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I nomi e i
riferimenti sono diversi, fittizi, di fantasia. Ma la
vicenda narrata è quella di Walter Tobagi, il giornalista
del «Corriere della Sera» ucciso dagli uomini e dalle donne
della Brigata XVIII marzo il 28 maggio 1980. Quella di
Walter Tobagi è una storia di cui ci siamo già più volte
occupati nelle pagine di questo sito, nella sezione «Libri»
e in quella «Br arte» dedicata ai documentari televisivi. È
una storia, pur tuttavia, che solo marginalmente sfiora
l’esperienza politica e militare delle Brigate rosse,
essendo invece molto più legata all’ambiente dell’eversione
diffusa post settantasettino. Le biografie degli uomini e
delle donne della Brigata XVIII marzo provenivano infatti
tutte da lì, da quella Milano rivoluzionaria che Vittorio
Sindoni tratteggia nel suo film in maniera severa,
evidenziandone i luoghi oscuri e le ambiguità, e mettendo in
luce soprattutto le neppure troppo malcelate connivenze di
certa borghesia milanese dell’epoca con i settori più
avanzati del sovversivismo giovanile. E se un pregio
possiede questa pellicola, esso consiste proprio
nell’assunzione di una precisa tesi di fondo, condivisibile
o meno, ma pur sempre chiara e priva di ambiguità: Walter
Tobagi fu ucciso sì materialmente da quattro rivoluzionari
da strapazzo, ma le condizioni del suo isolamento politico e
professionale – che favorirono la scelta di ucciderlo da
parte dei suoi carnefici – iniziarono a delinearsi ben prima
di quel 28 maggio 1980 e in un contesto (la redazione del «Corsera»
e le stanze del sindacato dei giornalisti) che poco
avrebbero dovuto aver a che fare con la rivoluzione e con la
P38.
Ma i meriti
del film, diciamolo subito, si fermano qui. Potremo anzi
citare anche la bella prova recitativa di un Sergio
Castelletto alle prime armi, capace di restituire in pieno
la pacatezza e l’intelligenza curiosa di Tobagi. Ma per il
resto, il film di Sindoni sembra rimanere vittima di tutti i
difetti del più modesto e dimesso cinema italiano: non
possiede quella forza di denuncia che ha fatto grandi tanti
film d’inchiesta made in Italy, si limita a una
ricostruzione approssimativa dei fatti resa ancora più
confusa, dal punto di vista storiografico, dalla necessità
di non poter utilizzare i nomi e i riferimenti dei veri
protagonisti del caso. Sul tutto domina una atmosfera
dimessa, priva di qualsiasi tipo di intuizione, una clima da
sceneggiato televisivo che non aiuta certo a elevare il
grado di coinvolgimento dello spettatore, né tantomeno a
stimolarne l’immedesimazione con quanto raccontato.
Ci mettiamo
nei panni del regista e degli sceneggiatori: la vicenda
Tobagi è una storia difficilissima da raccontare, tali,
tanti e di diversa natura sono gli elementi che ne fanno
parte e che ne determinano il drammatico esito. Tali e tante
sono le conoscenze che si dovrebbero dare per scontate da
parte dello spettatore. Certe storie, crediamo, potrebbero
essere rese in maniera efficace sul grande schermo solo se
la scelta dell’autore non pretendesse di ricostruirne gli
aspetti politici, ma scegliesse altre strade: la
ricostruzione di un ambiente, ad esempio, o la
valorizzazione del personaggio protagonista. Chi era Walter
Tobagi, che cos’era la Milano (e l’Italia) della seconda
metà degli anni Settanta. Spetterebbe invece ad altri
strumenti la ricostruzione politica dell’accaduto, come ha
fatto ad esempio la redazione del programma televisivo La
storia siamo noi in quello splendido documentario
intitolato
Perché Tobagi? Storia
di un giornalista scomodo.
A ognuno il
suo, quindi, senza intromissioni di campo. Senza escludere
poi la possibilità, quando se ne presenta l’occasione, di
fondere diversi strumenti per creare prodotti innovativi e
originali, capaci di valorizzare e amalgamare le
potenzialità creative della fiction con il rigore
storiografico del documentario.
Giuliano
Boraso
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