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Patrizio Peci

(nato a Ripatransone [AP] nel 1953)

 

 

Pronunciare il nome di Patrizio Peci dentro la storia delle Brigate rosse significa evocare l’inizio della loro agonia, l’approssimarsi inesorabile della loro sconfitta.

Patrizio Peci è il primo super-collaboratore di giustizia (o pentito, o infame, o delatore) della storia del Partito armato, l’uomo che con le sue rivelazioni permetterà alle forze dell’ordine (con in testa i Carabinieri del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa) di conoscerne i segreti interni, la struttura gerarchica e piramidale, la suddivisione in ruoli e competenze. E soprattutto i nomi e le identità ancora sconosciute. L’uomo che rompe il fronte della fedeltà/lealtà rivoluzionaria, crollato il quale niente sarà stato più come prima per la storia di tutte le anime del lottarmatismo nazionale.

«Gli studi non vanno granché e proseguono a singhiozzo. Patrizio è distratto dalle lotte dei pescatori della ricca flotta sanbenedettese, si scalda per loro e coinvolge anche il fratello. Prolifera un gruppetto di gente che vuole far sul serio e nascono i PAIL (Proletari armati in lotta). […] I PAIL giocano alle Brigate rosse e ne sono gli inevitabili precursori». Giorgio Guidelli, autore del libro Operazione Peci. Storia di un sequestro mediatico che ricostruisce la terribile vicenda del sequestro e dell’uccisione di Roberto Peci, fratello di Patrizio, per opera delle Brigate rosse – Partito della Guerriglia, racconta così la primissima formazione politica dei due fratelli in terra marchigiana. Da quel gruppetto di amici nascerà poi, nel 1975, il Comitato marchigiano delle Br di cui Patrizio sarà membro di primo piano. Dal dicembre 1976 Patrizio è a Milano, già in clandestinità, e poi a Torino, effettivo della potentissima colonna locale che conta, tra gli altri, i nomi di Rocco Micaletto, Raffaele Fiore, Angela Vai e Nadia Ponti, compagna di Patrizio. La prima azione armata di cui si rende protagonista è il ferimento del capo officina Fiat Antonio Munari (22 aprile 1977); seguirà, a una settimana di distanza, la partecipazione attiva al commando brigatista che uccide l’avvocato Fulvio Croce, il 29 aprile 1977.

Patrizio Peci è arrestato a Torino, nei pressi di Piazza Vittorio, il 19 febbraio 1980, in compagnia di Rocco Micaletto; trascorre i primi dieci giorni di prigionia in assoluto isolamento e sembra intenzionato a rispettare la prassi brigatista consistente nel più assoluto riserbo su tutto ciò che riguarda l’Organizzazione, il suo organigramma, la sua struttura interna. Il primo contatto tra Peci e un diretto emissario di Dalla Chiesa si svolge nel carcere di Cuneo a due settimane dall’arresto; segue il primo incontro a quattr’occhi con Dalla Chiesa al quale Peci manifesta per la prima volta l’intenzione di collaborare. E per prima cosa il super pentito rivela al Generale l’indirizzo di alcuni covi dove sono custodite armi: un modo per verificare l’affidabilità del neo-pentito. Tra questi primi indirizzi, però, ce n’è anche uno che non è proprio un semplice deposito d’armi quanto piuttosto un vero e proprio covo utilizzato addirittura poche settimane prima per la riunione della Direzione strategica delle Brigate rosse. È l’indirizzo dell’appartamento di via Fracchia, a Genova, dove gli uomini dell’antiterrorismo si recano il 28 marzo 1980.

«Io ho detto tutto, assolutamente tutto quello che sapevo, nomi, cognomi, soprannomi, indirizzi, armi. Tutto… Lavorammo due giorni, praticamente senza soste, e subito dopo cominciarono le indagini e gli arresti. I miei verbali hanno provocato l’arresto di altre settanta persone, una mazzata dalla quale l’Organizzazione non si riavrà mai più. Più dei settanta arresti e dei covi scoperti, secondo me è stato importante il mio esempio. Prima di me c’erano stati pochissimi pentiti, e tutti poco importanti: dopo di me ce ne sono stati decine, centinaia; ormai sono seicento». (da G. B. Guerri, Patrizio Peci. Io, l’infame, pag. 199).

Le confessioni di Peci svelano ai magistrati la struttura interna dell’organizzazione, la suddivisione rigidamente compartimentata in brigate, colonne, fronti (logistico e di massa), comitato esecutivo e direzione strategica. Si dichiara lui stesso responsabile di sette omicidi e di quarantacinque episodi criminali accaduti tra il 1977 e la fine del 1979.

 

Giuliano Boraso

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 Riferimenti processuali
Processo  
  Sentenza 1° grado  
  Sentenza 2° grado  
  Sentenza 3° grado  
 

Ultima modifica di questa pagina: martedì, 01 maggio 2007 12.38

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