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“Quella che
segue è la ricostruzione di un processo unico nella storia
della Giustizia italiana”. Inizia così, con questa
essenziale quanto perfetta sintesi, il film-documentario di
Alessandro Melano e Marino Bronzino in vendita in edicola da
sabato 28 aprile con il quotidiano La Stampa (dvd al
prezzo di € 9,90).
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Gli
undici imputati detenuti al processo nella prima
udienza del maggio 1976 |
Un processo
unico, appunto, quello al nucleo storico delle Brigate rosse
iniziato a Torino nel maggio 1976: 46 imputati, undici dei
quali detenuti (tra di essi Renato Curcio, Alberto
Franceschini, Prospero Gallinari, Maurizio Ferrari), ai
quali viene contestato – per la prima volta dal 1945 – il
reato di “costituzione di banda armata finalizzata al
sovvertimento violento dell’ordine democratico e delle sue
istituzioni”. Basterebbero già queste scarne informazioni a
fare di quel processo un evento eccezionale, qualcosa da
ricordare a oltre trent’anni dal suo inizio e a trenta
esatti da uno dei suoi momenti più drammatici: l’assassinio,
il 28 aprile 1977, del Presidente dell’Ordine degli avvocati
del Piemonte Fulvio Croce.
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Renato Curcio |
Ma quel
processo rappresentò in realtà qualcosa di ancora più
straordinario, non tanto dal punto di vista della cronaca
giudiziaria, quanto per i problemi giuridici e per le
implicazioni tecniche che sollevò: la condotta in aula degli
imputati – decisi a scardinare le regole del processo
borghese – si concretizzò infatti nel rifiuto di riconoscere
allo Stato il diritto-dovere di giudicare, nella negazione
tout court delle regole del sistema giudiziario
borghese e nella messa in scena del primo “processo
guerriglia” della storia repubblicana del Paese.
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Prospero Gallinari legge in aula la
rivendicazione dell’omicidio Coco |
Iniziato
nel maggio 1976, il processo contro il nucleo storico delle
Brigate rosse si concluse oltre due anni più tardi, nel
giugno 1978: in quei ventiquattro mesi l’offensiva del
partito armato organizzò e mise in pratica quel salto di
qualità che si sarebbe poi concretizzato in via Fani, il 16
marzo 1978. In quei ventiquattro mesi il processo di Torino
subì infiniti rinvii e sospensioni: per la difficoltà,
prima, a nominare i difensori d’ufficio degli imputati,
continuamente sottoposti alle minacce e alle intimidazioni
dei brigatisti. Per l’impossibilità, poi, di comporre la
giuria popolare: dopo l’omicidio dell’avvocato Croce e in
seguito a un’offensiva in continua escalation, i cittadini
chiamati a farne parte declinavano sistematicamente
l’invito, presentando alle cancellerie dei tribunali
certificati di sindrome depressiva che, tradotti nel
linguaggio corrente, attestavano dosi massicce di paura.
Quella paura umana, pure e cristallina, che paralizza menti
e gambe e al cospetto della quale non c’è ragion di Stato o
senso civico che tenga.
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Il
corpo senza vita di Fulvio Croce, il Presidente
dell’Ordine degli Avvocati della regione Piemonte
assassinato dalle Brigate rosse il 28 aprile 1977 |
“Avvocato!”
ricostruisce questa vicenda servendosi delle testimonianze
di chi visse quegli interminabili giorni sulla propria
pelle, indossando la toga, percorrendo mille volte al giorno
i corridoi dei palazzi di giustizia, tra dubbi, paure,
conflitti etici e deontologici, elaborazioni di lutti e
dolore. Ne viene fuori uno strumento di memoria che ad
averne di più saremmo tutti più contenti e sicuramente più
consapevoli di quello che ha passato questo Paese nella sua
storia dell’altro ieri.
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La
militante radicale Adelaide Aglietta che, estratta a
sorte come componente della giuria popolare nel
processo alle Brigate rosse, accettò l’incarico
permettendo così la continuazione del processo. |
Ce lo
ricorda, ad esempio, Dante Notaristefano, all’epoca
consigliere comunale della Democrazia cristiana e
cancellerie presso la Procura generale di Torino. Anch’egli
vittima, fortunatamente illesa, del delirio rivoluzionario
di quegli anni. Sì, perché i soldati del partito armato
riuscivano a vedere anche in uomini del genere dei simboli
dello Stato oppressore da colpire, ma non potevano pensare
che i loro progetti insurrezionali sarebbero naufragati
anche per colpa di una ordinaria, banale borsa di pelle, la
stessa a cui Notaristefano deve la vita, la stessa che
conserva ancora gelosamente, con tanto di foro del
proiettile in bella mostra. E allora capisci, d’un tratto,
quanto è tragicomica a volte la rappresentazione verso
l’esterno che diamo di noi stessi, delle nostre verità e
convinzioni. Non a caso il documentario si chiude con le
parole Antonio Rinaudo, pubblico ministero del processo
contro gli esecutori dell’omicidio Croce. Parole amare, che
ricordano come uccidere un uomo di oltre settantenni,
nell’androne del palazzo a pochi scalini dal proprio ufficio
di lavoro, alla spalle, altro non fu che una “azione
blasfema, criminale”, e che di rivoluzionario aveva ben
poco, nonostante i proclami e la prosopopea
militante-militare che rivendicarono il gesto e i suoi
presunti significati politici.
Giuliano
Boraso
libri@brigaterosse.org |