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"L'operaio dovrebbe sapere che il giornale
borghese (qualunque sia la tinta) è uno strumento di lotta
mosso da idee e da interessi che sono in contrasto con i
suoi. Tutto ciò che è stampa è costantemente influenzato da
un'idea: servire la classe dominante, che si traduce in un
fatto: combattere la classe lavoratrice" (A. Gramsci).
Il processo
di ristrutturazione in atto nel settore della informazione
passa con l'introduzione delle nuove tecnologie di stesura e
stampa dei maggiori mezzi di comunicazione. La parola
d'ordine del capitale è computerizzazione. L'introduzione
delle tecniche e dell'informatica in questo settore, non è
una scelta modernista o di progresso, bensì risponde alle
secolari esigenze del capitale: profitto e controllo. Con la
fotocomposizione entrambi questi risultati sono
raggiungibili; innanzitutto viene spazzata via un'intera
categoria di classe, gli addetti stampa, linotipisti e
tipografi in genere si vedono completamente spiazzati e
vengono sostituiti da altre categorie di classe, i tecnici
dell'informatica, di certo politicamente più consone al
capitale e ai suoi interessi. All'interno delle redazioni
aumenta l'uso delle notizie di agenzia e diminuisce il
numero effettivo dei redattori, via via sostituiti da una
nuova figura, l'estensore: più che altro è un personaggio in
grado di far funzionare le nuove macchine; si diversifica
così dalla tradizionale figura del giornalista e diviene un
interprete tra l'agenzia di stampa e la tecnologia. Il
risultato più evidente è l'abbattimento dei costi di
produzione ed il maggior controllo sociale sui mezzi.
D'altro canto il controllo è determinato fin dall'origine
con il controllo totale delle fonti stesse: le grandi
aziende di stampa internazionali sono saldamente in mano
alle multinazionali (ad es. la Upi è controllata dalla
Chicago e dalla Texas). Un discorso specifico, per la sua
potenza politica ed economica, merita la pubblicità, che
possiamo definire prodotto ed essenza stessa del capitale.
La vita ed il linguaggio stesso dei mezzi di comunicazione
sono determinati dalle tecniche di marketing e quindi dalla
loro specificità di veicoli pubblicitari. Per capire questa
affermazione basta rifarsi alla storia recentissima della
nascita dell'Occhio, ultimo nato in casa Rizzoli. La
necessità di un quotidiano ‘popolare’ in Italia è
determinata dall'esigenza di coprire canali pubblicitari
finora rimasti scoperti; sono i canali di chi non legge i
grandi giornali e di chi ha necessità pubblicitarie
localmente circoscritte. Si tratta di trasferire sulla carta
stampata il pubblico delle Tv locali. Gli specialisti della
Rizzoli varano così una rete di edizioni locali, stampate
localmente. Sinteticamente non è nato un quotidiano ‘popolare’,
ma si è risposto ad una esigenza della pubblicità. Così come
l'Occhio tutti i giornali vivono e muoiono sulla loro
capacità di essere adeguati veicoli pubblicitari. Per quanto
riguarda il controllo delle agenzie di pubblicità basta
ricordare che, ad es., la Mc Cann Erickson, in Italia
controllata dall'Iri, è di proprietà di Rockfeller.
Schematicamente, con quanto sopra detto, il capitale
multinazionale tenta di ristabilire il profitto nel settore
dell'informazione. Abbiamo anche visto la diretta
connessione fra controllo delle fonti, pubblicità, controllo
dei mezzi da parte dei gruppi multinazionali; questo ci dà
gli strumenti per valutare quali interessi possano difendere
i mezzi di comunicazione e che cosa significhi libertà di
stampa, oggi.
La libertà
di stampa, storicamente, è stata contemporaneamente base di
partenza e mezzo di controllo di quella rivoluzione
informativa che la borghesia ha scatenato fin dal '500,
abbinando il torchio di Gutenberg alla Bibbia di Lutero e
Calvino. La libertà di stampa è diventata allo stesso tempo
un obiettivo e lo strumento principale della lotta
ideologica contro il dominio dell'aristocrazia e della
Chiesa; allora come oggi la libertà di stampa e di
informazione è strettamente collegata alla struttura
fondamentale della società capitalistica, il mercato. Il suo
contenuto è esso stesso definito economicamente: è libertà
di produrre e commerciare informazione alla stregua di
qualsiasi altra merce. La libera circolazione delle
informazioni e delle idee non è che un aspetto della libera
circolazione delle merci in generale. Per questo la libertà
di mercato e l'informazione stessa è ridotta a merce. Solo
in casi particolari la borghesia ha dovuto ricorrere alla
censura diretta; in generale la mano invisibile
dell'economia fa meglio il lavoro di un esercito di sbirri e
censori. Anche gli avversari della società borghese possono
godere della libertà di stampa; ma questo accesso se vuole
diventare permanente e non sporadico richiede il possesso di
capitali. Chiunque, in definitiva, può accedere alla libertà
della borghesia a patto che divenga in qualche misura
borghese egli stesso. Oggi come sempre il capitale sfrutta
questo potere sui mezzi di informazione.
Con
l'incalzare dell'offensiva rivoluzionaria questi rapporti di
compravendita si appiattiscono e si definiscono chiaramente.
La necessità capitalistica di contare su apparati di
diffusione decisamente schierati in funzione
controrivoluzionaria è alla base dell'evoluzione politica
dei rapporti stampa ed apparati dello Stato. valga per tutti
l'emendamento ‘Rizzoli' alla legge di riforma
dell'informazione, grazie alla quale i giornali diventeranno
una volta per tutte corpi separati dallo Stato e da esso
pagati. D'altro canto i nostri giornalisti non si vergognano
certo di questo scoperto prostituirsi: fin dalla conclusione
della "campagna di primavera" nel loro famoso congresso
pescarese hanno esplicitamente definito il ruolo loro e
della stampa in generale: creare consenso intorno alle
iniziative dello Stato e delle corporazioni che lo
sostengono. Ogni giorno che passa questa finzione politica
si fa più evidente e si concentra sulle lotte più avanzate
della classe e del proletariato metropolitano. La tendenza
principale è la normalizzazione dell'antagonismo di classe e
l'annientamento delle avanguardie combattenti. Lo
verifichiamo con la scomparsa totale della voce proletaria
dai mezzi di comunicazione, sostituita da quella dei bonzi
sindacali e ‘pompieri' vari; con la criminalizzazione di
qualunque iniziativa esca dai putridi schemi della legalità
borghese, raggiungendo il suo punto più basso e schifoso con
i plauso generalizzato alla fucilazione dei comunisti
combattenti. Spesso le condanne a morte vengono decise nelle
redazioni dei giornali, laddove si fabbrica il mostro, il
mito del male assoluto, incarnato dalie avanguardie di
classe, allo scopo di preparare il terreno agii efferati
omicidi delle bande armate di Dalla Chiesa.
I
proletari non stanno certo a guardare e sanno mettere queste
sporche figure di fronte alle responsabilità che si sono
coscientemente assunte in questa congiuntura della guerra di
classe, schierandosi col capitale. La ristrutturazione del
settore informazione che, pur schematicamente, abbiamo
definito nei suoi aspetti economici e politici, si sviluppa
grazie all'operato di ben precise categorie di personale
economico e politico. La metodologia comunista ci impone di
ben individuare le funzioni e l'importanza strategica di
questi figuri, così da indirizzare correttamente l'attacco e
disarticolare l'apparato nemico. li vero potere nel settore
lo detengono coloro che sono preposti alle decisioni
strategiche; in sostanza chi effettivamente determina il
flusso (lei capitale: editori e banchieri e chi siede
effettivamente nei posti di comando e nei consigli di
amministrazione. Spesso i padroni dei giornali e dei mezzi
di comunicazione in generale non sono editori veri e propri,
ma gruppi industriali multinazionali. Questo perché è una
necessità di questi gruppi offrire una propria immagine
antiproletaria: valgano per tutti gli esempi della
Montedison, dei vari petrolieri e dei giornali che essi
controllano. Nella struttura di questi gruppi vengono quindi
costituiti degli appositi uffici preposti al controllo ed
alla conduzione delle testate possedute e più in generale ai
rapporti con la stampa. Sono gli uffici stampa e pubbliche
relazioni, che non vanno sottovalutati a livello di meri
portavoce, bensì hanno una grande importanza; all'interno di
questi uffici siedono figure di alto livello nella gerarchia
del capitale. Recentemente si è formata una schiera di
personaggi a cavallo tra i livelli delle decisioni
strategiche e gli addetti alla conduzione quotidiana; questa
fascia intermedia è formata dai manager dell'informazione:
sono individui spesso slegati da una funzione precisa, che
vengono utilizzati laddove se ne presenti la necessità, in
qualità di esperti della ristrutturazione. Valgono per
esempio le storie professionali di Sechi ed Ottone. Costoro
dopo aver fedelmente servito i loro padroni per anni di
giornali che dirigevano, sono stati dapprima messi in
cariche che altro non erano che aree di parcheggio,
dopodiché sono stati utilizzati con funzioni dirigenziali in
alcuni specifici episodi di ristrutturazione (Europeo e Rete
Tv locali). Sono quindi figure politiche di rilievo
nell'intricata geografia degli apparati di fiancheggiamento
dello Stato.
Ma chi fa
effettivamente funzionare, quotidianamente, la macchina
dell'informazione è la corporazione dei giornalisti. Essa
stessa estremamente stratificata secondo gerarchie di
affidabilità stabilite dal padrone, nel suo complesso si
configura come vero e proprio corpo sociale, retroterra
delle truppe scelte sopra descritte. All'interno della
corporazione vige la legge della giungla: per far carriera i
nostri baldi pennivendoli devono dimostrare fedeltà al
direttore della testata e alla proprietà. Questo meccanismo,
meglio conosciuto col termine di ‘leccare il culo al
padrone', è favorito e riprodotto dagli stessi meccanismi
sindacali e di rappresentanza (contratto individuale ecc.)
La corporazione può essere raffigurata come una piramide. Al
vertice stanno i direttori di testata e le ‘grandi firme’:
costoro sono le cinghie di trasmissione tra volontà generale
del capitale e conduzione delle battaglie politico‑militari
delle pagine stesse dei giornali. Sono i garanti della linea
politica del giornale e soprattutto i controllori della
stessa. In ultima analisi sono loro i veri responsabili di
tutto ciò che viene descritto sui giornali della
borghesia... ma non i soli: nelle redazioni si annidano i
veri vermi striscianti, gli spregevoli fiancheggiatori dello
Stato: i cronisti. Queste figure si riparano all'ombra dei
colleghi più famosi di cui pensano di non condividere le
responsabilità Politico‑Militari. Responsabilità oggettive e
soggettive che si assumono nel momento in cui decidono di
far carriera sulla pelle dei proletari e delle loro
avanguardie armate. Essi dai sottoscala in cui sono annidati
praticano le vivisezioni dei comunisti, appoggiando le
campagne di annientamento, contribuendo a creare il mostro a
tutti i costi e così via. A questi sporchi figuri
raccomandiamo una sola cosa: non schieratevi nella guerra di
classe contro il proletariato e le sue avanguardie;
altrimenti ve ne assumete in pieno il carico politico e...
militare.
Ci sono poi
le categorie dei giornalisti specializzati in determinati
settori: da quelli della moda e dello sport, per arrivare a
categorie ben più pregnanti dal punto di vista politico:
giornalisti giudiziari e specialisti della controguerriglia
psicologica. Entrambe queste categorie sono perfettamente
schierate sulle posizioni delle bande di annientamento di
Dalla Chiesa, e sono il tramite vero e proprio tra le
strutture di coercizione armata dello Stato, magistratura
compresa, e l'opinione pubblica. La più recente
dimostrazione di questo perverso coito tra sbirri e
pennivendoli ci è stato offerto dal caso Isman; costui sta
passando da martire della democrazia e della libertà di
stampa, quando in realtà non è altro che uno dei componenti
(e ce ne sono parecchi come lui) l'ufficio stampa del
ministero della guerra di classe, che non ha rispettato in
pieno le regole. Tra questi personaggi c'è anche chi non si
accontenta di far da passacarte e mette a disposizione della
controguerriglia le proprie capacità di analisi, allo scopo
di individuare e tentare di normalizzare i settori di classe
antagonisti allo Stato. Per tutti questi c'è un solo modo di
sfuggire alla giustizia proletaria: cambiare mestiere al più
presto.
La delega
data ai militari di governare le città dove la classe
operaia è più forte e in grado di inceppare i meccanismi di
ristrutturazione, ha trovato rapida esecuzione con il
tentativo di legittimare la pena di morte per i comunisti.
Se i militari eseguono le sentenze di morte, l'informazione
ed i giornalisti fanno di tutto per gestire questo
passaggio della guerra ordinato dall'Esecutivo. È in corso
una vera e propria guerra psicologica martellante laddove le
indecisioni e le contraddizioni politiche lasciano il passo
ad un preciso allineamento alla politica di guerra dello
Stato. L'ingiuria, la diffamazione dei comunisti, la
negazione della identità politica dei combattenti, sono
aspetti di questa guerra. Tutto questo fa parte delle
responsabilità che la corporazione si sta assumendo
coscientemente. Le sue rappresentanze sindacali altro non
sono che gestori dei rapporti interni alla borghesia e
biechi commercianti della merce informazione. I suoi
responsabili sono agenti della controguerriglia e come tali
vanno considerati.
Walter
Tobagi, presidente dell'Associazione giornalisti della
Lombardia, riassumeva in sé le figure sopra descritte.
Venuto alla ribalta con la formazione del Celi‑Corsera ai
tempi della nomina di Ottone, ha sviluppato la sua carriera
secondo due direttrici. Nel giornale si è caratterizzato
come ‘efficiente' persecutore della classe operaia. Le sue
conoscenze, le sue indagini, erano sempre svolte allo scopo
di fornire utili strumenti di controllo preventivo e
repressivo sulle esigenze di classe. Alle rozzezze dei suoi
colleghi ha contrapposto un'analisi di classe puntuale
laddove i carabinieri operavano. Due esempi: l'analisi della
composizione della classe operaia Fiat, prima e dopo i
licenziamenti, e durante l'attacco dei CC alla colonna Mara
Cagol; la vivisezione dei quartieri proletari di Milano con
l'indicazione agli sgherri dello Stato dei migliori punti
d'attacco all'antagonismo di classe. Recentemente era
passato a rinsaldare le fila del settore editoriale del
Corriere, ma non per questo aveva abbandonato il suo campo
d'azione rivolgendo costantemente la sua attenzione alla
classe, nel continuo attentare alle forme di potere che essa
si dà. Nel Corriere, entratoci come uomo di Craxi, si è
subito posto come caposcuola di questa tendenza
'intelligente' degli apparati della controguerriglia
psicologica, e su queste capacità ha costruito la sua
carriera. Ma il ruolo senza dubbio più rilevante lo giocava
all'interno del sindacato della corporazione: preso il volo
dal Comitato di redazione Corsera dal '74, si è subito posto
come dirigente capace di ricomporre le grosse contraddizioni
politiche esistenti fra le varie correnti. Questa capacità
gli ha consentito di giungere al posto di comando del
sindacato in uno dei poli più pregnanti dal punto di vita
politico. In qualità di rappresentante dei giornalisti egli
gestiva rapporti con l'intero ceto politico, facendosi anche
carico di promuovere i passi necessari all'attuazione di un
rapporto organico tra i giornali e i corpi antiguerriglia
(magistratura in testa). In questa chiave va letto
l'episodio della incriminazione a seguito della
pubblicazione dei verbali Fioroni. In cambio dello scoop
giornalistico lo Stato lo ha sottoposto ad un ‘finto'
procedimento, che mirava a ristabilire forme di sorveglianza
e di censura preventiva, di cui fanno e faranno sempre le
spese i giornalisti che si prestano più o meno
coscientemente alle manovre che sempre stanno dietro a certe
‘rivelazioni'. Illuminante in questo senso la risposta
politica (sintetizzata dallo stesso Tobagi) che la
corporazione ha saputo produrre ‑ negateci l'informazione
all'origine, la nostra professionalità sarà salva e con essa
la libertà di stampa ‑ ipocrisia che si va affermando come
linea maggioritaria anche a seguito del caso Isman.
Nell'attuale congiuntura della guerra di classe, denominata
fase di transizione (dalla propaganda armata alla guerra
civile dispiegata), i comunisti devono muoversi con grande
cautela: badare agli effetti di propaganda e agli effetti di
reale disarticolazione delle campagne di combattimento. Per
questo bisogna scegliere gli obiettivi più adeguati, ma
anche le forme di lotta più opportune. Questo significa che,
per quanto se ne dica sui giornali dei padroni, i comunisti
non sparano nel mucchio. Se, da un lato, gli strumenti
dell'analisi marxista ci hanno consentito oggi di
individuare ed annientare un personaggio quale Walter Tobagi,
che rivestiva un ruolo dirigente nel processo politico di
ristrutturazione, che ha come fine l'asservimento totale
della stampa alle direttive dello Stato Imperialista delle
Multinazionali (Sim), dall'altro ci è altrettanto chiaro che
questo processo non è lineare né privo di contraddizioni, né
tanto meno concluso. Siamo altresì convinti che esistano ‑
per quanto strano in una corporazione che si è venduta ad
esempio anche in tema di rivendicazioni contrattuali,
mobilità, ecc., su cui la classe operaia è invece attestata
da anni ‑ intellettuali non disposti a ‘farsi Stato’ secondo
le indicazioni del compromesso storico. Ricordiamo loro che
esistono modi di informare non necessariamente forcaioli e
assassini. Se tentennamenti nell'assunzione di
responsabilità da parte di costoro sono comprensibili, dati
gli strumenti che anche nel settore il padronato si dà, non
possiamo far altro che additare loro l'esempio di centinaia
di lavoratori, operai che ogni giorno rischiano, con la
lotta, il posto di lavoro o la galera. Per contro, coloro
che intendessero perseverare sulla strada delle menzogne,
dell'ingiustizia, del livore antiproletario, non tarderanno,
e già cominciano, ad essere posti di fronte alle loro
responsabilità. Stiano certi che d'ora innanzi il movimento
proletario si occuperà di loro, come di certo avverrà per
chi si permette di liquidare, definendoli ‘interrogatori
energici’, le torture inflitte ai comunisti.
Ricordiamo
che ogni giorno il proletariato si interroga sul perché la
verità di tutti i professionisti alla ricerca della verità
finisca sempre per essere stranamente uguale alla verità del
Ministero dell'Interno, di come fiumi di parole scorrano per
ogni morir di un servo del sistema, ma nulla si sappia
ancora dell'esecuzione di quattro comunisti. Suggeriamo di
battere la strada di questi quesiti a coloro che non
intendono trattare la parola democrazia semplicemente come
un paravento. Anche su questo infatti la classe operaia e il
proletariato sanno distinguere; si sa che l'odio
anticomunista, pur comune a tanti pennivendoli, non sempre
si esprime con toni dell'invettiva alla Leo Valiani, anzi,
spesso, si nasconde dietro le etichette di 'democratico e di
sinistra’ usandole per creare confusione nelle masse, per
infiltrarsi dentro di esse. Comunque sapremo stanarlo,
giacché ognuno di noi sa distinguere fra la democrazia che i
padroni vogliono difendere e la giustizia di chi lotta per
il Comunismo. I comunisti giudicano in base a fatti concreti
e sanno fare le dovute mediazioni. E’ per questo, ad
esempio, che Guido Passalacqua ha avuto, non una
‘vaccinazione' (non si illuda affatto) ma un avviso: chi
copia pedissequemente le veline dei CC, chi sostiene senza
dubbi di sorta l'annientamento dei comunisti combattenti,
indipendentemente dalla propria storia politica, dalla
presunta vicinanza alle organizzazioni della classe operaia,
si schiera con lo Stato, contro la classe, contro di noi.
Oggi,
mercoledì 28 maggio, un nucleo della Brigata 28 marzo ha
eliminato il terrorista di Stato Walter Tobagi, presidente
dell'Associazione Lombarda dei giornalisti.
Onore ai
compagni caduti per il comunismo.
Individuare
e colpire i tecnici della controguerriglia psicologica.
Niente
resterà impunito.
Unificare
il movimento rivoluzionario costruendo il Partito Comunista
Combattente. Per il Comunismo.
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