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1. Il problema delle fonti
La storia della lotta armata a
Genova e, in particolare, della colonna brigatista locale
non è stata oggetto di studi e analisi successive; infatti,
non esiste, ancora oggi, una pubblicazione interamente
dedicata a questo soggetto.
Le uniche eccezioni sono
costituite, oltre che da pochi lavori su singoli episodi
legati alla lotta armata genovese,
da un’interessante puntata del programma «La Grande Storia»,
realizzato dalla redazione ligure del TG3 nel luglio del
2000, e dal libro di Enrico Fenzi
Armi e bagagli.
Il primo è un documentario
storico, intitolato
La Colonna, che tenta una ricostruzione
delle vicende dell’organizzazione, dedicando molto spazio
alle testimonianze di alcuni protagonisti.
Il secondo è un libro assai
toccante, che assume, però la forma di diario intimo, in cui
sono focalizzati soprattutto le vicissitudini e i sentimenti
dell’Autore e che non ha alcuna pretesa di fornire
un’analisi storica e politica del fenomeno.
La bibliografia dedicata alle
Brigate Rosse e alla lotta armata in generale,
a partire dai fondamentali lavori di analisi dell’Istituto
Cattaneo
fino alla vasta produzione divulgativa, costituita dalle
memorie dei protagonisti e dai racconti di vita,
è, quindi, utile per una conoscenza generale del fenomeno.
In particolare, si è rivelato
assai interessante il lavoro del Progetto Memoria,
che fornisce una catalogazione sistematica di tutti gli
eventi, gli attori e i dati sociologici relativi alla lotta
armata.
Per quanto riguarda la
sintetica ricostruzione della situazione sociale, economica
e politica di Genova negli anni Settanta, si hanno a
disposizione pochi testi,
poiché anche le pubblicazioni relative a questo soggetto
sono risultate molto scarse.
Le fonti su cui si basa
principalmente il lavoro sono fonti giudiziarie, in
particolare le sentenze emesse dalla Corte d’Assise e dalla
Corte d’Assise d’Appello del Tribunale di Genova dal 1980 al
1985, ovvero il periodo in cui si sono celebrati i processi
riguardanti i reati commessi dalle Brigate Rosse in città.
Le fonti giudiziarie non sono
sempre accessibili, né facilmente reperibili. Purtroppo non
è stato possibile consultare gli atti processuali, se non
quei brani riportati su alcune pubblicazioni o nelle
sentenze. Generalmente gli atti relativi ai processi sono
consultabili, previa domanda di autorizzazione all’autorità
responsabile, trascorso un periodo variabile dalla loro
redazione. Tuttavia, per quanto concerne gli atti
processuali relativi a episodi di terrorismo o di stragismo,
sono in vigore provvedimenti speciali, che non ne consentono
la visione al pubblico, se non in casi particolari.
Un altro problema riguarda le
Sentenze Ordinanze del Giudice Istruttore. Questa figura,
infatti, non esiste più e, di conseguenza, non esiste un
ufficio in cui è custodito questo materiale, che si trova
allegato agli atti processuali. Tuttavia, le Sentenze
ordinanze sono sempre riportate, sebbene in sintesi, nelle
sentenze di primo grado e di appello, le quali
ricostruiscono l’iter del procedimento a partire, proprio,
dalla fase istruttoria.
Infine, un’ulteriore difficoltà
è data dal fatto che i processi si sono svolti in differenti
città italiane, talvolta i diversi gradi di giudizio
venivano celebrati in tribunali diversi; cosicché non
risulta sempre agevole seguire un iter giudiziario.
Fortunatamente, però, i
processi relativi alle vicende della colonna genovese hanno
prodotto sentenze assai ampie e dettagliate, le quali sono
consultabili semplicemente presentando istanza per motivi di
studio al Presidente della Corte e, benché siano assai più
stringate degli atti processuali, forniscono tuttavia molto
materiale interessante. Innanzitutto, seguendo i diversi
gradi di giudizio, esse permettono di ricostruire le
vicissitudini giudiziarie delle persone coinvolte, di
accertare delle responsabilità e di scoprire talvolta delle
ingiuste incriminazioni e detenzioni. Inoltre, grazie alla
ricostruzione dei delitti in esse contenute, è possibile
avere un’idea precisa delle dinamiche delle azioni, dei
teatri degli avvenimenti e della mappa delle basi esistenti
in città. Infine, le testimonianze dei pentiti e dei
dissociati, riportate nelle sentenze, forniscono illuminanti
informazioni riguardo alla composizione dei nuclei operativi
responsabili delle azioni e degli organi dirigenti nei
diversi periodi di attività brigatista, nonché sulla
struttura, i rapporti interni e la vita dell’organizzazione.
La totalità dei reati commessi
dalla colonna genovese delle Brigate Rosse viene ricostruita
nel corso di sei processi riguardanti, in due gradi di
giudizio: la partecipazione in banda armata, i ferimenti
(insieme a un sequestro e ad altri reati minori) e le
uccisioni.
Da questi dibattimenti sono
scaturite sei sentenze, che costituiscono la parte
preponderante delle fonti giudiziarie utilizzate; le altre
sono: le sentenze riguardanti episodi minori della lotta
armata a Genova, i verbali degli interrogatori di Patrizio
Peci, una sentenza contro Giuliano Naria e le sentenze
relative ai due gradi di giudizio del processo contro gli
arrestati del blitz del generale Dalla Chiesa del 17 maggio
1979 a Genova.
Altra fonte importante sono le
riviste e i quotidiani dell’epoca.
Il quotidiano «Lotta Continua» si è rivelato una assai
importante poiché fornisce, attraverso la pubblicazione
delle lettere dei lettori e degli interventi di militanti e
giornalisti, un illuminante riflesso di quelle che erano le
diverse posizioni della sinistra extraparlamentare e del
movimento intorno all’ipotesi della lotta armata. Le testate
cittadine («Il Lavoro», «Il Corriere Mercantile» e,
soprattutto, «Il Secolo XIX») forniscono resoconti degli
avvenimenti assai dettagliati e numerose notizie sui
personaggi coinvolti; tuttavia queste informazioni si
rivelano non sempre precise e attendibili.
Le riviste consultate sono
«Panorama», «L’Espresso», «Primo Maggio», «Mondo Operaio»,
«Controinformazione», «Re Nudo» e «A Rivista Anarchica».
Questi periodici, oltre a contenere articoli approfonditi,
interviste e inchieste relative alla lotta armata, riportano
sovente i testi dei documenti diffusi dalle Brigate Rosse,
il che permette la lettura e l’analisi di materiale
altrimenti non facilmente reperibile.
L’ultimo tipo di fonti
utilizzato è costituito proprio dai documenti dell’epoca,
ovvero dai volantini, dagli opuscoli e dai comunicati emessi
dai diversi soggetti politici.
Presso la Libreria Libertaria Ferrer di Genova è stato
possibile consultare i documenti prodotti dai collettivi
operai e da quelli studenteschi, in particolare dal Comitato
di Balbi, e da numerose formazioni di estrema sinistra,
attive a Genova negli anni Settanta. Il Centro Ligure di
Storia Sociale permette di consultare l’archivio sindacale,
in cui sono reperibili i comunicati emessi dai consigli di
fabbrica e dalle federazioni sindacali.
E’ stato possibile visionare i
documenti del PCI riguardanti l’analisi del fenomeno in
questione rivolgendosi alla sede della federazione ligure
del PDS e grazie all’aiuto di un dirigente regionale
dell’epoca.
Il materiale prodotto dalle
Brigate Rosse si trova pubblicato in alcuni volumi che hanno
riportato integralmente o parzialmente sia analisi politiche
corpose e importanti come le Risoluzioni Strategiche o anche
documenti relativi a fatti assai noti e gravi.
Inoltre, le sentenze riportano
sempre brani di volantini di rivendicazione relativi ai
delitti in esame.
Infine, ho realizzato ed
utilizzato un’intervista a due protagonisti,
che non ha la pretesa di fornire una storia della colonna
genovese, né velleità di completezza o di obiettività, ma il
solo scopo di fornire una testimonianza personale, quindi
soggettiva e forzatamente parziale: la storia dal punto di
vista di due partecipanti agli eventi. L’intera intervista è
stata registrata su audiocassette e riportata interamente in
appendice alla tesi,
eliminando solo le parti che esulavano totalmente
dall’argomento in questione, le battute scherzose, alcuni
pleonasmi e le frasi non concluse o le circonlocuzioni
quando venivano riformulate. In pochi casi è stato
necessario completare una frase o sintetizzare e riformulare
una serie di battute confuse. Nessuna correzione è stata
apportata al linguaggio, anche nei casi in cui risultasse
molto colloquiale o contenesse espressioni gergali o
volgari, per non alterare la veridicità delle testimonianze.
Purtroppo è impossibile rendere nella trascrizione le
risate, le espressioni dei volti, le esitazioni, i gesti,
gli sguardi e tutta l’atmosfera di quella che è stata, prima
di tutto, un’esperienza umana intensa e una sconcertante
irruzione del reale e del fisico in una costruzione teorica
e storica.
2. L’organizzazione
L’organizzazione delle Brigate
Rosse era rigidamente strutturata in ferree gerarchie e in
un sistema di regole minuziose e pignole. Questa
caratteristica è importante perché, da un lato, segna la
distanza tra le BR e gli altri gruppi eversivi di sinistra,
assai più approssimativi nel dotarsi di regole e di una
struttura e, talvolta, decisamente spontaneisti; mentre
dall’altro costituisce una delle principali ragioni della
longevità e del successo militare di questa formazione.
Infatti, sia la rigida gerarchizzazione che il sistema di
norme rispondevano a esigenze di sicurezza e le
soddisfacevano ampiamente, tanto che le Brigate Rosse hanno
potuto circondarsi per lungo tempo del mito
dell’invincibilità e dell’inafferabilità. In particolare, le
due regole più importanti dell’organizzazione, quella della
clandestinità e quella della compartimentazione, sono norme
di sicurezza assai efficaci per l’organizzazione della
guerriglia urbana. La struttura gerarchica
dell’organizzazione si articolava in cinque organi.
La Direzione Strategica e il
Comitato Esecutivo costituivano i due organi dirigenti
supremi; il primo stabiliva la linea politica strategica di
tutta l’organizzazione, mentre il secondo deteneva il potere
di comando operativo. Vi erano poi i fronti che tagliavano
orizzontalmente l’organizzazione e veicolavano i contenuti
politici verso i diversi organi, svolgendo un compito simile
a quello di un gruppo di studio. Infine, le colonne erano le
organizzazioni locali, operanti nei territori di loro
competenza, detti poli, e dotate di notevole autonomia
militare, organizzativa e, in gran parte, anche politica.
A questi organi erano
subordinate le brigate, costituite di soli irregolari e
divise per settori di competenza (fabbriche, università, …).
L’intera organizzazione giunge
ad avere un massimo di sei colonne (Torino, Milano, Genova,
Roma, Napoli e nelle zone industriali del Veneto),
escludendo la struttura Toscana che costituiva una via di
mezzo tra una colonna e un comitato regionale. Questi ultimi
erano strutture locali delle Brigate Rosse che non sono mai
riusciti a funzionare efficientemente. I comitati tentano di
coagulare intorno a sé le forze rivoluzionarie presenti in
una zona che si ritiene non adatta ad essere teatro della
lotta armata; in quanto quelle forze non rappresentano un
retroterra sufficiente, perché articolazioni delle Brigate
Rosse possano impiantarsi e vivere nel luogo.
Per svilupparsi, le colonne
delle Brigate Rosse necessitano di contesti territoriali
contraddistinti da due caratteristiche: la presenza di una
grande città e, soprattutto, quella di un referente
politico. La metropoli, infatti, sembra essere l’unico
ambiente possibile per questo tipo di lotta, sia per regioni
di sicurezza (anonimato, mimetizzazione, confusione,
eccetera) che per le possibilità di successo (ambiente
ricettivo, realtà contigue o fiancheggiatrici, eccetera).
Gli esperimenti in contesti diversi da quello metropolitano,
in Sardegna, in Toscana, nelle Marche e a Biella, sono
risultati assai difficoltosi.
La seconda caratteristica è
ancora più importante: in assenza di un referente politico,
l’ipotesi della guerriglia risulta del tutto impraticabile e
i diversi referenti concorreranno a delineare le differenti
fisionomie delle colonne. Avremo così la grande industria,
soprattutto Pirelli e Sit Siemens, a Milano, la Fiat Torino,
il porto e le industrie in declino a Genova, il
Petrolchimico in Veneto, lo Stato a Roma e le carceri e i
marginali a Napoli.
3. Genova
La colonna genovese opera in un
contesto particolare, che potremmo definire il polo debole
del triangolo industriale.
Negli anni Settanta il
capoluogo ligure è investito da una grave crisi sociale,
economica e politica. Il fenomeno che appare più evidente,
in ambito sociale, è quello dell’invecchiamento, non solo
anagrafico, ma anche di mentalità e di strumenti con cui
affrontare i grandi mutamenti del decennio. Inoltre, in
questo periodo, il declino economico e industriale si fa
preoccupante: dal 1963-64 si assiste a una progressiva
perdita di competitività di porto e industria che diventa
manifesta in termini economici negli anni Settanta e in
termini occupazionali nel decennio successivo. Infine, sul
versante politico, la vita della città è caratterizzata da
fermenti che vanno da episodi di recrudescenza neofascista
al proliferare di formazioni di estrema sinistra.
Quest’alta conflittualità
politica è conseguente alla crisi in atto e può essere vista
come un ultimo, estremo tentativo di opposizione a una
grande ondata di cambiamenti che distruggerà il ruolo
ricoperto dalla città fino ad allora renderà irreversibile
il suo declino.
La lotta armata è un aspetto
importante della vita politica della città per tutto il
decennio. Il capoluogo ligure vive assai precocemente questa
fase; in esso, infatti, vede la luce la prima formazione di
lotta armata di sinistra in Italia, quel gruppo XXII
ottobre, legato ai GAP di Feltrinelli, che agirà tra il 1969
e il 1971 e che, sempre in bilico tra battaglia politica e
delinquenza comune, costituirà una sorta di esperimento
pilota per saggiare l’impatto della lotta armata nell’ambito
dei movimenti extraparlamentari. In città, inoltre, si
assiste al proliferare di effimere e piccole formazioni che
praticano la lotta armata e che possono essere suddivise in
tre gruppi: quelli inseribili nell’ambito dell’Autonomia
operaia, quelle nate dal movimento del Settantasette e i
fiancheggiatori delle Brigate Rosse. Tra questi tre gruppi
c’è una notevole contaminazione, soprattutto di persone che
sovente trasmigrano da una formazione all’altra; i primi due
ambiti, addirittura sovente coincidono e sono caratterizzati
da un notevole spontaneismo, da un basso livello di scontro
e di fuoco e dalla avversione al modello brigatista,
l’ultimo ha la sua massima espansione nella seconda metà del
decennio ed è a sua volta suddivisibile in due sottogruppi:
da una parte quelle formazioni che nascono autonome, ma che
nel corso del tempo si sono sempre più avvicinate all’orbita
delle Brigate Rosse fino a venirne assorbite; dall’altra
quelle sigle fondate da membri delle stesse Brigate Rosse,
allo scopo di creare una sorta di palestra e di banco di
prova per aspiranti brigatisti.
Infine, Genova è teatro di due
importanti operazioni delle Brigate Rosse nazionali che
segnano altrettante svolte fondamentali della storia
dell’organizzazione. La prima è il rapimento del giudice
Sossi, che costituisce il primo «attacco al cuore dello
Stato», la prima volta che le BR escono dalle fabbriche,
abbandonano quella strategia così simile al sindacalismo
armato che avevano praticato fino ad allora, per colpire
direttamente il potere politico. La seconda è l’omicidio del
Procuratore della Repubblica Francesco Coco, ovvero il primo
omicidio politico pianificato nella storia italiana della
lotta armata, la decisione di alzare il livello di fuoco,
ricorrendo all’omicidio come strumento di lotta politica, in
un’ottica di preparazione alla guerra civile.
La colonna genovese vera e
propria nasce nel gennaio del 1975 e la sua storia si snoda
lungo il quinquennio successivo fino alla sconfitta militare
del 1980. Inizialmente, la colonna è formata da pochi
militanti regolari che si raccolgono intorno a Rocco
Micaletto, braccio destro di Mario Moretti, convenuto con
lui a Genova, con l’incarico di assumere il comando della
nascente organizzazione. I primi militanti sono: Fulvia
Miglietta, Riccardo Dura, Livio Baistrocchi e Francesco Lo
Bianco.
Inoltre, le Brigate Rosse, a
Genova, potevano contare su una rete di simpatizzanti
notevolmente vasta. Ai primi militanti si affiancano via via
nuovi adepti, per la maggior parte studenti o operai e
provenienti per lo più dalle file di Lotta Continua o di
altre formazioni di estrema sinistra. Nel 1977, le
dimensioni della colonna sono ragguardevoli e il numero dei
regolari è tale da giustificare la creazione di una
Direzione di colonna; a questo punto, l’organizzazione
genovese entra nella sua piena maturità e assume una
fisionomia simile a quella degli altri organismi di questo
tipo.
Gli irregolari, il cui numero è
imprecisabile, vivono una doppia vita. Da un lato, conducono
un’esistenza normale, coi propri documenti, il lavoro, la
casa, le relazioni sociali e affettive, dall’altro c’è la
militanza nelle Brigate Rosse, strettamente regolata dalla
norma della compartimentazione: ognuno di loro deve sapere
esclusivamente quello che concerne i propri incarichi, viene
contattato da un regolare di riferimento e deve attenersi
alle sue istruzioni. I militanti regolari, clandestini e
impegnati a tempo pieno nell’organizzazione, costituiscono,
invece, la colonna vera e propria e alcuni di loro formano
la Direzione di colonna. Si tratta di un collegio direttivo
plenipotenziario che gestisce e organizza tutti gli aspetti
della vita della colonna, sceglie gli obiettivi, decide le
azioni, detiene le armi, cura l’indottrinamento e il
reclutamento dei militanti.
Le azioni di una colonna si
inseriscono sempre in campagne decise a livello nazionale e
devono ricevere l’autorizzazione del Comitato Esecutivo per
poter essere realizzate. Tuttavia, la colonna è dotata di
notevole autonomia strategica, politica e militare e le
linee direttive in tutti e tre gli ambiti vengono dettate
dalla Direzione di colonna. I componenti di questo organismo
sono cambiati nel corso degli anni, ma alcuni nomi sono
rimasti saldi a lungo: sono quelli di Fulvia Miglietta,
Riccardo Dura e Livio Baistrocchi, che restano a capo della
colonna per quasi tutto l’arco della loro vita.
E’ stato possibile ricostruire
le composizioni delle varie direzioni, grazie alle notizie
riportate nelle sentenze; tuttavia in pochi casi, alcune
contraddizioni tra le testimonianze dei pentiti o la
mancanza di elementi ha dato luogo a qualche incertezza.
Composizione della Direzione di colonna a Genova attraverso
gli anni
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MEMBRI DELLA DIREZIONE
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PERIODO |
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Micaletto, Miglietta, Dura, (Baistrocchi) |
Gennaio 1977 – fine giugno 1977 |
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Micaletto, Miglietta, Dura, Nicolotti, (Baistrocchi) |
Luglio 1977 – ottobre 1977 (circa) |
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Micaletto,
Miglietta, Dura, Nicolotti, Baistrocchi |
Dicembre 1977 – maggio 1978 |
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Miglietta, Dura, Nicolotti, Baistrocchi, Guagliardo |
Dicembre 1978 – marzo 1979 |
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Miglietta, Dura, Baistrocchi, Panciarelli
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Aprile 1979 – giugno 1979 |
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Miglietta, Dura, Baistrocchi, Panciarelli, Lo Bianco
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Luglio 1979 – 28 marzo 1980 |
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Baistrocchi, Lo Bianco, Carpi |
Aprile 1980 – agosto 1980 |
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Lo
Bianco, Balzerani |
Luglio 1980 – aprile 1982 |
Al vertice della colonna
troviamo la figura del capo colonna, il quale, benché sia
dotato di notevole potere, governa l’organizzazione di
concerto con la Direzione. Rocco Micaletto, cui viene
affidata l’organizzazione della neonata colonna, nel 1975, è
il primo capo che resterà in carica fino a quando,
nell’autunno del 1977, è chiamato a Torino. Per qualche
tempo egli farà la spola tra le due città con funzioni di
sovrintendenza: è una sorta di supervisore che teneva i
contatti tra le due città. Per questo è difficile stabilire
con certezza la data del suo trasferimento.
Il suo successore è Riccardo
Dura che rimane in carica fino della morte, avvenuta il 28
marzo 1980, in seguito al blitz di Via Fracchia; durante la
sua leadership la colonna raggiunge il suo apice di successo
e di aggressività.
Gli succede Francesco Lo
Bianco, convinto sostenitore della linea dell’esecutivo;
quando anche a Genova, nel 1980, si fanno sentire gli echi
del dibattito nazionale con i primi segnali di fratture e
malcontento, Lo Bianco tenta in tutti i modi di mantenere
l’unità, scoraggiando ogni forma di dissenso, con metodi
anche violenti, ma viene, infine, esautorato con l’arrivo da
Roma di Barbara Balzerani, che ha il compito di sanare la
frattura e impedire una scissione come è avvenuto a Milano.
La Balzerani è l’ultima capo colonna.
I capi
colonna
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CAPOCOLONNA |
NOME
DI BATTAGLIA |
PERIODO |
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Rocco Micaletto |
Lucio |
Dal
gennaio 1975 all’aprile 1978 (circa) |
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Riccardo Dura |
Roberto |
Dall’aprile 1978 al 28 marzo 1980 |
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Francesco Lo Bianco |
Giuseppe |
Dall’aprile 1980 al luglio 1980 |
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Barbara Balzerani |
Sara |
Dal
luglio 1980 all’ottobre 1981 (circa) |
Subordinati alla direzione di
colonna c’erano i fronti in cui, come a livello nazionale, i
militanti erano divisi in base ai tipi di problemi da
affrontare: a ogni fronte erano preposti uno o due
clandestini che mantenevano i contatti, attraverso il
sistema degli appuntamenti strategici, con gli irregolari a
esso appartenenti riferendo a loro volta i vari sviluppi
alla Direzione di colonna.
A Genova si possono individuare
tre fronti:
1) fronte logistico
2) fronte della
controrivoluzione
3) fronte delle fabbriche.
Al primo è affidata ogni
possibilità di autonomia operativa dalla colonna, ad
eccezione delle strutture pesanti, di competenza del fronte
nazionale. Questo fronte si occupa della falsificazione dei
documenti, della propaganda, dell’addestramento militare
degli irregolari (per esempio: esercitazioni con le armi al
Righi e al Forte dei Ratti), dello studio del territorio,
del reperimento delle basi e, soprattutto, del reperimento,
della custodia, della manutenzione e della fornitura ai
membri, tramite un clandestino, delle armi che, dopo l’uso,
venivano ritirate e riportate nei depositi predisposti o
restituite alle altre colonne e al fronte nazionale, in caso
di prestiti. Il fronte logistico genovese è particolarmente
efficiente, soprattutto nella gestione delle armi.
Il fronte della
controrivoluzione è suddiviso in quattro settori:
magistratura, forze dell’ordine, forze politiche e carceri.
In esso sono raccolti di solito i nuovi militanti e suo
compito essenziale è quello di predisporre il materiale di
documentazione necessario per effettuare interventi concreti
nei vari settori; ciò mediante lo spoglio di giornali e la
raccolta di informazioni su persone e strutture (inchieste),
che finivano per formare un archivio permanente per
l’organizzazione da cui attingere per approfondimenti in
caso di bisogno.
Il fronte delle fabbriche,
infine, si occupa di studiare gli impianti industriali e
organizzarvi la lotta; questo fronte si concretizza solo in
un secondo tempo, nel 1978.
Con l’aumentare dei membri, è
sempre più difficile per i clandestini mantenere contatti
individuali con gli irregolari e si formano spontaneamente
nuclei di lavoro nei vari settori, anche al di fuori dei
fronti con cui i clandestini si incontrano due volte a
settimana.
Ricevuto l’imprimatur dai
vertici, si passa così, all’inizio del 1980, alla formazione
delle brigate, che sono costituite da gruppi di irregolari
affidati a un clandestino responsabile con una certa
autonomia operativa e di armamento. Alle brigate spetta il
compito di progettare e realizzare, avendo prima informato
le istanze superiori, le attività preparatorie e minori
della banda. A Genova le brigate hanno una strutturazione
molto parziale.
Dopo il drammatico episodio di
via Fracchia, quando quattro brigatisti vengono uccisi dai
carabinieri dei reparti speciali del generale Dalla Chiesa,
le brigate assumono i nomi dei militanti caduti:
Brigata San Martino ( Brigata
Anna Maria Ludmann – Cecilia. Nata nell’aprile del 1980.
Brigata Porto ( Brigata
Riccardo Dura - Roberto). Nata nel 1979.
Brigata Italsider (Brigata
Paolo Panciarelli – Pasquale). Nata nel maggio del 1980.
Nel corso dei cinque anni di
attività, le BR genovesi porteranno a termine sei omicidi,
quindici ferimenti, un’aggressione, due assalti militari e
altre imprese di minore gravità.
Già da questi dati è possibile
desumere uno dei caratteri centrali di questa colonna, cioè
l’implacabile efficienza militare. Sebbene, infatti, questo
sia un tratto distintivo dell’intera organizzazione,
tuttavia, a Genova, si palesa con maggior evidenza che
altrove. Per spiegare questa peculiarità, bisogna
probabilmente risalire alla distinzione tra Brigate Rosse
del primo e del secondo periodo; dove le prime sono
costituite, in gran parte, da militanti giovani, ma non
giovanissimi, dotati di scarsa o nulla dimestichezza con le
armi, provenienti da esperienze politiche non violente e
arrivati alla lotta armata attraverso un percorso
difficoltoso, non privo di contraddizioni ed esitazioni;
mentre le seconde vedono spesso protagonisti militanti
giovanissimi, quasi digiuni di militanze politiche
precedenti, cresciuti sovente in seno ai servizi d’ordine
dei gruppi dell’estrema sinistra, abituati a considerare la
violenza come pratica politica e inclini a vivere il
passaggio alla lotta armata come qualcosa di naturale.
La gran parte dei militanti
della colonna genovese, nata agli albori del secondo
periodo, appartiene a quest’ultima categoria. Questo dato,
insieme al fatto che la colonna opera dal 1975 al 1980, cioè
nel periodo in cui le Brigate Rosse raggiungono un livello
di aggressività e militare assai elevato, molto maggiore di
quello del primo periodo, fornisce una spiegazione di questa
caratteristica.
Anche dal punto di vista
politico, la colonna presenta una fisionomia particolare, il
cui tratto fondamentale è sicuramente la centralità
accordata alla questione operaia. Le Brigate Rosse, come è
noto, nascono in fabbrica; nelle prime formulazioni
teoriche, si parla della classe operaia come del vero
soggetto rivoluzionario, la realtà industriale è l’ambito in
cui esse esercitano la loro azione nel primo periodo.
Nella seconda metà degli anni
Settanta, la situazione cambia: l’attacco al cuore dello
Stato diviene la priorità assoluta delle BR, che escono
dalle fabbriche per sferrare l’attacco al potere politico,
colpendo tutte le sue articolazioni. Tuttavia, l’attenzione
alla fabbrica non verrà mai meno completamente, anche se
passa decisamente in secondo piano.
La colonna genovese nasce, come
abbiamo visto, alla metà del decennio, pressoché in
concomitanza con questa svolta nella linea
dell’organizzazione; di più: proprio a Genova viene compiuta
la prima azione importante al di fuori della fabbrica e
volta a colpire un’importante articolazione dello Stato, la
Magistratura. Si tratta, naturalmente del rapimento del
giudice Sossi. Questi elementi fanno pensare che la
questione operaia non sia tra le priorità della colonna, ma
non è così. Al contrario, il mondo della fabbrica era
l’interesse, l’obiettivo, la sfida e la speranza principale
dell’organizzazione. L’interesse delle Brigate Rosse
genovesi per la fabbrica non si esauriva nella propaganda
presso i lavoratori, ma comportava anche l’impegno a
studiarne le dinamiche, i problemi, le prospettive, i
meccanismi e le probabili evoluzioni.
che
avveniva nelle fabbriche? Quello era il grande continente
sconosciuto, e la meta di tutti i nostri andirivieni. […] La
ristrutturazione andava avanti, e il compagno ne parlava con
rispetto, talvolta con inconsapevole ammirazione. […] C’era
un fondo frustrato di positivismo ingegneresco nei
brigatisti che ho conosciuto a Genova, che li rendeva
assolutamente diversi dagli altri esponenti del movimento e
li faceva seri e pedanti, adatti forse a cogliere meglio
alcuni nodi della ristrutturazione in atto, ma ciechi e
sordi alla dimensione complessiva del mutamento, alla vita
vera che vi scorreva dentro, ai colori nuovi del dramma
sociale.
Queste parole di Fenzi sono
particolarmente significative, perchè mettono a fuoco un
aspetto importante della fisionomia delle Brigate Rosse
genovesi: la scarsa comprensione dei grandi mutamenti in
atto negli anni Settanta e la conseguente incapacità di
inserirvisi in maniera incisiva e coerente.
Se questa caratteristica è
comune all’intera esperienza della lotta armata, è, però,
particolarmente accentuata nell’organizzazione attiva in una
città che soffre, ovviamente con altri presupposti ed altri
esiti, della stessa miopia, a testimonianza del forte legame
tra le cellule brigatiste e il contesto in cui operano.
D’altra parte, è una
caratteristica peculiare della colonna locale quella di
rivelare un buona conoscenza delle realtà in cui si
inserivano. I documenti genovesi, infatti, sono meno
ideologici e più raramente rivolti genericamente contro lo
Stato rispetto a quelli di altri poli; viceversa dimostrano
una profonda conoscenza delle realtà della fabbrica, della
politica, dell’imprenditoria e del sindacato liguri.
L’interesse per la fabbrica si esplicita in una serie di
azioni che vanno a colpire o figure chiave del progetto di
rinnovamento e di riformismo avversato dalle Brigate Rosse o
dirigenti democristiani che rappresentavano agli occhi dei
brigatisti il simbolo del patto tra DC e Confindustria o,
ancora, persone con incarichi più o meno importanti nelle
grandi fabbriche genovesi, con particolare attenzione ai
capi del personale, già presi di mira sovente nelle azioni
di sequestro nelle città industriali italiane.
Su quindici ferimenti
perpetrati a Genova, sette sono rivolti contro dirigenti
industriali e a cui si aggiungono un altri due rivolti uno
contro un impiegato di alto livello dell’Italsider e l’altro
contro uno studioso dell’industria e del lavoro. Inoltre,
vengono compiute numerose azioni minori, come gli incendi
d’auto di dirigenti, un assalto militare contro la sede
dell’Intersind (l’associazione delle aziende dello stato per
le vertenze sindacali) e l’omicidio di un operaio
sindacalista, sul quale torneremo.
In particolare l’attenzione
delle Brigate Rosse era rivolta al processo di
ristrutturazione; nella rivendicazione del ferimento
Peschiera, esse si autodefiniscono
contro
la linea di ristrutturazione imperialista del settore
economico che viene elaborata e diretta dai centri
sopranazionali di comando.
Secondo l’analisi dei
brigatisti genovesi, l’introduzione del nucleare era
strettamente legata alla questione della militarizzazione
della fabbrica e del territorio, questione che costituiva
una delle preoccupazioni centrali dell’organizzazione; si
pensava, infatti, che, dopo l’avvento del nucleare gli
stabilimenti industriali avrebbero militarizzato la
sorveglianza interna, affidandola ai carabinieri. Le Brigate
Rosse sono attive soprattutto nell’ambito delle due maggiori
fabbriche della città: l’Italsider e l’Ansaldo, che sono al
centro degli studi e delle analisi dei brigatisti. E’ qui,
inoltre, che si svolgono più sovente le azioni di
volantinaggio, le inchieste e gli attentati ai dirigenti.
L’altra grande realtà
industriale di Genova, il porto, anch’esso coinvolto dalla
crisi che esploderà drammaticamente nel decennio successivo,
risulta meno toccato dalle azioni militari e dai tentativi
di penetrazione.
Un altro importante aspetto
della questione operaia è quello del rapporto tra Brigate
Rosse e lavoratori. Si tratta di un problema controverso,
difficile da trattare, perché legato a interpretazioni
faziose e sicuramente eccessive. Mi pare si possa affermare
che le Brigate Rosse godevano, all’inizio della loro
attività, di numerose simpatie e talvolta anche di consensi
nel mondo operaio, al di là delle della posizione dei
sindacati e dei consigli di fabbrica, i quali si sono sempre
fermamente e coerentemente impegnati a stigmatizzare e a
contrastare anche attivamente il fenomeno brigatista.
Viceversa, non è possibile negare le simpatie e i consensi
(assai più limitati delle prime) tra gli operai; simpatie e
consensi che, però, hanno iniziato presto a diminuire e
assai rapidamente, man mano che l’attività delle Brigate
Rosse diventava più efferata e gratuita e le loro analisi
sempre più allucinate e prive di legami con la realtà. Al di
là delle posizioni individuali ovviamente varie e
difficilmente sondabili, la tanto agognata conquista delle
masse operaie alla causa brigatista naufraga ben presto.
Già al tempo del ferimento
dell’ingegner Carlo Castellano, dirigente dell’Ansaldo e
membro del comitato regionale del PCI, avvenuto il 17
novembre del 1977, la partita con il mondo operaio è
sostanzialmente chiusa. Le manifestazioni di rabbia e di
condanna dei dipendenti dell’Ansaldo sono inequivocabili e
vanno ben oltre i comunicati ufficiali. Ogni velleità
brigatista di riscuotere l’appoggio e il consenso degli
operai genovesi viene definitivamente e tragicamente
stroncata il 24 gennaio del 1979 con l’omicidio del
sindacalista Guido Rossa. Come le Brigate Rosse, che nascono
proponendosi come avanguardia rivoluzionaria rispetto al
proletariato, che hanno sempre guardato alla fabbrica come
al terreno privilegiato per prosperare e per gettare il seme
della rivoluzione, siano giunte ad uccidere un operaio,
trasformandosi agli occhi dei lavoratori genovesi e italiani
come i nemici del momento, gli antagonisti di cui aver
paura, è un problema complesso cui corrisponde più di una
soluzione.
E’ ormai accertato, al di là di
ogni dubbio, che si trattò di un tragico errore, di
un’azione punitiva, condotta con incredibile leggerezza e
andata oltre le intenzioni dell’organizzazione, che subito
si avvede delle gravissime conseguenze politiche di quel
cruento esito. Tuttavia non si può imputare alla sola
casualità il fatto che un lavoratore comunista venga ucciso
da coloro che si proponevano come avanguardia del movimento
operaio. Un fatto simile non si è mai avuto prima e dopo
nella storia delle BR e avviene proprio ad opera della
colonna che faceva della questione operaia il centro della
sua attività politica; tuttavia questa che appare come una
contraddizione, può essere invece letta come una conseguenza
di un rapporto più stretto che altrove, che quando diventa
di netta contrapposizione arriva all’esito più estremo e
tragico.
L’omicidio di Rossa è un
capitolo della storia del tentativo delle BR di penetrare
nelle fabbriche; una storia tragica che si conclude con la
morte violenta proprio di due operai: Guido Rossa e
Francesco Berardi. La colonna genovese si distingue, dunque,
per la notevole capacità e aggressività, per l’efficienza
organizzativa e per l’imprendibilità, sul versante militare
e per la centralità accordata alla questione operaia, su
quello politico.
Il fitto mistero che avvolge la
colonna durante gli anni della sua attività e la puntuale
riuscita delle sue azioni, fanno parlare per qualche tempo
di Genova come capitale delle Brigate Rosse.
Benché questa definizione sia
certamente eccessiva, è sicuramente possibile affermare che
la città ligure ha rivestito un ruolo assai importante nella
storia della lotta armata degli anni Settanta e che la
struttura locale delle Brigate Rosse, sebbene meno centrale
nell’economia dell’organizzazione di quella milanese prima e
romana poi, ha avuto una notevole importanza per la sua
efficiente attività, per la vasta rete di simpatizzanti su
cui poteva contare e per il particolare contesto socio
economico in cui operava.
Il riconoscimento di una
fisionomia peculiare della colonna genovese, di un suo
rapporto stretto con la realtà in cui operava e che la
influenzava, rendendola diversa politicamente e militarmente
dalle altre strutture operanti in città differenti, fa
supporre che le colonne brigatiste fossero dotate di
sufficiente autonomia, tale da sviluppare caratteri
originali e specifici; ciononostante la struttura
apparentemente monolitica dell’organizzazione, la gerarchia
ferrea e la soggezione di tutte le sue articolazioni a un
progetto e ad una disciplina unitaria.
Quest’ipotesi suggerisce,
dunque, la possibilità di studiare e analizzare il fenomeno
brigatista, non più e non solo come fenomeno unitario, ma
partendo dalle sue strutture locali, ricostruendone la
storia e la fisionomia in relazione al contesto geografico,
sociale, politico ed economico in cui operavano.
Chiara Dogliotti
Cfr. Il caso Coco: processo a Giuliano Naria,
Milano, Collettivo Editoriale Librirossi, 1978; Comitato
genovese di informazione politica, Blitz, Genova,
Edizioni La Lanterna, 1979; I. Farè (a cura di),
L’ultimo processo. Patologia di un’istruttoria. Omicidio
Coco, imputato Giuliano Naria, Milano, Edizione
Milano Libri, 1980; G. Naria, In attesa di reato,
Spirali/Vel 1991.
Cfr. ad esempio S. Acquaviva, Terrorismo e guerriglia
in Italia, Edizioni Città Nuova, 1979; M. Belpoliti,
Settanta, Torino, Einaudi, 2001; F. Billi, Gli
anni della rivolta. 1960-1980: prima, durante e dopo il
'68, Edizioni Punto Rosso, 2001; G. Bocca, Il
terrorismo italiano 1970/1978, Milano, Rizzoli,
1978; M. Cavallini, Il terrorismo in fabbrica,
Roma, Editori Riuniti, 1978; P.
Feltrin, Il terrorismo di sinistra in Italia,
Firenze, Libreria Alfani, 1986;
M. Galleni, Rapporto sul terrorismo, Milano,
Rizzoli, 1981; G. Galli, Il partito armato,
Milano, Kaos, 1993; L. Manconi, Il discorso delle
armi: l’ideologia terrorista nel linguaggio delle
Brigate Rosse e Prima Linea, Roma, Edizioni Savelli,
198; L. Manconi, Vivere con il terrorismo,
Milano, Mondadori, 1980; V. Morelli, Anni di piombo,
Torino, SEI, 1988; G. Pasquino (a cura di), La prova
delle armi, Bologna Il Mulino, 1994;
A. Silj, Mai più senza fucile,
Firenze, Vallecchi, 1977; Soccorso Rosso, Brigate
Rosse, Milano, Feltrinelli, 1976; A. Spieze (a cura
di), 30 anni di BR, Roma, Multimedia, 2001; A.
Spieze (a cura di), 55 giorni di piombo, Roma,
Multimedia, 2000; N. Tranfaglia (a cura di), Crisi
sociale e mutamento dei valori, Tirrenia Stampatori,
1989; N. Tranfaglia, D. Novelli, Vite sospese,
Milano, Garzanti, 1988; S. Zavoli, La notte della
Repubblica, Milano, Oscar Mondadori, 1985.
Cfr. D. Della Porta, Terrorismo di sinistra,
Bologna, Il Mulino (Istituto Cattaneo), 1990; D. Della
Porta, M. Rossi, Cifre crudeli, Bologna, Il
Mulino (Istituto Cattaneo), 1984; R. Catanzaro (a cura
di), Ideologie movimenti terrorismo, Bologna, Il
Mulino, 1980; R. Catanzaro (a cura di), La politica
della violenza, Bologna, Il Mulino, 1990.
Cfr. soprattutto B. Balzerani, Compagna luna,
Feltrinelli, 1998; R. Curcio, A viso aperto. Vita e
memorie del fondatore delle BR, Milano, Mondadori,
1993; A. Franceschini, P. V. Buffa, F. Giustolisi,
Mara, Renato e io, Milano, Mondadori, 1998; M. Sossi,
Nella prigione delle BR, Milano Editoriale Nuova,
1979; G. Bianconi, Mi dichiaro prigioniero politico.
Storie delle Brigate rosse, Torino, Einaudi, 2003;
G. Bocca, Noi terroristi, Milano, Garzanti, 1985;
G. Pansa, Storie italiane di violenza e terrorismo,
Bari Laterza, 1980. Sempre per una visione soggettiva
del fenomeno è molto interessante la lunga intervista di
Carla Mosca e Rossana Rossanda a Mario Moretti: M.
Moretti, Brigate Rosse: una storia italiana,
Milano, Anabasi tascabili, 1994.
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