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Il corpo
senza vita di Roberto Peci, fratello di
Patrizio,
viene ritrovato nei pressi di una discarica di rifiuti in
via Fosso dello Statuario, nella periferia della capitale. È
il 3 agosto 1981 e da 54 giorni Roberto è prigioniero delle
Brigate rosse - Fronte carceri, ala dissidente del Partito
armato che di lì a poco – sotto la guida di
Giovanni Senzani – avrebbe dato vita alle
Brigate rosse – Partito della guerriglia.
Roberto
Peci milita nel Comitato marchigiano delle Br dall’estate
1976 al gennaio 1977, quando viene arrestato una prima volta
in seguito a un ritrovamento di armi e documenti avvenuto in
una abitazione di San Benedetto lasciata in custodia dal
proprietario al signor Antonio Peci, padre di Patrizio e
Roberto: è in quella casa che il Comitato marchigiano teneva
nascosto il suo arsenale, tre pistole e un mitra Sten. Dopo
la scoperta, Patrizio si dà latitante e fugge a Milano
mentre per Roberto si aprono, per pochi giorni, le porte del
carcere. Quanto basta, comunque, per indurre Roberto a
fornire agli inquirenti qualche nome utile alle indagini e
per convincerlo ad abbandonare certe frequentazioni e certe
velleità rivoluzionarie.
Il 26
ottobre 1979 Roberto è tratto agli arresti una seconda
volta, con una accusa questa volta più grave: aver
partecipato, tre anni prima, all’irruzione nella sede
anconetana della Confai (l’Associazione delle piccole e
medie imprese). Ad accusarlo, un militante dell’autonomia
marchigiana consegnatosi spontaneamente ai Carabinieri nel
giugno 1979. Anche questa volta, però, la sua permanenza in
carcere è piuttosto breve: Roberto viene scarcerato dopo
alcuni giorni di detenzione.
Viene
rapito il 10 giugno 1981, al numero 6 di via Boito, a San
Benedetto, da un commando di quattro uomini. Il suo
sequestro è scandito da 7 comunicati nei quali, tra le altre
cose, si delinea anche l’accusa rivolta al prigioniero. A
Roberto le Br – Fronte delle carceri imputano di aver
tradito in entrambe le occasioni dei suoi arresti: la prima
volta, nel gennaio ’77, denunciando otto compagni, la
seconda – a Fossombrone – patteggiando con i Carabinieri un
primo arresto del fratello Patrizio, presumibilmente
avvenuto nel dicembre ’79, durante il quale Patrizio avrebbe
accettato di tornare in libertà con il ruolo di “talpa”
dentro la colonna torinese. Fino al suo secondo e definitivo
arresto del 19 febbraio 1980, in compagnia di Rocco
Micaletto, e la successiva decisione di collaborare con gli
inquirenti.
La teoria
del «doppio arresto» di Patrizio Peci non troverà mai
riscontro, né in ambito giudiziario né in ambito
storiografico. Roberto Peci viene sequestrato, interrogato e
ucciso come puro e semplice atto di rappresaglia in stile
mafioso per punire la collaborazione del fratello Patrizio.
L’intero
interrogatorio a cui viene sottoposto Roberto è filmato dai
suoi due carcerieri, Giovanni Senzani e Roberto Buzzati. A
essere impresso su pellicola super-8 è anche il momento
dell’esecuzione, avvenuta con 11 colpi di arma da fuoco.
La storia
del sequestro di Roberto Peci è stata ricostruita da
Giorgio Guidelli nel libro
Operazione
Peci. Storia di un sequestro mediatico.
Giuliano Boraso
libri@brigaterosse.org
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