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L’idea alla
base del documentario è molto affascinante: mettere a
fuoco gli anni di piombo – con una particolare
attenzione per l’esperienza delle Brigate rosse –
ripercorrendo le varie tappe attraverso le quali il
cinema italiano si è occupato e ha cercato di raccontare
quel fenomeno. Capire in che modo quella straordinaria
cartina di tornasole dello stato d’animo di una nazione che
è l’industria cinematografica si è avvicinata a un periodo
storico eccezionale, che ha gettato le premesse dell’Italia
di oggi, per raccontarlo anche, e soprattutto, a chi non
c’era: intento difficilissimo, sia per la vicinanza
temporale di quei fatti, non ancora sedimentatisi
completamente nel grande contenitore della Storia, sia –
soprattutto – per la quantità e qualità di stati d’animo
contrastanti che ancora oggi quegli eventi sono in grado di
far emergere in quel poco che rimane della coscienza
collettiva del Paese. Di qui, appunto, la difficoltà di
mettere a fuoco quel frangente storico. Difficoltà che, a
nostro parere, nonostante la grande mole dei contributi
offerti, emerge anche da questo lavoro del giovane regista
Federico Greco (già autore di importanti documentari, tra i
quali un ottimo lavoro sulla carriere di Stankley Kubrick
Stanley and Us e in procinto di esordire con la sua
prima pellicola cinematografica, Road to L.) e di
Mazzino Montanari, docente di Storia e critica del cinema e
tra i responsabili della rivista di settore Close Up.
Fuori Fuoco,
per circa un’ora di visione, alterna frammenti di sei
pellicole che hanno affrontato l’argomento Brigate rosse (Il caso Moro,
La mia generazione,
La seconda volta,
Piazza delle
Cinque Lune,
Buongiorno notte,
La meglio gioventù) con i contributi di alcuni
protagonisti diretti (e indiretti) di quegli anni:
ribelli (Erri De Luca, Valerio Evangelisti, Pino Cacucci)
e rivoluzionari non pentiti né dissociati (Francesco
Piccioni, Geraldina Colotti e Pasquale Abatangelo) che
descrivono il contesto politico e sociale in cui maturarono
quelle scelte estreme e commentano i diversi modi in cui il
cinema italiano ha cercato, tra alterne fortune e con
risultati mai del tutto soddisfacenti, di raccontare quel
frangente storico. Il tutto stenta però a decollare, si
fatica a capire il significato ultimo dell’operazione, la
gran mole di materiale offerto galleggia tra un intento
documentario mai veramente approfondito e un (a tratti)
fastidioso tono comprensivo-assolutorio che trasforma il
rivoluzionario nella vittima o, peggio, nell’affascinante
figura del fuorilegge in stile spaghetti western.
Trapela dal
tutto un effetto-confusione che però non preclude la
possibilità di provare almeno a trarre qualche punto fermo.
Proviamo ad ipotizzarne alcuni, ad esempio:
-
Che il cinema italiano ha finora fallito nel
tentativo di descrivere e rivivere un momento storico di
straordinaria importanza e dalle eccezionali potenzialità
narrative. Probabilmente, per poter godere di una rilettura
davvero efficace di quegli anni dovremo aspettare i
contributi di una generazione del tutto estranea
anagraficamente agli eventi in oggetto.
-
Che, altrettanto probabilmente, per riuscire
davvero a mettere a fuoco quel periodo storico serviranno
ancora un po’ di anni, necessari a far sì che il
coinvolgimento emotivo dei protagonisti passi finalmente in
secondo piano rispetto alla ricostruzione storiografica del
fatti. Senza fastidiosi ricatti reciproci. Senza la sempre
più rivoltante e ipocrita contrapposizione
vittima-carnefice.
Giuliano Boraso
libri@brigaterosse.org |