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Gli “anni
di piombo” a cui fa riferimento il titolo di questo bel film
di Margharete Von Trotta (vincitore del Leone d’oro al
Festival del cinema di Venezia nel 1981) sono quelli che
sconvolsero la società tedesca nella seconda metà degli anni
Settanta, quando la banda Baader-Meinhof (la leggendaria
Rote Armee Fraktion) lanciò l’offensiva rivoluzionaria
contro i poteri politici ed economici della Germania
Occidentale sull’onda di quanto stava accadendo anche in
altri paesi dell’Europa atlantica. Anni di piombo,
allo stesso tempo, tutto può essere considerato tranne che
un film che racconta quella esperienza, a maggior ragione
per il fatto che la stessa regista negò all’epoca qualsiasi
fine documentaristico, qualsiasi intento da parte sua di
spiegare il fenomeno terroristico. Anni di piombo è,
prima di tutto, la storia di un difficile e controverso
rapporto d’amore tra due sorelle, Juliane, giornalista
radicale, e Marianne militante rivoluzionaria; un film che,
attraverso il racconto di questo rapporto, intende gettare
uno sguardo sulla società tedesca degli anni plumbei della
lotta armata, scegliendo la dimensione privata per narrare
una esperienza e un dramma collettivo.
Juliane e
Marianne nella realtà altro non sono che Cristiane e Gudrun
Esslin, quest’ultima vera militante rivoluzionaria
appartenente alla Raf, “suicidatasi” in carcere nella
celebre carneficina di Stammhein, il carcere di massima
sicurezza nel quale, il 18 ottobre 1977, vennero rinvenuti i
cadaveri di Andrea Baader, Jan Carle Raspe e della stessa
Gudrun all’indomani dell’altrettanto celebre blitz con cui
le teste di cuoio liberarono gli ostaggi di un aereo
dirottato nell’aeroporto di Mogadisco da un commando della
Raf. Margarethe Von Trotta si ispira alla storia delle
sorelle Cristiane e Gudrun, al loro rapporto di amore-odio,
di affetto-incomprensione; così Juliane, dopo la morte in
carcere della sorella Mariane, rifiutando la tesi del
“suicidio” combatterà per riabilitare la memoria della
sorella (anche agli occhi del nipote Jan) e per confutare la
falsa pista del suicidio. Così come fece Cristiane, che la
regista conobbe durante i funerali della sorella e che tanto
venne da lei affascinata da convincerla della validità e
della necessità di un simile progetto.
Il film
dovette superare difficoltà di ogni tipo, sia in fase di
produzione che di distribuzione. Il governo tedesco si
rifiutò di concedere i finanziamenti pubblici, poi arrivati
solo grazie al coraggio di un funzionario che, in assenza
del superiore, firmò il progetto per poi venire
immediatamente licenziato. Il successo ottenuto a Venezia
contribuì non poco a salvare la pellicola dal boicottaggio
politico, decretandone l’affermazione internazionale. Certo,
visto con gli occhi di oggi Anni di piombo può
provocare quasi un effetto di straniamento, soprattutto
nello spettatore ignaro di quanto accadde in quegli anni
all’interno della società tedesca. Al di là di questo, però,
il film mantiene inalterato un fascino oggettivo; per la
bravura delle interpreti, innanzitutto, e per lo
straordinario talento introspettivo dell’autrice che porta
qui a compimento la sua personale trilogia dedicata alla
condizine femminile al tramonto degli anni Settanta (gli
altri due capitoli sono Il secondo risveglio di Christa
Klages e Sorelle).
Come
post scriptum una curiosità: sono in molti a sostenere
che l’ormai celebre espressione “anni di piombo” che finì
per identificare anche la nostra esperienza lottarmatista
provenga proprio dal titolo di questo film.
Giuliano
Boraso
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