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Quarta
pellicola di Gianni Amelio, questo ‘Colpire al cuore’ –
titolo fin troppo impegnativo ed ingombrante, c’è da
riconoscerlo – costituisce un episodio singolare nel
panorama della produzione cinematografica italiana attinente
alla tematica del terrorismo. Singolare ed isolato. Nessuno
infatti dopo Amelio ha voluto riprendere in mano il soggetto
del dramma di coscienza generazionale visto al contrario,
ovvero dal figlio al padre. Il film in esame è proprio
questo: una soggettiva morale del quindicenne Emilio nei
confronti del padre Dario, intellettuale di sinistra di
professione docente universitario. Dario viene pedinato con
sensibilità dalla camera di Amelio alla scoperta dei
contatti che il padre tiene con una coppia di terroristi, di
cui uno, Sandro, è suo allievo. In particolare, a stupire lo
schivo Emilio è la familiarità e la confidenza di Dario con
questo studente che lo è venuto a trovare nella loro casa di
campagna…stupore che diventa autentico sconvolgimento quando
scopre pochi giorni dopo quel giovane morto, a seguito di un
attentato di un gruppo di terroristi dei quali Sandro fa
parte a danno dei carabinieri. Emilio si trova di fronte ad
una decisione che, per quanto difficile, non esita a
considerare come la sola da prendere: portare immediatamente
alla polizia le foto da lui scattate al padre ed al giovane
terrorista durante la gita in campagna e comunicare alle
Autorità quanto conosce sull’identità della vittima. La sua
decisione – sua e di nessun altro, vista la distanza mentale
della madre, che non mette a conoscenza dell’accaduto –
provoca un profondo danno nei suoi rapporti col padre, che
improvvisamente lo guarda con un misto di fastidio e
sospetto, esplicitandogli un sentito rimprovero per
l’inutilità del suo gesto. La frattura umana ed
inevitabilmente giudiziaria deve ancora consumarsi, però.
Accade infatti che Emilio, individuata la ragazza che era
insieme a Sandro, ne scopre il nascondiglio e verifica anche
che Dario la sta aiutando a fuggire. Allora la sua
irreprensibilità lo porta fino alla fine della strada
intrapresa: i due, quel suo padre ambiguo e la donna
terrorista, vengono arrestati di fronte al suo sguardo di
ragazzo vigile e severo, che per fare il suo dovere ha
superato e spezzato i vincoli emotivi e parentali.
Il film
risulta di una notevole finezza, sia figurativa che
psicologica, questo è certo. Un eventuale giudizio sulla sua
validità deve comunque tener conto anche della
rielaborazione soggettiva che il regista ha compiuto,
partendo da una tematica di portata civile. Ecco che allora
viene da riconoscere all’opera, a fronte di un’assoluta
qualità sul piano finzionale, un altrettanto labile valore
oggettivo sul piano storico o documentaristico che dir si
voglia.
La scelta
sul vedere o non vedere il film va dunque compiuta a seconda
di quale dei due punti di vista si adotta come metro di
giudizio per un’opera audiovisiva a proposito del terrorismo
italiano. Se vogliamo deliberatamente evadere dal reale – o
comunque dal probabile – disimpegnandoci in uno spettacolo
di ricostruzione drammatica in cui s’affaccia perfino lo
spettro della decostruzione familiare, tematica borghese
cara al cinema totalmente privo di impegno civile - allora
‘Colpire al cuore’ è film di fascino non comune e permeato
di uno schematismo comportamentale che ne rende la visione
lineare (schematismo dove il figlio è l’Ordine e
l’Intransigenza, il padre il sostegno silenzioso e
strisciante di un Non Allineamento. Sostegno un po’
nostalgico e tuttavia pienamente inserito e riconosciuto da
quella società oggetto di un odio ormai velleitario. Sorge
però un dubbio: e se il figlio non agisse per senso di
giustizia, ma solo spinto da gelosia nei confronti del
legame giovanilistico del padre col terrorista?).
Al
contrario, se il nostro interesse è volto alla testimonianza
scevra di alleggerimenti spettacolari questo film è del
tutto inutile, apertamente lontano dai sentieri di ricerca e
sottilmente volto a gettare confusione laddove già ne
alberga non poca da decenni.
Forse
l’unico filo capace di riunire queste due visioni possibili
dell’opera è un’esclamazione che la leggenda vuole sia
sbottata dalle labbra di uno spettatore alla fine del film,
a sala ancora buia. “E’ Patrizio Peci da piccolo!” pare aver
detto il signore a proposito del protagonista Emilio. Come
dire: traditore del ‘padre terrorismo’ dal suo interno e
traditore del ‘padre genetico’ e del suo mondo morale pari
sono.
Essendo
questa una recensione del film, del prodotto finito e
destinato al consumo, non ci si dovrebbe privare di un
commento sulla recitazione del cast. Cast che conta due nomi
eccellenti, un Trintignant come sempre compassato e
pienamente a suo agio nel ruolo di Dario, uomo avvolto da
luci e ombre. Laura Morante è invece Giulia, la terrorista
che Dario aiuta a scappare prima dell’arresto finale. Una
curiosità: la Morante aveva interpretato l’anno precedente
il ruolo di una giovane operaia in un altro film flirtante
col terrorismo, “La tragedia di un uomo ridicolo” di
Bernardo Bertolucci (1981). Emilio, infine, è interpretato
in modo magistrale dal giovane Fausto Rossi, vincitore per
questo film del David di Donatello 1983.
Alessio
Spina
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