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A raccontare la storia di
Walter Alasia c’ha pensato un bel libro di Giorgio Manzini,
Indagine su
un brigatista rosso (Einaudi, 1978). Ogni
storia delle Brigate rosse che si rispetti dedica alla
figura di Alasia qualcosa di più che un semplice
riferimento. Così come le memorie dei grandi capi (da Renato
Curcio con
A viso aperto
a Mario Moretti con
Brigate
rosse. Una storia italiana) hanno sempre
avuto un occhio di riguardo per il giovane ‘Luca’, morto a
21 anni, nel cortile della casa dei genitori e del fratello
maggiore Oscar, in via Leopardi a Sesto San Giovanni,
Milano, la Stalingrado d’Italia.
Ad aprire
il fuoco è Alasia che, prima di tentare la fuga, uccide il
vice questore Vittorio Padovani (47 anni) e il maresciallo
Sergio Bazzega (32 anni), per poi essere a sua volta
raggiunto dal fuoco delle forze dell’ordine.
A Walter Alasia verrà
intitolata, inoltre, la colonna milanese delle Brigate
rosse, la stessa che – di lì a qualche anno, nel 1980 –
produrrà la prima scissione interna al Partito armato. E i
militanti dei Comitati Comunisti Rivoluzionari lo onoreranno
così, dalle pagine del quotidiano «Lotta continua», il
giorno del suo funerale:
La lotta di classe è fatta
anche di morti, come di morti è fatto il mondo del lavoro
salariato a cui siamo costretti per vivere (sei operai ogni
giorno muoiono sul luogo di lavoro). A volte muoiono anche i
nemici degli operai. Ognuno piange i suoi […] Il vero
terrorismo è quello economico che fanno i padroni, è quello
della stampa, è quello che cinquanta poliziotti armati di
mitra hanno fatto a Sesto […] Il terrorismo l’ha fatto la
polizia nei confronti di tutti noi. Walter ha risposto col
fuoco: possiamo essere d’accordo o no con lui, ma il
terrorismo contro gli operai non è stato il suo, ma quello
dello Stato e dei suoi uomini armati, è quello che si attua
con scioperi come quello di oggi, che mettono operai e
padroni insieme per difendere solo il potere e chi lo
detiene; cioè quelli che nella storia passata e di oggi
ammazzano operai e contadini in lotta. Salutiamo il compagno
Walter, militante comunista.
Eppure Walter non è mai stato
un capo, un leader, né si è distinto, fino a quella notte
tra il 14 e il 15 dicembre 1976, per particolari abilità
politiche e/o militari. Neppure la sua vita precedente,
quella pubblica, quella di militante di Lotta Continua, è
caratterizzata da episodi salienti. Walter è un giovane come
tanti altri, tantissimi, uno di quelli che sceglie il salto
in avanti nella clandestinità e nella lotta armata. Uno di
quelli che si è stancato delle parole e che, di fronte alla
crisi del gruppismo extraparlamentare, sceglie la via delle
armi.
E tutta l’attenzione postuma
dedicata al compagno Walter si spiega proprio per questo suo
essere quasi una figura emblematica di quella seconda
generazione di militanti rivoluzionari che, formatisi fuori
e oltre le parole d’ordine del ’68, si sono affacciati alla
politica fin da giovanissimi, molti non ancora maggiorenni,
andando a ingrossare le fila dei servizi d’ordine di questo
o quel gruppo extraparlamentare, formati dalle parole
d’ordine dell’antifascismo militante e finiti contro il muro
delle delusioni elettorali del biennio 1975-’76. Giovani e
giovanissimi che entreranno in massa tra le fila del
combattimento diffuso e che, a partire dal 1977,
contribuiranno a incendiare la prateria. Lo ricorda e li
ricorda così Mario Moretti (Brigate rosse, una storia
italiana, pp. 86-87):
«Walter era un compagno molto
giovane, quasi un ragazzo, con una intelligenza non comune
delle tensioni sociali di quegli anni. Veniva da una
famiglia di operai di Sesto San Giovanni, gente del Pci.
Erano un mucchio i ragazzi della sua età e della sua
provenienza che ci giravano attorno. E anche se erano
studenti, tendevano a prendere subito un punto di vista
rigidamente operaio. Per Walter era ancora più naturale,
vista la sua origine. […] L’ho conosciuto bene. Li conoscevo
quasi tutti, i compagni».
«Lotta continua» racconta così
i funerali di ‘Luca’: «È stato un funerale molto triste, ma
un funerale a un compagno. Walter non è stato seppellito
come la borghesia seppellisce i delinquenti e si è potuto
rompere il muro di isolamento in cui volevano costringere il
dolore dei genitori. Sono arrivati messaggi di solidarietà
dalla fabbrica del padre (l’Ortofrigo) e da quella della
madre (Pirelli); e poi ci sono i vicini di casa e gli amici
di Walter che non li hanno lasciati soli. Per tutti la
preoccupazione più importante è proprio questa: far capire
che Walter era un compagno, un compagno che ha sbagliato, ma
pur sempre un compagno».
Giuliano Boraso
libri@brigaterosse.org
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