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  Titolo: “Avvocato!”
   
  Autore: Alessandro Melano
  Marino Bronzino
   
  Testimonianze di: Giancarlo Caselli, Alberto Franceschini, Diego Novelli, Franzo Grande Stevens
   
  Produzione: Rai Trade – La Stampa
  Paese e Anno: Italia, 2007
  Durata: 73’
   

 

 

“Quella che segue è la ricostruzione di un processo unico nella storia della Giustizia italiana”. Inizia così, con questa essenziale quanto perfetta sintesi, il film-documentario di Alessandro Melano e Marino Bronzino in vendita in edicola da sabato 28 aprile con il quotidiano La Stampa (dvd al prezzo di € 9,90).

 

Gli undici imputati detenuti al processo nella prima udienza del maggio 1976

 

Un processo unico, appunto, quello al nucleo storico delle Brigate rosse iniziato a Torino nel maggio 1976: 46 imputati, undici dei quali detenuti (tra di essi Renato Curcio, Alberto Franceschini, Prospero Gallinari, Maurizio Ferrari), ai quali viene contestato – per la prima volta dal 1945 – il reato di “costituzione di banda armata finalizzata al sovvertimento violento dell’ordine democratico e delle sue istituzioni”. Basterebbero già queste scarne informazioni a fare di quel processo un evento eccezionale, qualcosa da ricordare a oltre trent’anni dal suo inizio e a trenta esatti da uno dei suoi momenti più drammatici: l’assassinio, il 28 aprile 1977, del Presidente dell’Ordine degli avvocati del Piemonte Fulvio Croce.

 

Renato Curcio

 

Ma quel processo rappresentò in realtà qualcosa di ancora più straordinario, non tanto dal punto di vista della cronaca giudiziaria, quanto per i problemi giuridici e per le implicazioni tecniche che sollevò: la condotta in aula degli imputati – decisi a scardinare le regole del processo borghese – si concretizzò infatti nel rifiuto di riconoscere allo Stato il diritto-dovere di giudicare, nella negazione tout court delle regole del sistema giudiziario borghese e nella messa in scena del primo “processo guerriglia” della storia repubblicana del Paese.

 

Prospero Gallinari legge in aula la rivendicazione dell’omicidio Coco

 

Iniziato nel maggio 1976, il processo contro il nucleo storico delle Brigate rosse si concluse oltre due anni più tardi, nel giugno 1978: in quei ventiquattro mesi l’offensiva del partito armato organizzò e mise in pratica quel salto di qualità che si sarebbe poi concretizzato in via Fani, il 16 marzo 1978. In quei ventiquattro mesi il processo di Torino subì infiniti rinvii e sospensioni: per la difficoltà, prima, a nominare i difensori d’ufficio degli imputati, continuamente sottoposti alle minacce e alle intimidazioni dei brigatisti. Per l’impossibilità, poi, di comporre la giuria popolare: dopo l’omicidio dell’avvocato Croce e in seguito a un’offensiva in continua escalation, i cittadini chiamati a farne parte declinavano sistematicamente l’invito, presentando alle cancellerie dei tribunali certificati di sindrome depressiva che, tradotti nel linguaggio corrente, attestavano dosi massicce di paura. Quella paura umana, pure e cristallina, che paralizza menti e gambe e al cospetto della quale non c’è ragion di Stato o senso civico che tenga.

 

Il corpo senza vita di Fulvio Croce, il Presidente dell’Ordine degli Avvocati della regione Piemonte assassinato dalle Brigate rosse il 28 aprile 1977

 

“Avvocato!” ricostruisce questa vicenda servendosi delle testimonianze di chi visse quegli interminabili giorni sulla propria pelle, indossando la toga, percorrendo mille volte al giorno i corridoi dei palazzi di giustizia, tra dubbi, paure, conflitti etici e deontologici, elaborazioni di lutti e dolore. Ne viene fuori uno strumento di memoria che ad averne di più saremmo tutti più contenti e sicuramente più consapevoli di quello che ha passato questo Paese nella sua storia dell’altro ieri.

 

 
La militante radicale Adelaide Aglietta che, estratta a sorte come componente della giuria popolare nel processo alle Brigate rosse, accettò l’incarico permettendo così la continuazione del processo.

 

Ce lo ricorda, ad esempio, Dante Notaristefano, all’epoca consigliere comunale della Democrazia cristiana e cancellerie presso la Procura generale di Torino. Anch’egli vittima, fortunatamente illesa, del delirio rivoluzionario di quegli anni. Sì, perché i soldati del partito armato riuscivano a vedere anche in uomini del genere dei simboli dello Stato oppressore da colpire, ma non potevano pensare che i loro progetti insurrezionali sarebbero naufragati anche per colpa di una ordinaria, banale borsa di pelle, la stessa a cui Notaristefano deve la vita, la stessa che conserva ancora gelosamente, con tanto di foro del proiettile in bella mostra. E allora capisci, d’un tratto, quanto è tragicomica a volte la rappresentazione verso l’esterno che diamo di noi stessi, delle nostre verità e convinzioni. Non a caso il documentario si chiude con le parole Antonio Rinaudo, pubblico ministero del processo contro gli esecutori dell’omicidio Croce. Parole amare, che ricordano come uccidere un uomo di oltre settantenni, nell’androne del palazzo a pochi scalini dal proprio ufficio di lavoro, alla spalle, altro non fu che una “azione blasfema, criminale”, e che di rivoluzionario aveva ben poco, nonostante i proclami e la prosopopea militante-militare che rivendicarono il gesto e i suoi presunti significati politici.

 

  

Giuliano Boraso

libri@brigaterosse.org

 

Ultima modifica di questa pagina: martedì, 01 maggio 2007 15.19

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