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"Rivendicazione dell'omicidio di Walter Tobagi".

La mattina del 28 Maggio 1980, a Milano, Walter Tobagi, giornalista del Corriere della Sera e presidente dell'Associazione Lombarda dei Giornalisti, viene ucciso nei pressi della sua abitazione. L'attentato viene rivendicato dalla Brigata XXVIII Marzo con un documento intitolato: "Il processo di ristrutturazione in atto nel settore della informazione passa con l'introduzione delle nuove tecnologie di stesura e stampa dei maggiori mezzi di comunicazione".

 

 

"L'operaio dovrebbe sapere che il giornale borghese (qualunque sia la tinta) è uno strumento di lotta mosso da idee e da interessi che sono in contrasto con i suoi. Tutto ciò che è stampa è costantemente influenzato da un'idea: servire la classe dominante, che si traduce in un fatto: combattere la classe lavoratrice" (A. Gramsci).

 

Il processo di ristrutturazione in atto nel settore della informazione passa con l'introduzione delle nuove tecnologie di stesura e stampa dei maggiori mezzi di comunicazione. La parola d'ordine del capitale è computerizzazione. L'introduzione delle tecniche e dell'informatica in questo settore, non è una scelta modernista o di progresso, bensì risponde alle secolari esigenze del capitale: profitto e controllo. Con la fotocomposizione entrambi questi risultati sono raggiungibili; innanzitutto viene spazzata via un'intera categoria di classe, gli addetti stampa, linotipisti e tipografi in genere si vedono completamente spiazzati e vengono sostituiti da altre categorie di classe, i tecnici dell'informatica, di certo politicamente più consone al capitale e ai suoi interessi. All'interno delle redazioni aumenta l'uso delle notizie di agenzia e diminuisce il numero effettivo dei redattori, via via sostituiti da una nuova figura, l'estensore: più che altro è un personaggio in grado di far funzionare le nuove macchine; si diversifica così dalla tradizionale figura del giornalista e diviene un interprete tra l'agenzia di stampa e la tecnologia. Il risultato più evidente è l'abbattimento dei costi di produzione ed il maggior controllo sociale sui mezzi. D'altro canto il controllo è determinato fin dall'origine con il controllo totale delle fonti stesse: le grandi aziende di stampa internazionali sono saldamente in mano alle multinazionali (ad es. la Upi è controllata dalla Chicago e dalla Texas). Un discorso specifico, per la sua potenza politica ed economica, merita la pubblicità, che possiamo definire prodotto ed essenza stessa del capitale. La vita ed il linguaggio stesso dei mezzi di comunicazione sono determinati dalle tecniche di marketing e quindi dalla loro specificità di veicoli pubblicitari. Per capire questa affermazione basta rifarsi alla storia recentissima della nascita dell'Occhio, ultimo nato in casa Rizzoli. La necessità di un quotidiano ‘popolare’ in Italia è determinata dall'esigenza di coprire canali pubblicitari finora rimasti scoperti; sono i canali di chi non legge i grandi giornali e di chi ha necessità pubblicitarie localmente circoscritte. Si tratta di trasferire sulla carta stampata il pubblico delle Tv locali. Gli specialisti della Rizzoli varano così una rete di edizioni locali, stampate localmente. Sinteticamente non è nato un quotidiano ‘popolare’, ma si è risposto ad una esigenza della pubblicità. Così come l'Occhio tutti i giornali vivono e muoiono sulla loro capacità di essere adeguati veicoli pubblicitari. Per quanto riguarda il controllo delle agenzie di pubblicità basta ricordare che, ad es., la Mc Cann Erickson, in Italia controllata dall'Iri, è di proprietà di Rockfeller.

Schematicamente, con quanto sopra detto, il capitale multinazionale tenta di ristabilire il profitto nel settore dell'informazione. Abbiamo anche visto la diretta connessione fra controllo delle fonti, pubblicità, controllo dei mezzi da parte dei gruppi multinazionali; questo ci dà gli strumenti per valutare quali interessi possano difendere i mezzi di comunicazione e che cosa significhi libertà di stampa, oggi.

La libertà di stampa, storicamente, è stata contemporaneamente base di partenza e mezzo di controllo di quella rivoluzione informativa che la borghesia ha scatenato fin dal '500, abbinando il torchio di Gutenberg alla Bibbia di Lutero e Calvino. La libertà di stampa è diventata allo stesso tempo un obiettivo e lo strumento principale della lotta ideologica contro il dominio dell'aristocrazia e della Chiesa; allora come oggi la libertà di stampa e di informazione è strettamente collegata alla struttura fondamentale della società capitalistica, il mercato. Il suo contenuto è esso stesso definito economicamente: è libertà di produrre e commerciare informazione alla stregua di qualsiasi altra merce. La libera circolazione delle informazioni e delle idee non è che un aspetto della libera circolazione delle merci in generale. Per questo la libertà di mercato e l'informazione stessa è ridotta a merce. Solo in casi particolari la borghesia ha dovuto ricorrere alla censura diretta; in generale la mano invisibile dell'economia fa meglio il lavoro di un esercito di sbirri e censori. Anche gli avversari della società borghese possono godere della libertà di stampa; ma questo accesso se vuole diventare permanente e non sporadico richiede il possesso di capitali. Chiunque, in definitiva, può accedere alla libertà della borghesia a patto che divenga in qualche misura borghese egli stesso. Oggi come sempre il capitale sfrutta questo potere sui mezzi di informazione.

Con l'incalzare dell'offensiva rivoluzionaria questi rapporti di compravendita si appiattiscono e si definiscono chiaramente. La necessità capitalistica di contare su apparati di diffusione decisamente schierati in funzione controrivoluzionaria è alla base dell'evoluzione politica dei rapporti stampa ed apparati dello Stato. valga per tutti l'emendamento ‘Rizzoli' alla legge di riforma dell'informazione, grazie alla quale i giornali diventeranno una volta per tutte corpi separati dallo Stato e da esso pagati. D'altro canto i nostri giornalisti non si vergognano certo di questo scoperto prostituirsi: fin dalla conclusione della "campagna di primavera" nel loro famoso congresso pescarese hanno esplicitamente definito il ruolo loro e della stampa in generale: creare consenso intorno alle iniziative dello Stato e delle corporazioni che lo sostengono. Ogni giorno che passa questa finzione politica si fa più evidente e si concentra sulle lotte più avanzate della classe e del proletariato metropolitano. La tendenza principale è la normalizzazione dell'antagonismo di classe e l'annientamento delle avanguardie combattenti. Lo verifichiamo con la scomparsa totale della voce proletaria dai mezzi di comunicazione, sostituita da quella dei bonzi sindacali e ‘pompieri' vari; con la criminalizzazione di qualunque iniziativa esca dai putridi schemi della legalità borghese, raggiungendo il suo punto più basso e schifoso con i plauso generalizzato alla fucilazione dei comunisti combattenti. Spesso le condanne a morte vengono decise nelle redazioni dei giornali, laddove si fabbrica il mostro, il mito del male assoluto, incarnato dalie avanguardie di classe, allo scopo di preparare il terreno agii efferati omicidi delle bande armate di Dalla Chiesa.

I proletari non stanno certo a guardare e sanno mettere queste sporche figure di fronte alle responsabilità che si sono coscientemente assunte in questa congiuntura della guerra di classe, schierandosi col capitale. La ristrutturazione del settore informazione che, pur schematicamente, abbiamo definito nei suoi aspetti economici e politici, si sviluppa grazie all'operato di ben precise categorie di personale economico e politico. La metodologia comunista ci impone di ben individuare le funzioni e l'importanza strategica di questi figuri, così da indirizzare correttamente l'attacco e disarticolare l'apparato nemico. li vero potere nel settore lo detengono coloro che sono preposti alle decisioni strategiche; in sostanza chi effettivamente determina il flusso (lei capitale: editori e banchieri e chi siede effettivamente nei posti di comando e nei consigli di amministrazione. Spesso i padroni dei giornali e dei mezzi di comunicazione in generale non sono editori veri e propri, ma gruppi industriali multinazionali. Questo perché è una necessità di questi gruppi offrire una propria immagine antiproletaria: valgano per tutti gli esempi della Montedison, dei vari petrolieri e dei giornali che essi controllano. Nella struttura di questi gruppi vengono quindi costituiti degli appositi uffici preposti al controllo ed alla conduzione delle testate possedute e più in generale ai rapporti con la stampa. Sono gli uffici stampa e pubbliche relazioni, che non vanno sottovalutati a livello di meri portavoce, bensì hanno una grande importanza; all'interno di questi uffici siedono figure di alto livello nella gerarchia del capitale. Recentemente si è formata una schiera di personaggi a cavallo tra i livelli delle decisioni strategiche e gli addetti alla conduzione quotidiana; questa fascia intermedia è formata dai manager dell'informazione: sono individui spesso slegati da una funzione precisa, che vengono utilizzati laddove se ne presenti la necessità, in qualità di esperti della ristrutturazione. Valgono per esempio le storie professionali di Sechi ed Ottone. Costoro dopo aver fedelmente servito i loro padroni per anni di giornali che dirigevano, sono stati dapprima messi in cariche che altro non erano che aree di parcheggio, dopodiché sono stati utilizzati con funzioni dirigenziali in alcuni specifici episodi di ristrutturazione (Europeo e Rete Tv locali). Sono quindi figure politiche di rilievo nell'intricata geografia degli apparati di fiancheggiamento dello Stato.

Ma chi fa effettivamente funzionare, quotidianamente, la macchina dell'informazione è la corporazione dei giornalisti. Essa stessa estremamente stratificata secondo gerarchie di affidabilità stabilite dal padrone, nel suo complesso si configura come vero e proprio corpo sociale, retroterra delle truppe scelte sopra descritte. All'interno della corporazione vige la legge della giungla: per far carriera i nostri baldi pennivendoli devono dimostrare fedeltà al direttore della testata e alla proprietà. Questo meccanismo, meglio conosciuto col termine di ‘leccare il culo al padrone', è favorito e riprodotto dagli stessi meccanismi sindacali e di rappresentanza (contratto individuale ecc.) La corporazione può essere raffigurata come una piramide. Al vertice stanno i direttori di testata e le ‘grandi firme’: costoro sono le cinghie di trasmissione tra volontà generale del capitale e conduzione delle battaglie politico‑militari delle pagine stesse dei giornali. Sono i garanti della linea politica del giornale e soprattutto i controllori della stessa. In ultima analisi sono loro i veri responsabili di tutto ciò che viene descritto sui giornali della borghesia... ma non i soli: nelle redazioni si annidano i veri vermi striscianti, gli spregevoli fiancheggiatori dello Stato: i cronisti. Queste figure si riparano all'ombra dei colleghi più famosi di cui pensano di non condividere le responsabilità Politico‑Militari. Responsabilità oggettive e soggettive che si assumono nel momento in cui decidono di far carriera sulla pelle dei proletari e delle loro avanguardie armate. Essi dai sottoscala in cui sono annidati praticano le vivisezioni dei comunisti, appoggiando le campagne di annientamento, contribuendo a creare il mostro a tutti i costi e così via. A questi sporchi figuri raccomandiamo una sola cosa: non schieratevi nella guerra di classe contro il proletariato e le sue avanguardie; altrimenti ve ne assumete in pieno il carico politico e... militare.

Ci sono poi le categorie dei giornalisti specializzati in determinati settori: da quelli della moda e dello sport, per arrivare a categorie ben più pregnanti dal punto di vista politico: giornalisti giudiziari e specialisti della controguerriglia psicologica. Entrambe queste categorie sono perfettamente schierate sulle posizioni delle bande di annientamento di Dalla Chiesa, e sono il tramite vero e proprio tra le strutture di coercizione armata dello Stato, magistratura compresa, e l'opinione pubblica. La più recente dimostrazione di questo perverso coito tra sbirri e pennivendoli ci è stato offerto dal caso Isman; costui sta passando da martire della democrazia e della libertà di stampa, quando in realtà non è altro che uno dei componenti (e ce ne sono parecchi come lui) l'ufficio stampa del ministero della guerra di classe, che non ha rispettato in pieno le regole. Tra questi personaggi c'è anche chi non si accontenta di far da passacarte e mette a disposizione della controguerriglia le proprie capacità di analisi, allo scopo di individuare e tentare di normalizzare i settori di classe antagonisti allo Stato. Per tutti questi c'è un solo modo di sfuggire alla giustizia proletaria: cambiare mestiere al più presto.

La delega data ai militari di governare le città dove la classe operaia è più forte e in grado di inceppare i meccanismi di ristrutturazione, ha trovato rapida esecuzione con il tentativo di legittimare la pena di morte per i comunisti. Se i militari eseguono le sentenze di morte, l'informazione ed i giornalisti fanno di tutto per gestire questo passaggio della guerra ordinato dall'Esecutivo. È in corso una vera e propria guerra psicologica martellante laddove le indecisioni e le contraddizioni politiche lasciano il passo ad un preciso allineamento alla politica di guerra dello Stato. L'ingiuria, la diffamazione dei comunisti, la negazione della identità politica dei combattenti, sono aspetti di questa guerra. Tutto questo fa parte delle responsabilità che la corporazione si sta assumendo coscientemente. Le sue rappresentanze sindacali altro non sono che gestori dei rapporti interni alla borghesia e biechi commercianti della merce informazione. I suoi responsabili sono agenti della controguerriglia e come tali vanno considerati.

Walter Tobagi, presidente dell'Associazione giornalisti della Lombardia, riassumeva in sé le figure sopra descritte. Venuto alla ribalta con la formazione del Celi‑Corsera ai tempi della nomina di Ottone, ha sviluppato la sua carriera secondo due direttrici. Nel giornale si è caratterizzato come ‘efficiente' persecutore della classe operaia. Le sue conoscenze, le sue indagini, erano sempre svolte allo scopo di fornire utili strumenti di controllo preventivo e repressivo sulle esigenze di classe. Alle rozzezze dei suoi colleghi ha contrapposto un'analisi di classe puntuale laddove i carabinieri operavano. Due esempi: l'analisi della composizione della classe operaia Fiat, prima e dopo i licenziamenti, e durante l'attacco dei CC alla colonna Mara Cagol; la vivisezione dei quartieri proletari di Milano con l'indicazione agli sgherri dello Stato dei migliori punti d'attacco all'antagonismo di classe. Recentemente era passato a rinsaldare le fila del settore editoriale del Corriere, ma non per questo aveva abbandonato il suo campo d'azione rivolgendo costantemente la sua attenzione alla classe, nel continuo attentare alle forme di potere che essa si dà. Nel Corriere, entratoci come uomo di Craxi, si è subito posto come caposcuola di questa tendenza 'intelligente' degli apparati della contro­guerriglia psicologica, e su queste capacità ha costruito la sua carriera. Ma il ruolo senza dubbio più rilevante lo giocava all'interno del sindacato della corporazione: preso il volo dal Comitato di redazione Corsera dal '74, si è subito posto come dirigente capace di ricomporre le grosse contraddizioni politiche esistenti fra le varie correnti. Questa capacità gli ha consentito di giungere al posto di comando del sindacato in uno dei poli più pregnanti dal punto di vita politico. In qualità di rappresentante dei giornalisti egli gestiva rapporti con l'intero ceto politico, facendosi anche carico di promuovere i passi necessari all'attuazione di un rapporto organico tra i giornali e i corpi anti­guerriglia (magistratura in testa). In questa chiave va letto l'episodio della incriminazione a seguito della pubblicazione dei verbali Fioroni. In cambio dello scoop giornalistico lo Stato lo ha sottoposto ad un ‘finto' procedimento, che mirava a ristabilire forme di sorveglianza e di censura preventiva, di cui fanno e faranno sempre le spese i giornalisti che si prestano più o meno coscientemente alle manovre che sempre stanno dietro a certe ‘rivelazioni'. Illuminante in questo senso la risposta politica (sintetizzata dallo stesso Tobagi) che la corporazione ha saputo produrre ‑ negateci l'informazione all'origine, la nostra professionalità sarà salva e con essa la libertà di stampa ‑ ipocrisia che si va affermando come linea maggioritaria anche a seguito del caso Isman.

Nell'attuale congiuntura della guerra di classe, denominata fase di transizione (dalla propaganda armata alla guerra civile dispiegata), i comunisti devono muoversi con grande cautela: badare agli effetti di propaganda e agli effetti di reale disarticolazione delle campagne di combattimento. Per questo bisogna scegliere gli obiettivi più adeguati, ma anche le forme di lotta più opportune. Questo significa che, per quanto se ne dica sui giornali dei padroni, i comunisti non sparano nel mucchio. Se, da un lato, gli strumenti dell'analisi marxista ci hanno consentito oggi di individuare ed annientare un personaggio quale Walter Tobagi, che rivestiva un ruolo dirigente nel processo politico di ristrutturazione, che ha come fine l'asservimento totale della stampa alle direttive dello Stato Imperialista delle Multinazionali (Sim), dall'altro ci è altrettanto chiaro che questo processo non è lineare né privo di contraddizioni, né tanto meno concluso. Siamo altresì convinti che esistano ‑ per quanto strano in una corporazione che si è venduta ad esempio anche in tema di rivendicazioni contrattuali, mobilità, ecc., su cui la classe operaia è invece attestata da anni ‑ intellettuali non disposti a ‘farsi Stato’ secondo le indicazioni del compromesso storico. Ricordiamo loro che esistono modi di informare non necessariamente forcaioli e assassini. Se tentennamenti nell'assunzione di responsabilità da parte di costoro sono comprensibili, dati gli strumenti che anche nel settore il padronato si dà, non possiamo far altro che additare loro l'esempio di centinaia di lavoratori, operai che ogni giorno rischiano, con la lotta, il posto di lavoro o la galera. Per contro, coloro che intendessero perseverare sulla strada delle menzogne, dell'ingiustizia, del livore antiproletario, non tarderanno, e già cominciano, ad essere posti di fronte alle loro responsabilità. Stiano certi che d'ora innanzi il movimento proletario si occuperà di loro, come di certo avverrà per chi si permette di liquidare, definendoli ‘interrogatori energici’, le torture inflitte ai comunisti.

Ricordiamo che ogni giorno il proletariato si interroga sul perché la verità di tutti i professionisti alla ricerca della verità finisca sempre per essere stranamente uguale alla verità del Ministero dell'Interno, di come fiumi di parole scorrano per ogni morir di un servo del sistema, ma nulla si sappia ancora dell'esecuzione di quattro comunisti. Suggeriamo di battere la strada di questi quesiti a coloro che non intendono trattare la parola democrazia semplicemente come un paravento. Anche su questo infatti la classe operaia e il proletariato sanno distinguere; si sa che l'odio anticomunista, pur comune a tanti pennivendoli, non sempre si esprime con toni dell'invettiva alla Leo Valiani, anzi, spesso, si nasconde dietro le etichette di 'democratico e di sinistra’ usandole per creare confusione nelle masse, per infiltrarsi dentro di esse. Comunque sapremo stanarlo, giacché ognuno di noi sa distinguere fra la democrazia che i padroni vogliono difendere e la giustizia di chi lotta per il Comunismo. I comunisti giudicano in base a fatti concreti e sanno fare le dovute mediazioni. E’ per questo, ad esempio, che Guido Passalacqua ha avuto, non una ‘vaccinazione' (non si illuda affatto) ma un avviso: chi copia pedissequemente le veline dei CC, chi sostiene senza dubbi di sorta l'annientamento dei comunisti combattenti, indipendentemente dalla propria storia politica, dalla presunta vicinanza alle organizzazioni della classe operaia, si schiera con lo Stato, contro la classe, contro di noi.

 

Oggi, mercoledì 28 maggio, un nucleo della Brigata 28 marzo ha eliminato il terrorista di Stato Walter Tobagi, presidente dell'Associazione Lombarda dei giornalisti.

 

 

Onore ai compagni caduti per il comunismo.

Individuare e colpire i tecnici della controguerriglia psicologica.

Niente resterà impunito.

Unificare il movimento rivoluzionario costruendo il Partito Comunista Combattente. Per il Comunismo.

   

 

Ultima modifica di questa pagina: sabato, 04 novembre 2006 18.38

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