpista. Se dovessimo portare avanti un’opera di
infiltrazione è più logico cercare di infiltrarsi nelle BR,
le loro idee non sono certo più lontane dalle nostre di
quelle di certi squallidi individui che si dicono di destra,
ed avremo almeno il vantaggio di avere a disposizione
un’organizzazione e dei militari eccezionali, il che certo
non si può dire per il MSI, i suoi transfughi e i suoi
fiancheggiatori”.
Sempre QUEX tratteggia
esaustivamente la situazione e il “sentire” delle giovani
generazioni militanti della destra radicale: “Almirante e i
suoi accoliti vengono al vostro funerale, al capezzale del
vostro letto d’ospedale, perché hanno bisogno di martiri da
pubblicizzare al fine di alimentare l’immagine del “partito
vittima”, ma vi vendono per trenta denari ogni volta che il
sistema esige un paio di teste calde”.
Il giudizio
pesantemente negativo riguarda anche i capi della “destra di
battaglia”: il loro “gollismo” ha portato a un umiliante
subordinazione del movimento a progetti che perseguivano, in
realtà, il rafforzamento del regime democratico; le forze
interne al “Palazzo” riescono sempre a strumentalizzare i
rivoluzionari ingenui. Le fornicazioni ambigue dei leaders
storici, che intrallazzavano intrattenendo rapporti oscuri
con i vari settori degli apparati, producono gravi traumi
sulle giovani generazioni e portano ad atteggiamenti di
profondissima sfiducia nei confronti di ambienti che, con il
loro gerarchismo, avevano condotto ad una
strumentalizzazione dei militanti. Tutto ciò porta ad un
radicale e profondo rifiuto dell’ideologia, di tutte
le ideologie, considerate come subdoli strumenti di
repressione e controllo delle masse, sorta di sovrastrutture
utili e necessarie unicamente al sostentamento e
mantenimento del sistema di potere e di dominio, causa di
deformazione, inquinamento e distruzione dei caratteri
identitari di popolo e civiltà.
Contro le ideologie, lo
strumento principe di elaborazione e pratica politica è
l’azione. Questo è quanto traspare sin dalla prima
pagina del numero zero del periodico, non a caso intitolato
“Costruiamo l’Azione”, del 5 dicembre 1977 e pubblicato a
Roma, e questo è quanto si legge in Posizione teorica per
un’azione legionaria: “Il fil rouge della nostra storia
[…] passa al di fuori delle ideologie. I nostri movimenti si
sono sviluppati secondo la logica opposta a quella “teoria –
prassi”. Le ideologie, le costruzioni schematiche […] sono
qualcosa di estraneo alla nostra natura […]. E invece
l’azione in se stessa che accomuna uomini diversi per
estrazione sociale e quindi per interessi materiali e spesso
culturali”.
L’azione “esemplare” è dettata
da bisogni esistenziali, nel rifiuto di ogni considerazione
di carattere politico o meramente utilitaristico; su QUEX,
infatti si afferma. “Non è verso il potere che noi tendiamo,
né necessariamente, verso la creazione di un ordine nuovo
[…]. E’ la lotta che ci interessa, è l’azione in sé, il
battersi quotidiano per l’affermazione della propria natura”.
Sull’ultimo numero di QUEX,
Mario Tuti
precisa: “Sulle pagine di QUEX, come pure su altre
pubblicazioni e bollettini, si è spesso parlato della
necessità di “agire” per far trionfare la nostra concezione
del mondo e realizzare noi stessi. Quasi tutti sono
d’accordo su questo punto, ma i distinguo e le controversie
sorgono appunto quando si tratta di definire il nostro
concetto di “azione”, che alcuni vorrebbero restringere alla
sola lotta armata, mentre altri lo ampliano fino al concetto
tradizionale dell’agire senza agire […]. Non è questo il
posto per dilungarci in dotte dissertazioni sul significato
etimologico della parola “azione”, né delle sue
interpretazioni alla luce degli insegnamenti della
Tradizione e in vista dell’impostazione e della condotta
della lotta rivoluzionaria. Noi qui vogliamo solo dare
alcune semplici precisazioni che possono, riteniamo, essere
utili a chiarire la questione e a guidare i giovani camerati
che si riconoscono nelle posizioni di QUEX affinché
non siano tratti in inganno da errate interpretazioni,
sprecando così le loro forze in gesti senza scopo o, peggio,
si abbandonino all’inerzia e al disimpegno per un malinteso
agire soltanto interiore.
e
non dimentichiamo che ancora troppi individui indegni
approfittano proprio di queste confusioni per portare avanti
le loro trame o per giustificare
la loro viltà.
Date le innumerevoli situazioni oggettive in cui può venire
a trovarsi il militante, come pure le varie attitudini e
capacità personali, non possiamo certo indicare qui una
serie di azioni esemplari; indicheremo invece le
caratteristiche qualificanti di quello che per noi deve
intendersi come azione.
“L’azione”,
nel senso più elevato del termine, è l’impegno concreto e
totale del militante per affermare se stesso e le proprie
idee contro tutte le difficoltà e gli ostacoli opposti
dall’attuale società e dalla doppia natura umana, soggetti
inevitabilmente a debolezze e limitazioni. E siccome per
vincere questi ostacoli oggettivi e soggettivi è richiesto
al militante spirito di sacrificio e disponibilità ad
affrontare serenamente i pericoli e i disagi della lotta, il
primo degli attributi dell’ “azione” deve essere la sua
pericolosità, ricordando che proprio nel pericolo e col
sacrificio l’uomo tempra se stesso e si cementano i gruppi.
Naturalmente, il pericolo non è solo quello fisico di chi
mette in gioco la propria vita, ma anche quello di chi,
perseguitato dal regime, si espone ad essere colpito non
solo dai servi del sistema ma anche da certi pseudo-camerati.
L’ “azione”
poi deve essere disinteressata e impersonale, non deve
quindi essere originata da impulsi passionali o da a
ambizioni personali, ma al contrario compiuta sentendo di
adempiere ad un dovere e con l’intima consapevolezza di
stare vivendo secondo quelli che sono gli aspetti superiori
della propria natura. Quindi questo distacco da tutto quello
che da un lato è l’immaturo velleitarismo e dall’altro il
desiderio di apparire e di mettersi un mostra di molti deve
caratterizzare su un piano più alto l’ “azione” intesa in
senso rivoluzionario.
Infine
l’“azione” deve anche essere completa e adeguata, nel senso
che deve essere rispondente allo scopo per cui viene
intrapresa e non, come tanto spesso succede, fatta tanto per
fare qualcosa […]. Naturalmente non è che l’azione debba per
forza essere destinata al successo e portare sicuramente
alla vittoria, anzi può essere molto valido il gesto
esemplare destinato al fallimento sul piano materiale, ma
anche in questo caso il militante deve rendersi conto
lucidamente della situazione ed essere consapevole dei
rischi e dei possibili risultati dei propri gesti. Non
vogliamo insomma che i militanti si gettino allo sbaraglio o
che, al contrario, si illudano con piccole iniziative,
magari limitate al solo campo culturale, di portare avanti
la lotta rivoluzionaria.
Concludendo, si può dire che l’
“azione”, perché possa diventare momento qualificante, deve
essere, nell’ordine, “pericolosa, distaccata, adeguata” e
facendo attenzione si vedrà che questi attributi possono
essere posseduti da svariatissimi tipi di impegno militante,
e quindi ognuno può individuare la maniera migliore per
impiegare le proprie forze e, nel contempo, potrà verificare
la rispondenza a quello che è il vero spirito dell’agire
rivoluzionario proprio e altrui”.
L’azione, dunque, secondo
questa prospettiva, deve essere fine a se stessa, deve
trovare la propria giustificazione solamente in se stessa,
con il generare regole che si riferiscono a valori
superiori, e che danno significato magico e sacrale.
Annullati valori quali Nazione, Razza, Stato, generatori
unicamente di tragici fallimenti, resta, in questa visione,
unicamente la lotta politica come dovere e missione
esistenziale: “Nulla più della battaglia giusta si addice
allo Kshatriya”.
Ognuno lotta per se stesso, per
la propria qualificazione e per il proprio innalzamento
esistenziale. Tutto ciò funge da collegamento alla scelta
strategica: “spingere gli elementi di disgregazione del
sistema fino alle loro estreme conseguenze”.
Nulla di questo sistema merita di essere salvato.
Queste
enunciazioni concettuali di matrice metapolitica vengono
calate nella realtà contemporanea. Viene denunciata come
oramai raggiunta la saldatura del sistema capitalista con
quello comunista, ambedue espressione di “abietto”
economicismo, che ha portato ad un blocco compatto,
incolore, amorfo, in cui viene collocato un movimento
operaio che ha perso oramai ogni pulsione rivoluzionaria,
intontito e anestetizzato dal consumismo, fondamentale
strumento i dominio, annullamento e manipolazione
democratica.
Espressione politica di questo
connubio è, in Italia, il cosiddetto “compromesso storico”
ovvero l’alleanza tra Democrazia Cristiana e Partito
Comunista, che viene visto come manifestazione, a livello
locale, del sistema dell’imperialismo globale di USA e URSS,
che domina implacabile a livello planetario, pronto a
stritolare sul nascere ogni forma di dissidenza. Questo era
riassunto incisivamente nello slogan: “Contro il sistema
multinazionale, rivoluzione popolare”.
Sul piano metapolitico si
verifica la riproposizione e ridefinizione di ideali di
ascendenza pagana e guerriera rappresentati dalla figura del
“soldato politico”, la cui ultima incarnazione è
rappresentata dal “latitante operativo”.
Nel pensiero di Pierluigi Concutelli, comandante militare
del Movimento Politico Ordine Nuovo e dei GAO (Gruppi
d’Azione Ordinovista), uno dei pochi esponenti della
generazione precedente, assieme a Mario Tuti, che esercitava
ancora un notevole carisma sulla nuova generazione, “il
soldato politico è l’estrema conclusione cui può giungere il
concetto di guerra totale ed è perciò il vettore più adatto
di questa forma di ostilità […]. Il soldato politico
identifica i motivi con la lotta e addirittura con se
stesso…”.
Sul piano effettuale la
decisione è quella di solidarizzare e sostenere chiunque si
proponga di combattere e abbattere il sistema di potere
dominante secondo una linea già abbozzata da Franco Giorgio
Freda in La
Disintegrazione del Sistema,
linea che implica solidarietà, sul piano internazionale, nei
confronti di tutti i movimenti di liberazione
antimperialista, dai Montoneros argentini agli irlandesi
dell’IRA, dai baschi dell’ETA ai feddayn palestinesi, dai
nativi americani alla rivoluzione Sandinista nicaraguese.
 |
| 1969 -
Copertina della prima edizione del libro di F. Giorgio
Freda |
In ambito
nazionale, l’interlocutore privilegiato, intorno al 1977, è
l’area della Autonomia Operaia Organizzata. Questo è quanto
dichiarato nei Fogli d’Ordine: “Il progetto dell’area
dell’Autonomia Operaia è ricomporre nella pratica di lotta
la divisione tra coscienza rivendicativa (sindacato) e
coscienza politica (partito). Progetto già proprio del
sindacalismo rivoluzionario (Sorel, Corridoni). Si vuole
cioè fare uscire le masse operaie dal ghetto economicista e
far loro ritirare la delega ai gramsciani intellettuali
organici (PCI), che per diritto divino gestiscono la
politica in loro nome. Ipotesi degna della massima
attenzione ma destinata a sicuro insuccesso per il controllo
pressoché totale che triplice sindacale e PCI hanno
dell’ambiente operaio incatenato alla formula “Pane e
lavoro”. Ipotesi altrettanto irrealistica è volere sanare la
contraddizione tra occupati e disoccupati con la parola
d’ordine “salario garantito per tutti”.
si deve d’altra parte riconoscere negli autonomi una
potenziale forza antisistema.
Concetti come appropriazione,
riprendiamoci la vita, rifiuto del lavoro, distruzione della
scuola, cavalcare la crisi, uscire dalla crisi con la crisi,
propiziare la disoccupazione di massa, illegalità
dell’ordine democratico repubblicano, rifiuto dell’eldorado
consumistico, raggiungono un livello che è limitato soltanto
dalla mancanza di consapevolezza del loro vero senso da
parte di che li enuncia. Limiti intrinseci alla matrice
marxiana cui si rifanno, che riduce inevitabilmente la
critica agli effetti della rivoluzione industriale, senza la
capacità di individuare e distruggere le cause che hanno
messo in moto la macchina infernale… E’ opportuno seguire
con attenzione il fenomeno, evitare lo scontro diretto
(anche se è necessario reagire pesantemente alle
provocazioni, sia per motivi di prestigio, sia perché alla
lunga favorisce il dialogo), partecipare con sigle
differenziate a iniziative comuni (per esempio in favore dei
referendum)”.
Sempre nei Fogli d’Ordine si
afferma che l’area avrebbe dovuto essere organizzata in
“Nuclei rivoluzionari di lotta al sistema […] presenti in
tutte le situazioni in cui si intraveda spazio per
l’attività rivoluzionaria, colpendo il sistema in tutti i
suoi gangli, nascondendo la propria militanza nel Movimento
attraverso la diversificazione di sigle”.
Sergio Calore,
esponente di “Costruiamo l’Azione” in seguito “pentito” così
tratteggerà il percorso di un area trasversalista
intenzionata a superare ogni dicotomia tra Destra e
Sinistra: “Da parte mia esiste un’ adesione alla metodologia
dell’Autonomia Operaia consistente nel fatto che ritengo
necessario, al fine di un concreto cambiamento della
situazione politica esistente, un processo di presa di
coscienza delle masse proletarie e sottoproletarie tendente
a sostanziarsi in un allargamento dell’area di libertà e di
partecipazione alla vita politica e sociale […]. Nella mia
concezione politica ritengo che la forma Stato attuale non
garantisca sufficienti livelli di partecipazione”.
Continua Calore: “Consideravo come possibile referente di
ogni nostra azione, di ogni nostro discorso, tutta quell’
area che opportunamente la scuola sociologica di Francoforte
ha definito come area del Rifiuto […]. Questo tipo di
impostazione portava a considerare omogenee aree
estremamente diversificato nella loro origine. Tra le quali,
la cosiddetta Autonomia Operaia, ma anche tutte le aree
devianti, da quelle della criminalità a quelle del
Manicomio, dell’emarginazione sociale nel territorio, i
cosiddetti sobborghi, le baraccopoli eccetera”.
Infine: “In questa tematica si era venuto a creare un punto
d’incontro teorico, tra chi, come noi proveniva da una
esperienza politica motivata quasi esclusivamente sul piano
esistenziale e chi proveniva da una esperienza propriamente
marxista-leninista ma che la rifiutava nella sua
formulazione ortodossa, il “materialismo dialettico”.
Negli
ambienti estremisti avviene una vera e propria rifondazione
caratterizzata e contraddistinta dal nuovo ribellismo. Dopo
il “nazimaoismo” (scherzosamente definito come il
Trans-Mao-Nazitse-Tung)
e dopo la disillusione verso un “fascismo immenso e rosso”.
Vi è la percezione che fra le nuovissime generazioni, a
destra, sta montando lo scontento e sta crescendo una nuova
volontà e una inedita, rabbiosa, disponibilità a lottare.

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