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  Titolo: Anni di piombo
  Regia: Margarethe Von Trotta
   
  Interpreti: Jutta Lampe
  Barbara Sukova
  Rudiger Vogler
   
  Paese: Repubblica Federale Tedesca
  Anno: 1981
  Durata: 103 Minuti
   
  Giudizio:
   

 

 

Gli “anni di piombo” a cui fa riferimento il titolo di questo bel film di Margharete Von Trotta (vincitore del Leone d’oro al Festival del cinema di Venezia nel 1981) sono quelli che sconvolsero la società tedesca nella seconda metà degli anni Settanta, quando la banda Baader-Meinhof (la leggendaria Rote Armee Fraktion) lanciò l’offensiva  rivoluzionaria contro i poteri politici ed economici della Germania Occidentale sull’onda di quanto stava accadendo anche in altri paesi dell’Europa atlantica. Anni di piombo, allo stesso tempo, tutto può essere considerato tranne che un film che racconta quella esperienza, a maggior ragione per il fatto che la stessa regista negò all’epoca qualsiasi fine documentaristico, qualsiasi intento da parte sua di spiegare il fenomeno terroristico. Anni di piombo è, prima di tutto, la storia di un difficile e controverso rapporto d’amore tra due sorelle, Juliane, giornalista radicale, e Marianne militante rivoluzionaria; un film che, attraverso il racconto di questo rapporto, intende gettare uno sguardo sulla società tedesca degli anni plumbei della lotta armata, scegliendo la dimensione privata per narrare una esperienza e un dramma collettivo.

Juliane e Marianne nella realtà altro non sono che Cristiane e Gudrun Esslin, quest’ultima vera militante rivoluzionaria appartenente alla Raf, “suicidatasi” in carcere nella celebre carneficina di Stammhein, il carcere di massima sicurezza nel quale, il 18 ottobre 1977, vennero rinvenuti i cadaveri di Andrea Baader, Jan Carle Raspe e della stessa Gudrun all’indomani dell’altrettanto celebre blitz con cui le teste di cuoio liberarono gli ostaggi di un aereo dirottato nell’aeroporto di Mogadisco da un commando della Raf. Margarethe Von Trotta si ispira alla storia delle sorelle Cristiane e Gudrun, al loro rapporto di amore-odio, di affetto-incomprensione; così Juliane, dopo la morte in carcere della sorella Mariane, rifiutando la tesi del “suicidio” combatterà per riabilitare la memoria della sorella (anche agli occhi del nipote Jan) e per confutare la falsa pista del suicidio. Così come fece Cristiane, che la regista conobbe durante i funerali della sorella e che tanto venne da lei affascinata da convincerla della validità e della necessità di un simile progetto.

Il film dovette superare difficoltà di ogni tipo, sia in fase di produzione che di distribuzione. Il governo tedesco si rifiutò di concedere i finanziamenti pubblici, poi arrivati solo grazie al coraggio di un funzionario che, in assenza del superiore, firmò il progetto per poi venire immediatamente licenziato. Il successo ottenuto a Venezia contribuì non poco a salvare la pellicola dal boicottaggio politico, decretandone l’affermazione internazionale. Certo, visto con gli occhi di oggi Anni di piombo può provocare quasi un effetto di straniamento, soprattutto nello spettatore ignaro di quanto accadde in quegli anni all’interno della società tedesca. Al di là di questo, però, il film mantiene inalterato un fascino oggettivo; per la bravura delle interpreti, innanzitutto, e per lo straordinario talento introspettivo dell’autrice che porta qui a compimento la sua personale trilogia dedicata alla condizine femminile al tramonto degli anni Settanta (gli altri due capitoli sono Il secondo risveglio di Christa Klages e Sorelle).

 

Come post scriptum una curiosità: sono in molti a sostenere che l’ormai celebre espressione “anni di piombo” che finì per identificare anche la nostra esperienza lottarmatista provenga proprio dal titolo di questo film.

Giuliano Boraso

 

 

Ultima modifica di questa pagina: lunedì, 23 aprile 2007 23.33

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