|
La cosa che
più di tutte manda in bestia il professor universitario
Antonio Sajevo (Nanni Moretti) è che Lisa Venturi (Valeria
Bruni Tedeschi), l’ex terrorista che dodici anni prima cercò
di ucciderlo, conficcandogli in testa una pallottola che sta
ancora lì, si è completamente dimenticata di lui al punto di
non riconoscerlo neppure quando i due si incontrano di
nuovo, faccia a faccia, a distanza di tanti anni. Succede
tutto casualmente: Sajevo vede la ragazza passeggiare per le
strade di una Torino invernale, mentre a bordo di un autobus
se ne sta tornando a casa tranquillo. Decide di scendere dal
mezzo e di pedinare l’ignara ragazza, per vedere che vita
conduce. Lisa è in regime di semi-libertà, ha già scontato
dieci dei trent’anni a cui è stata condannata per fatti di
terrorismo, lavora in un ufficio, conducendo una vita
apparentemente normale. Almeno fino alle 19.30 di ogni sera,
quando è costretta a rientrare in carcere e passarci la
notte.
L’incontro
con Lisa (o Adele, come la ragazza si presenta a Sajevo,
anch’egli sotto falsa identità) induce il professore a
tornare a riflettere su quegli anni: si reca in libreria e
compra alcuni titoli scritti da ex militanti, protagonisti
delle vicende del partito armato. Confessa alla sorella
tutta la sua rabbia nel constatare come quelle stesse
persone conducano oggi – come Lisa – una vita del tutto
normale, non solo grazie a un processo di rimozione spinto
alle estreme conseguenze (al punto che neppure riconoscono i
volti delle loro vittime), ma addirittura permettendosi il
lusso di pontificare sulle ragioni della loro scelta,
trovando spazio in pagine che qualche editore si prende pure
la briga di pubblicare. Sajevo dà così voce a tutte le
domande e i (ri)sentimenti a cavallo tra il rancore e
l’amarezza che albergano presumibilmente dentro ciascuna
delle vittime di quella stagione: e non è un caso che molti
abbiano visto nei pensieri del professore la libera
trasposizione cinematografica delle memorie di Sergio Lenci,
l’architetto romano vittima della brutale violenza di Prima
Linea, raccolte nel suo libro Colpo alla nuca
(Editori Riuniti).
Sajevo
vuole approfondire la conoscenza della ragazza, sembra
addirittura corteggiarla, fino a quando non le rivela la sua
vera identità, provocando in Lisa una reazione rabbiosa,
rovinandole il giorno del suo primo permesso premio e la
possibilità di recarsi a Bologna per incontrare i genitori.
Sembra impossibile un ulteriore avvicinamento tra i due,
fino a quando non è proprio Lisa a prendere l’iniziativa
accettando di parlare con Sajevo e di rispondere ai suoi
interrogativi. Che peraltro si risolveranno in un nulla di
fatto.
Il film si
chiude infatti con una dichiarazione di resa piuttosto
esplicita: nonostante gli anni trascorsi, nonostante un
contesto sociale e politico completamente mutato, e
nonostante la carnefice stia comunque scontando i suoi
errori (e in parte lo abbia già fatto), la distanza che
separa i due ex nemici rimane incolmabile. Le parole e le
opinioni dei due rimangono distanti ancora anni luce, la
sensazione che entrambi provano durante il loro colloquio è
quella di «sprecare del tempo», e Sajevo non riesce neppure
a mettere per iscritto quello che vorrebbe comunicare alla
giovane donna. Perché forse non sa neppure lui cosa dire, e
pensare. O perché forse la vittima non riesce a superare e
metabolizzare quel sentimento di rancore che preclude ogni
possibilità di dialogo. Insomma, la riappacificazione tante
volte invocata sembra non essere ancora possibile.
Anche in
virtù di questo messaggio conclusivo, di certo poco
edificante ma almeno onesto e coraggioso, La seconda
volta ci sembra una delle migliori pellicole che siano
mai state realizzate in riferimento alla stagione di piombo
vissuta dal nostro Paese. Calopresti sceglie un punto di
vista difficile e scivoloso come quello della vittima che
giudica il suo carnefice e, facendolo, rischia di cedere
alla tentazione della vendetta, della persecuzione punitiva
fine a sé stessa.
Il tutto
però è reso con grande rigore e senza alcuna concessione
alla retorica, risultato ottenuto grazie soprattutto ai
preziosi e indispensabili tentativi di contestualizzare la
vicenda attraverso i richiami ai processi di
ristrutturazione aziendale di fine anni Settanta, o
accennando – nel racconto che Lisa fa al professore sulle
origini della sua scelta – al carattere spesso casuale,
occasionale di certi comportamenti di allora e di scelte di
campo così radicali.
Giuliano
Boraso
libri@brigaterosse.org
|