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Walter Alasia - "Luca"

(Milano, 12 settembre 1956 – Milano, 15 dicembre 1976)

 

 

A raccontare la storia di Walter Alasia c’ha pensato un bel libro di Giorgio Manzini, Indagine su un brigatista rosso (Einaudi, 1978). Ogni storia delle Brigate rosse che si rispetti dedica alla figura di Alasia qualcosa di più che un semplice riferimento. Così come le memorie dei grandi capi (da Renato Curcio con A viso aperto a Mario Moretti con Brigate rosse. Una storia italiana) hanno sempre avuto un occhio di riguardo per il giovane ‘Luca’, morto a 21 anni, nel cortile della casa dei genitori e del fratello maggiore Oscar, in via Leopardi a Sesto San Giovanni, Milano, la Stalingrado d’Italia. Ad aprire il fuoco è Alasia che, prima di tentare la fuga, uccide il vice questore Vittorio Padovani (47 anni) e il maresciallo Sergio Bazzega (32 anni), per poi essere a sua volta raggiunto dal fuoco delle forze dell’ordine.

 

A Walter Alasia verrà intitolata, inoltre, la colonna milanese delle Brigate rosse, la stessa che – di lì a qualche anno, nel 1980 – produrrà la prima scissione interna al Partito armato. E i militanti dei Comitati Comunisti Rivoluzionari lo onoreranno così, dalle pagine del quotidiano «Lotta continua», il giorno del suo funerale:

 

La lotta di classe è fatta anche di morti, come di morti è fatto il mondo del lavoro salariato a cui siamo costretti per vivere (sei operai ogni giorno muoiono sul luogo di lavoro). A volte muoiono anche i nemici degli operai. Ognuno piange i suoi […] Il vero terrorismo è quello economico che fanno i padroni, è quello della stampa, è quello che cinquanta poliziotti armati di mitra hanno fatto a Sesto […] Il terrorismo l’ha fatto la polizia nei confronti di tutti noi. Walter ha risposto col fuoco: possiamo essere d’accordo o no con lui, ma il terrorismo contro gli operai non è stato il suo, ma quello dello Stato e dei suoi uomini armati, è quello che si attua con scioperi come quello di oggi, che mettono operai e padroni insieme per difendere solo il potere e chi lo detiene; cioè quelli che nella storia passata e di oggi ammazzano operai e contadini in lotta. Salutiamo il compagno Walter, militante comunista.

 

Eppure Walter non è mai stato un capo, un leader, né si è distinto, fino a quella notte tra il 14 e il 15 dicembre 1976, per particolari abilità politiche e/o militari. Neppure la sua vita precedente, quella pubblica, quella di militante di Lotta Continua, è caratterizzata da episodi salienti. Walter è un giovane come tanti altri, tantissimi, uno di quelli che sceglie il salto in avanti nella clandestinità e nella lotta armata. Uno di quelli che si è stancato delle parole e che, di fronte alla crisi del gruppismo extraparlamentare, sceglie la via delle armi.

E tutta l’attenzione postuma dedicata al compagno Walter si spiega proprio per questo suo essere quasi una figura emblematica di quella seconda generazione di militanti rivoluzionari che, formatisi fuori e oltre le parole d’ordine del ’68, si sono affacciati alla politica fin da giovanissimi, molti non ancora maggiorenni, andando a ingrossare le fila dei servizi d’ordine di questo o quel gruppo extraparlamentare, formati dalle parole d’ordine dell’antifascismo militante e finiti contro il muro delle delusioni elettorali del biennio 1975-’76. Giovani e giovanissimi che entreranno in massa tra le fila del combattimento diffuso e che, a partire dal 1977, contribuiranno a incendiare la prateria. Lo ricorda e li ricorda così Mario Moretti (Brigate rosse, una storia italiana, pp. 86-87):

«Walter era un compagno molto giovane, quasi un ragazzo, con una intelligenza non comune delle tensioni sociali di quegli anni. Veniva da una famiglia di operai di Sesto San Giovanni, gente del Pci. Erano un mucchio i ragazzi della sua età e della sua provenienza che ci giravano attorno. E anche se erano studenti, tendevano a prendere subito un punto di vista rigidamente operaio. Per Walter era ancora più naturale, vista la sua origine. […] L’ho conosciuto bene. Li conoscevo quasi tutti, i compagni».

«Lotta continua» racconta così i funerali di ‘Luca’: «È stato un funerale molto triste, ma un funerale a un compagno. Walter non è stato seppellito come la borghesia seppellisce i delinquenti e si è potuto rompere il muro di isolamento in cui volevano costringere il dolore dei genitori. Sono arrivati messaggi di solidarietà dalla fabbrica del padre (l’Ortofrigo) e da quella della madre (Pirelli); e poi ci sono i vicini di casa e gli amici di Walter che non li hanno lasciati soli. Per tutti la preoccupazione più importante è proprio questa: far capire che Walter era un compagno, un compagno che ha sbagliato, ma pur sempre un compagno».

 

Giuliano Boraso

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Ultima modifica di questa pagina: lunedì, 08 ottobre 2007 18.46

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