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Prospero Gallinari
nasce a Reggio Emilia il primo gennaio 1951, da una famiglia
contadina. A quattordici anni, dopo la morte di Togliatti,
si iscrive alla Fgci reggiana ed inizia a frequentare il
circolo Gramsci, punto di ritrovo di due generazioni: la sua
e quella dei partigiani. Con lui,
Alberto Franceschini e
Roberto Ognibene. Dopo i primi contrasti con la linea
del partito nasce l'idea di un appartamento in cui riunirsi
per proprio conto, in via Emilia San Pietro. Alla fine degli
anni '60 il gruppo esce definitivamente dal Pci.
Nel
novembre del 1969 Gallinari partecipa all'assemblea
costitutiva del Cpm, il Collettivo politico metropolitano, a
Chiavari. Nell'agosto 1970, il convegno di Pecorile,
provincia di Reggio Emilia, in cui vengono fondate le
Brigate Rosse. Dalle quali Gallinari si allontana poco dopo,
per seguire Corrado Simioni, che ha appena rotto con
Renato Curcio. Nel 1973 ritorna, insieme a
Mario Moretti. Operaio, negli anni '70 Gallinari
partecipa alla lunga vertenza della Magneti-Marelli. Viene
arrestato per la prima volta a Torino insieme ad un altro
esponente Br,
Alfredo Bonavita, il 30 ottobre 1974. Nel maggio 1976 è
tra i ventitré imputati del processo di Torino, per i fatti
dal febbraio 1973 (sequestro Labate) a fine 1975 (compreso
il sequestro del giudice Sossi).
Il 2 gennaio del 1977 evade dal carcere di Treviso insieme
ad altri dodici detenuti per reati comuni. Tra loro c'è
Vincenzo Andraus, personaggio di spicco della malavita
milanese, condannato più volte all'ergastolo per omicidio.
Gallinari arriva a Roma nell'aprile del 1977 e si unisce
alla costituenda Colonna romana. Il 16 marzo 1978 partecipa
alla strage di Via Fani ed al sequestro di Aldo Moro. E’ tra
gli inquilini di Via Montalcini, insieme ad
Anna Laura Braghetti, a Mario Moretti ed al quarto uomo.
Lo stesso pomeriggio del sequestro il Ministero degli
Interni diffonde la sua scheda segnaletica insieme a quella
di molti altri brigatisti. Di fatto viene arrestato il 24
settembre 1979 da personale della Questura, mentre in pieno
giorno nel centro di Roma monta una targa falsa ad un'auto
rubata. Nel conflitto a fuoco, le forze dell'ordine lo
colpiscono alla testa. Con lui c'è la compagna Mara Nanni,
già nota come appartenente ad altra formazione terroristica
e successivamente transitata nelle Brigate Rosse. Tra i
documenti sequestrati a Gallinari, un piano
particolareggiato per una incursione di brigatisti
sull'isola dell'Asinara, allo scopo di provocare una
evasione in massa dei detenuti politici.
Il 6 marzo del 1982, il brigatista pentito
Antonio Savasta afferma che furono Prospero Gallinari e
Anna Laura Braghetti, i carcerieri di Aldo Moro. Nel maggio
del 1983, in aula a Torino,
Bruno Seghetti si assume la paternità, anche a nome di
Gallinari, del tentato omicidio di Gino Giugni. Il 24 marzo
1987 al Processo Moro-ter, parlando anche per alcuni dei
compagni con lui nella «gabbia n.16», Gallinari rivendica
l'uccisione del generale Licio Giorgieri, «compiuto dai
compagni dell'Unione comunisti combattenti». Ancora nell'87,
il Manifesto pubblica una lettera firmata da Renato Curcio,
Mario Moretti,
Maurizio Iannelli e
Pietro Bertolazzi in cui i quattro brigatisti dichiarano
chiusa la loro esperienza di lotta armata e chiedono una
rivisitazione degli anni settanta. Poco dopo aderiscono
anche Gallinari e
Barbara Balzerani. Il 21 aprile dello stesso anno è
sventata nel carcere di Rebibbia un'evasione organizzata da
5 militanti delle Br e dei Nap: Gallinari, Bruno Seghetti,
Francesco Piccioni, Delli Veneri e
Francesco Lo Bianco.
Il
23 ottobre 1988, ancora dal carcere di Rebibbia, Gallinari,
Abatangelo, Paolo Cassetta, Francesco Lo Bianco, Locusta,
Remo Pancelli, Francesco Piccioni e Bruno Seghetti inviano
alla stampa un lungo documento per dire che la «guerra è
finita» e lo Stato «ha vinto». Il 24 dicembre 1988, in un
altro documento redatto nel carcere romano, gli otto
brigatisti rossi affermano che tutti i militanti delle
formazioni armate sono stati arrestati e che, ora, la
battaglia da fare «è quella per un'amnistia politica
generale». Il 10 aprile 1989, a Roma, nel corso del processo
alle Br, Piccioni legge un documento, sottoscritto anche da
Gallinari, Arreni, Braghetti, Lo Bianco, Pancelli e
Seghetti, nel quale si afferma che «fu lo Stato a dichiarare
guerra».
Intanto, il primo dicembre 1990, il Tribunale di
sorveglianza di Torino respinge la richiesta di differimento
della pena avanzata da Gallinari, affetto da disturbi
cardiaci. Nel febbraio del '94 il pentito brigatista
Raimondo Etro riferisce ai magistrati che Gallinari gli
avrebbe raccontato che molte delle informazioni sul
Ministero di Grazia e giustizia erano state fornite da
Giovanni Senzani, grazie al lavoro che aveva svolto fino
ad allora. Pochi giorni dopo Gallinari è ricoverato nel
Policlinico Umberto Primo per ischemia cerebrale. Ha già
subito diversi interventi al cuore e proprio per questo
motivo il suo difensore ha da tempo chiesto alla sezione di
sorveglianza del tribunale di concedergli la semilibertà o
il permesso per un ricovero in una clinica privata.
L'istanza viene respinta, ma, il primo marzo successivo,
l’ex brigatista esce da Rebibbia in un'autoambulanza diretta
a Reggio Emilia per trascorrere le vacanze pasquali a casa
della madre, con un permesso di 5 giorni. Nel 1996 la pena
viene sospesa. Nello stesso anno, a Roma, nel corso del
processo Moro quinquies,
Germano Maccari dichiara di essere stato il quarto uomo
a custodire Aldo Moro. Il 17 giugno 1999, in una tavola
rotonda organizzata dal Manifesto, Moretti, Balzerani e
Gallinari spiegano che la lotta armata, definita un progetto
forte negli anni Settanta, è finita, non esistendone più le
condizioni, e negano ogni continuità con le nuove Br che
hanno ucciso Massimo D'Antona. Attualmente Gallinari vive a
Reggio, nel quartiere Canalina, in libertà vigilata.
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