|
Renato
Curcio nasce il 23 Settembre 1941 a Monterotondo (Roma),
figlio di una giovane pugliese emigrata a Roma, Jolanda
Curcio, e di Renato Zampa, ufficiale dell'Esercito, che
abbandona la donna mentre lei è ancora incinta.
Poco dopo
la nascita, Curcio è affidato dalla madre ad una famiglia di
Torre Pellice, paesino montano del piemontese ove vivono i
suoi fratelli. Qui, Renato trascorre un'infanzia tranquilla,
frequentando le scuole elementari del paese.
Ma,
terminate le elementari, la madre decide di riportarlo a
Roma, per farlo studiare nel collegio di preti Don Bosco,
presso il quartiere di Centocelle, dal quale Renato fugge
varie volte, nauseato dalla gelida atmosfera di quella
scuola. Bocciato, si trasferisce nuovamente, questa volta
con destinazione Imperia, affidato ad una nuova famiglia. Ma
il trauma per l'ennesimo spostamento si fa sentire, e Renato
viene nuovamente bocciato; iscritto ad una scuola di
avviamento, il timore di finire in una casa di correzione lo
porta ad applicarsi maggiormente nello studio, cosicché a 15
anni consegue finalmente la licenza.
A questo
punto, Curcio decide di cominciare a lavorare, ed il padre
gli trova un posto come ascensorista all'Hotel Cavalieri di
Milano: questa soddisfacente esperienza, a cui Renato
affianca lo studio delle lingue presso la Berlitz School,
dura circa un anno, fino a quando non decide di seguire la
madre a San Remo, ove Jolanda ha appena rilevato una
pensioncina. Su insistenza della madre, Renato riprende gli
studi e s'iscrive, quasi casualmente, ad un Istituto per
periti chimici, dal quale esce cinque anni dopo con un
diploma e una media-voto molto alta.
Siamo
nell'Autunno del 1961, ed una volta ottenuto il diploma a
Renato viene offerto un posto alla Pirelli-Bicocca di
Milano; tuttavia, causando con ciò una notevole delusione
nella madre, Renato rifiuta il posto: sente un
insopprimibile bisogno di staccarsi dal suo passato, e di
affrontare un'esperienza nuova, diversa.
Pertanto,
Curcio parte per Genova, dove passa un anno estremamente
difficile, arrangiandosi tra lavoretti saltuari e piccoli
espedienti, e sfiorando l'alcolismo. Nel Giugno '62 decide
di tentare un'esperienza ancora diversa: l'università. Così
giunge a Trento, dove è stato istituito un corso in
Sociologia, per decisione dei dirigenti democristiani
locali, con l'appoggio dell'influente leader di partito
Flaminio Piccoli; grazie all'ottimo diploma di cui è in
possesso, Curcio ottiene una borsa di studio, e trova lavoro
presso un albergo, il "Panorama". A Trento, il primo Anno
Accademico di Renato comincia nell'Autunno '63, e
nell'ateneo di sociologia il futuro leader BR ha la
possibilità di conoscere studenti politicizzati come Mauro
Rostagno o Marco Boato, con i quali stringe una forte
amicizia. Con lo stesso Rostagno, Curcio fonda una Comune in
riva all'Adige, nella quale organizza una serie di corsi
alternativi a quelli ufficiali promossi dall'Università; la
Comune è frequentata anche da Margherita Cagol, della quale
Renato subito s'innamora.
Sono anche
gli anni del Movimento Studentesco; per gli studenti dell'ISSS
di Trento, la prima mobilitazione è d'ispirazione
corporativa: l'occupazione del Febbraio 1966 è infatti il
frutto della radicale protesta contro il progetto di
trasformazione del corso di laurea in Sociologia in facoltà
di Scienze Politiche. Nel Marzo 1967 si svolge un'imponente
manifestazione di solidarietà con il Vietnam, già soffia il
vento del Sessantotto. Ecco alcuni significativi passaggi
del documento che Rostagno e Curcio redigono per lanciare
l'idea della "Università negativa": "L'università è uno
strumento di classe. Essa, a livello ideologico, ha la
funzione di produrre e di trasmettere un'ideologia
particolare - quella della classe dominante - che presenta
invece come conoscenza obiettiva e scientifica, e delle
attitudini-comportamenti particolari - quelli della classe
dominante - che presenta invece come necessari e universali.
Alle volte, però, gli strumenti tecnici non sono sufficienti
a mantenere lo status-quo. È il caso in cui frange non
integrate turbano la quiete manipolata dell'universo
politico…". Ancora: "…noi formuliamo come ipotesi
generale che vi sia ancora la possibilità concreta di un
rovesciamento radicale del sistema a capitalismo maturo
attraverso nuove forme di lotta di classe interna ed
esterna…e lanciamo l'idea di un'Università negativa che
riaffermi nelle università ufficiali, ma in forma
antagonistica ad esse la necessità di un pensiero teorico,
critico e dialettico, che denunci ciò che gli imbonitori
mercenari chiamano 'ragione' e ponga quindi le premesse di
un lavoro politico creativo, antagonista e alternativo…ad un
uso capitalistico della scienza bisogna opporre un uso
socialista delle tecniche e dei metodi più avanzati…".
Ma è notevole anche l'attenzione verso il mondo sindacale,
infatti "…il nostro interesse per il mondo studentesco
non implica evidentemente una sopravvalutazione dello
stesso. Il corpo studentesco non può, a nostro avviso, in
alcun modo essere considerato alla stregua di una 'classe',
i cui interessi siano oggettivamente e potenzialmente
antagonistici all'attuale formazione economico sociale…",
occorre "…'sottrarre' al flusso tecnocratico potenziale
forze antagoniste (antiprofessionisti) per affiancarlo non
episodicamente alle altre forze antagoniste nella nostra
società…"; la contestazione ha un'evidente connotazione
antimperialista, lo si può dedurre dal passo in cui si
afferma che "…solo il rovesciamento dello Stato
permetterà una reale ristrutturazione del sistema
d'insegnamento…lo studente deve…agire, in una prospettiva di
lungo periodo, per la formazione di un movimento
'rivoluzionario' delle classi subalterne…". Il 1968
comincia con l'occupazione di 67 giorni, e con l'Università
presidiata dall'esercito; tuttavia, nei loro documenti,
Curcio e Rostagno evidenziano come il salto di qualità in
senso rivoluzionario non sia ancora possibile: "…questo
non è un momento rivoluzionario, ma prerivoluzionario, e
quindi non è un momento in cui si pone immediatamente il
problema della presa del potere, ma l'organizzazione di un
lavoro politico…non è l'esempio cubano, ma l'esempio cinese,
quello che abbiamo di fronte, cioè non è possibile
l'organizzazione dell'isola felice con due anni di lotta, ma
è possibile attraverso 40 anni di resistenza…", ma
certamente è posta in primo piano, ancor più che in
precedenza, l'esigenza di far convergere lotte studentesche
e operaie, giacché si pone la
"…necessità di un salto politico dal 'collegamento' alla
'convergenza' di esso, sia a livello tattico che
strategico…".
Il gruppo
di Curcio, dal 1967, collabora anche alla rivista "Lavoro
politico", nata sotto l'influenza cattolica, ma che presto
diviene un punto di riferimento per la sinistra più
radicale, d'ispirazione marxista-leninista-maoista.
Usciranno nove numeri, quindi la redazione entra in blocco
nel Partito Comunista d'Italia.
Ma al
termine del primo ciclo di lotte, l'ideologia divide Curcio
dagli altri (chi aderisce al PCI, chi alla sinistra
cattolica, ecc.); tuttavia, un anno dopo ci si ritrova tutti
nuovamente nella Comune: e comincia il secondo ciclo di
lotte, quello della cosiddetta "Università critica"; i
contro-corsi precedentemente tenuti da Curcio ed altri
presso la Comune, sulla spinta di Alberoni divengono dei
veri e propri corsi di laurea. In questo periodo, alcuni
avvenimenti fanno però maturare in Renato e Mara l'idea di
un "salto di qualità": i tragici fatti di Battipaglia, le
occupazioni alla FIAT; ma soprattutto l'incontro con
Raffaele De Mori, leader dei CUB Pirelli, è decisivo per la
svolta brigatista di Curcio, che comprende come i tempi per
lo scontro di classe siano ormai maturi, e decide di partire
per Milano, l'area delle grandi fabbriche, non prima, però,
di aver sposato Margherita, all'alba del 1 Agosto 1969. Dopo
un brevissimo viaggio di nozze in Val Pellice, il 15 Agosto
la coppia dei futuri fondatori delle Brigate Rosse è già a
Milano, pronta per cominciare il "lavoro politico" alla
Pirelli.
Una volta
giunti nel capoluogo lombardo, Curcio e la Cagol allacciano
contatti con diversi operai e tecnici delle fabbriche
lombarde, tra cui Mario Moretti,
Pierluigi Zuffada e
Carletta Brioschi, tutti confluiti nelle Brigate Rosse; da
Reggio Emilia, si trasferisce a Milano un gruppetto di
dissidenti della Federazione Giovanile Comunista, che hanno
fondato all'inizio dell'anno il "Collettivo politico
operai-studenti": tra costoro si distinguono
Alberto Franceschini, Loris Paroli,
Roberto Ognibene,
Prospero Gallinari. Ma è dall'incontro di Curcio con Corrado Simioni,
leader di un collettivo operai-studenti, che scaturisce la
proposta di raccogliere le forze e di costituire un luogo
unico, un collettivo in cui convergano tutte le diverse
esperienze di quei giovani rivoluzionari: è così che nasce,
l'8 Settembre 1969, il Collettivo Politico Metropolitano,
che si riunisce nel vecchio teatro in disuso di Via
Curtatone. Nei primi tempi, l'atmosfera tra i militanti del
CPM è molto distesa, il Collettivo non è soltanto un
laboratorio di analisi e di iniziativa politica, ma è
soprattutto un grande calderone dell'estrema sinistra, in
cui si tengono corsi di teatro, di grafica, di canto; le
cose cambieranno, drasticamente, dal 12 Dicembre 1969, data
tristemente nota per l'esplosione di un ordigno mortale (che
provoca 17 vittime) nei pressi della Banca dell'Agricoltura,
a Piazza Fontana. La repressione comincia a farsi sentire
anche sulla pelle di Curcio e compagni, che sino a quel
momento avevano svolto la propria attività politica senza
preoccuparsi di prendere alcuna precauzione contro eventuali
infiltrazioni di provocatori fascisti o di poliziotti: è
giunto il momento della svolta, per andare avanti occorre
attrezzarsi di conseguenza. Dai primi documenti del CPM
(redatti principalmente dallo stesso Curcio e da Simioni)
emergono alcuni elementi estremamente interessanti, in primo
luogo una radicale critica rispetto alle organizzazioni
partitiche e sindacali tradizionali: "…nell'attuale
momento politico il movimento spontaneo delle masse…tende a
porre il problema dei suoi bisogni reali fuori dagli schemi
imposti dalle organizzazioni tradizionali del movimento
operaio. La lotta di classe non è più contenibile nei
confini del sindacalismo, del revisionismo…e si pone come
lotta di classe per il potere…". Il Collettivo si
inserisce dunque nel solco dell'autonomia operaia, ma al
contempo avanza una profonda critica al "gruppismo", messo
in crisi dalla ristrutturazione capitalistica, che vuole
dirigere nel sociale le lotte spontanee di fabbrica; i
gruppi devono dunque, per sopravvivere, superare la fase
spontaneistica e settaria, per contrapporre alla politica
delle organizzazioni tradizionali "…una seria prospettiva
di classe…". Evidentemente, se la prospettiva deve
essere quella della presa del potere, la lotta di classe non
può che manifestarsi come "lotta armata di popolo",
che si pone come necessità a fronte della violenza del
sistema dominante; pertanto "…la violenza rivoluzionaria
non è un fatto soggettivo, non è un'istanza morale: essa è
imposta da una situazione che è ormai strutturalmente e
sovrastrutturalmente violenta. Per questo la sua pratica
organizzata è ormai un parametro di discriminazione…lo
scontro violento è una necessità intrinseca necessaria,
sistematica e continua dello scontro di classe.".
Per
sviluppare più organicamente i suddetti temi, alla fine
dell'anno viene indetto a Chiavari - presso il pensionato
Stella Maris - un convegno cui partecipano una sessantina di
delegati del CPM: per la prima volta, l'ipotesi di passare
alla lotta armata viene discussa compiutamente. Frutto del
convegno è il noto "libretto giallo", un documentone di 28
pagine dal titolo "Lotta sociale e organizzazione nella
metropoli" dall'indubbio valore teorico, nel quale,
sulla base dell'esperienza politica accumulata in anni di
lotte, viene elaborata una minuziosa analisi rispetto alle
prospettive future del movimento, un movimento che
"…esprime, in forme ancora embrionali e parziali (spontanee,
appunto), una contraddizione antagonistica con il sistema
generale di sfruttamento economico, politico, culturale…".
Estremamente interessante la definizione offerta per la
categoria "autonomia proletaria": essa è "…il movimento
di liberazione del proletariato dall'egemonia complessiva
della borghesia, e coincide con il processo rivoluzionario.
In questo senso…è…una categoria politica del marxismo
rivoluzionario, alla luce della quale valutare la
consistenza e la direzione di un movimento di massa.
Autonomia da: istituzioni politiche borghesi…, istituzioni
economiche…, istituzioni culturali…, istituzioni
normative….Autonomia per: l'abbattimento del sistema globale
di sfruttamento e la costruzione di un'organizzazione
sociale alternativa.". La lotta dell'autonomia
proletaria deve diventare sociale, superando così le
posizioni operaiste e studentiste tipiche dei gruppi
extraparlamentari: "…la socializzazione delle lotte si
presenta con tutta la sua pregnanza come attacco
all'organizzazione del lavoro e alla condizione salariale
nella fabbrica, nella scuola e nella società…", per
questo occorre "…estendere la lotta continua dai centri
produttivi alla società, dalle manifestazioni dello
sfruttamento diretto alle manifestazioni complessive dello
sfruttamento…sviluppare l'autonomia proletaria oggi
significa superare le lotte settoriali e gli organismi
settoriali…la dimensione sociale della lotta richiede
organismi di base a livello sociale, non si tratta quindi di
fare un salto da organizzazione di base a organismo di
vertice…, ma di costruire organismi politicamente omogenei
per intervenire nella lotta sociale metropolitana.". Il
passaggio alla lotta sociale, attraverso il quale "…il
movimento spontaneo può raggiungere 'la maturità di un vero
movimento rivoluzionario'…" si rende inevitabile,
giacché "…il proletariato si trova di fronte ad un
livello superiore di lotta: l'attacco alla condizione di
sfruttamento generale nella società. L'avversario non è più,
se mai lo è sembrato, il padrone singolo, ma il sistema dei
padroni…". Un ulteriore passaggio del documento,
sottolineando il "tradimento" del PCI e della sinistra
costituzionale, specifica il significato dell'obiettivo
rivoluzionario del proletariato moderno: "…la dimensione
reale dello scontro è oggi sociale e complessiva: il suo
punto più alto è la lotta contro la repressione, che è lotta
contro la violenza globale del sistema, e quindi già
direttamente rivoluzionaria. Le organizzazioni revisioniste
sono incapaci di scendere su questo terreno: l'appello
resistenziale alla legalità costituzionale, la tattica
difensiva, denunciano praticamente la 'via italiana al
socialismo' per quello che è: una strategia riformistica di
inserimento del proletariato nell'ambito dell'egemonia
economico-politca borghese…il proletariato deve portare
avanti in modo diretto la sua rivoluzione, e…non può
più…innestare la propria azione su obiettivi essenzialmente
borghesi…il nostro problema è attaccare su un obiettivo
direttamente rivoluzionario: rovesciamento del sistema di
potere borghese e trasformazione della stessa essenza del
potere…". Sono presenti nel documento elaborato a
Chiavari da Curcio molti degli elementi di analisi che di lì
a poco saranno fatti propri dalle Brigate Rosse; emerge dal
passo successivo una chiara ispirazione maoista, nonché la
volontà di riadeguare al tessuto metropolitano occidentale
il modello di guerriglia urbana assunto dai Tupamaros
uruguayani: la lotta armata non può che caratterizzarsi come
tale: "…l'ipotesi dell'insurrezione generalizzata è oggi
assolutamente illusoria. Ma questo non significa rinunciare
al proprio compito di rivoluzionari...la borghesia ha già
scelto l'illegalità. La lunga marcia rivoluzionaria nella
metropoli è l'unica risposta adeguata…la città è oggi il
cuore del sistema…ma è anche il punto più debole del
sistema: dove le contraddizioni appaiono più acute, dove il
caos organizzato che caratterizza la società
tardocapitalista appare più evidente…è qui, nel suo cuore,
che il sistema va colpito.".
Concluso il
breve convegno di Chiavari, il CPM avvia la sua
trasformazione in un'organizzazione più centralizzata: nasce
così il progetto di Sinistra Proletaria, un conglomerato che
raccoglie militanti di diverse decine di collettivi, e che
produce numerosi fogli di lotta dall'omonimo titolo (per i
primi tempi accompagnati dalla dicitura "a cura del CPM"),
distribuiti in alcune migliaia di copie nelle zone
dell'hinterland milanese. Dal Luglio 1970, il foglio di
lotta viene affiancato da uno strumento più organico: la
rivista "Sinistra Proletaria", della quale usciranno
soltanto due numeri, il secondo dei quali vede la scomparsa
della sigla CPM, sostituita dal significativo simbolo di una
falce, un martello e un fucile incrociati. Ecco, tratta da
un editoriale della rivista, una sintetica definizione di
Sinistra Proletaria; essa è "… l'unità dei compagni nelle
fabbriche, nei quartieri, nelle scuole, negli uffici: unità
senza sigle né tessere, rifiutando ogni divisione che
minacci la vera unità di classe, cioè l'unità sulla
strategia rivoluzionaria. Da questa unità nasce la sinistra
proletaria. E solo la sinistra proletaria può costruire
nella lotta l'organizzazione rivoluzionaria.". La lotta
armata è ormai più che una prospettiva, è il presente; lo
dimostrano altre affermazioni presenti nella rivista:
"…il proletariato…incomincia a capire che la lotta di classe
è come una guerra. Bisogna imparare a colpire all'improvviso
concentrando le proprie forze per l'attacco, disperdendosi
rapidamente quando il nemico si riprende…l'organizzazione
della violenza è una necessità della lotta di classe.".
Siamo ormai in Settembre: Sinistra Proletaria continua
ancora per qualche mese la sua attività alla luce del sole,
impegnandosi in particolare nella lotta per la casa
(parallelamente a Lotta Continua) e per i trasporti; esce
ancora qualche foglio di lotta, ma i tempi sono maturi per
il definitivo salto di qualità: la clandestinità è
un'esigenza imprescindibile, è sbocciato "il fiore della
lotta armata", stanno nascendo le Brigate Rosse.
È stato il
convegno di Pecorile (paesello nei pressi di Reggio Emilia),
tenutosi nell'Agosto 1970, a sancire il passaggio alla lotta
armata del gruppo di Sinistra Proletaria; è la linea di
Curcio quella vincente: Simioni e il suo gruppo (Berio,
Mulinaris) vengono isolati e tenuti fuori dalla discussione
che sancisce il definitivo salto di qualità, perché accusati
di volere conquistare una sterile egemonia all'interno
dell'organizzazione. Concluso il convegno, come detto,
l'esperienza di SP prosegue ancora per qualche tempo,
parallelamente alle prime azioni delle BR; tant'è che
l'apparizione sulla scena dello scontro di classe delle
Brigate Rosse viene pubblicizzata proprio da un foglio di
lotta della stessa Sinistra Proletaria; il volantino si
intitola "L'autunno rosso è già cominciato", è il 20 Ottobre
1970: L'autunno che abbiamo davanti si presenta come una
scadenza decisiva nello scontro di potere. Contro le
istituzioni che amministrano il nostro sfruttamento, contro
le leggi e la giustizia dei padroni, la parte più decisa e
cosciente del proletariato ha già cominciato a combattere
per costruire una nuova legalità, un nuovo potere. Per
costruire la sua organizzazione. Ne sono
esempi…l'apparizione di organizzazioni operaie autonome
(Brigate Rosse) che indicano i primi momenti di
autorganizzazione proletaria per combattere i padroni e i
loro servi sul loro terreno 'alla pari', con gli stessi
mezzi che essi utilizzano contro la classe operaia: diretti,
selettivi, coperti come alla Siemens.".
Conclusa
l'esperienza di Sinistra Proletaria, fa una breve
apparizione (due numeri) la rivista "Nuova Resistenza", cui
collaborano alcuni compagni del gruppo di SP; ma ormai
l'impegno del gruppo di Curcio è tutto profuso
nell'organizzazione clandestina delle Brigate Rosse.
Roberto De
Rossi
|