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Pronunciare
il nome di Patrizio Peci dentro la storia delle Brigate
rosse significa evocare l’inizio della loro agonia,
l’approssimarsi inesorabile della loro sconfitta.
Patrizio
Peci è il primo super-collaboratore di giustizia (o
pentito, o infame, o delatore) della storia del Partito
armato, l’uomo che con le sue rivelazioni permetterà alle
forze dell’ordine (con in testa i Carabinieri del Generale
Carlo Alberto Dalla Chiesa) di conoscerne i segreti interni,
la struttura gerarchica e piramidale, la suddivisione in
ruoli e competenze. E soprattutto i nomi e le identità
ancora sconosciute. L’uomo che rompe il fronte della
fedeltà/lealtà rivoluzionaria, crollato il quale niente sarà
stato più come prima per la storia di tutte le anime del
lottarmatismo nazionale.
«Gli studi
non vanno granché e proseguono a singhiozzo. Patrizio è
distratto dalle lotte dei pescatori della ricca flotta
sanbenedettese, si scalda per loro e coinvolge anche il
fratello. Prolifera un gruppetto di gente che vuole far sul
serio e nascono i PAIL (Proletari armati in lotta). […] I
PAIL giocano alle Brigate rosse e ne sono gli inevitabili
precursori». Giorgio Guidelli, autore del libro
Operazione
Peci. Storia di un sequestro mediatico
che ricostruisce la terribile vicenda del sequestro e
dell’uccisione di
Roberto Peci,
fratello di Patrizio, per opera delle Brigate rosse –
Partito della Guerriglia, racconta così la primissima
formazione politica dei due fratelli in terra marchigiana.
Da quel gruppetto di amici nascerà poi, nel 1975, il
Comitato marchigiano delle Br di cui Patrizio sarà membro di
primo piano. Dal dicembre 1976 Patrizio è a Milano, già in
clandestinità, e poi a Torino, effettivo della potentissima
colonna locale che conta, tra gli altri, i nomi di
Rocco
Micaletto,
Raffaele Fiore,
Angela
Vai e
Nadia Ponti,
compagna di Patrizio. La prima azione armata di cui si rende
protagonista è il ferimento del capo officina Fiat Antonio
Munari (22 aprile 1977); seguirà, a una settimana di
distanza, la partecipazione attiva al commando brigatista
che uccide l’avvocato Fulvio Croce, il 29 aprile 1977.
Patrizio
Peci è arrestato a Torino, nei pressi di Piazza Vittorio, il
19 febbraio 1980, in compagnia di Rocco Micaletto; trascorre
i primi dieci giorni di prigionia in assoluto isolamento e
sembra intenzionato a rispettare la prassi brigatista
consistente nel più assoluto riserbo su tutto ciò che
riguarda l’Organizzazione, il suo organigramma, la sua
struttura interna. Il primo contatto tra Peci e un diretto
emissario di Dalla Chiesa si svolge nel carcere di Cuneo a
due settimane dall’arresto; segue il primo incontro a
quattr’occhi con Dalla Chiesa al quale Peci manifesta per la
prima volta l’intenzione di collaborare. E per prima cosa il
super pentito rivela al Generale l’indirizzo di alcuni covi
dove sono custodite armi: un modo per verificare
l’affidabilità del neo-pentito. Tra questi primi indirizzi,
però, ce n’è anche uno che non è proprio un semplice
deposito d’armi quanto piuttosto un vero e proprio covo
utilizzato addirittura poche settimane prima per la riunione
della Direzione strategica delle Brigate rosse. È
l’indirizzo dell’appartamento di
via Fracchia, a Genova,
dove gli uomini dell’antiterrorismo si recano il 28 marzo
1980.
«Io ho
detto tutto, assolutamente tutto quello che sapevo, nomi,
cognomi, soprannomi, indirizzi, armi. Tutto… Lavorammo due
giorni, praticamente senza soste, e subito dopo cominciarono
le indagini e gli arresti. I miei verbali hanno provocato
l’arresto di altre settanta persone, una mazzata dalla quale
l’Organizzazione non si riavrà mai più. Più dei settanta
arresti e dei covi scoperti, secondo me è stato importante
il mio esempio. Prima di me c’erano stati pochissimi
pentiti, e tutti poco importanti: dopo di me ce ne sono
stati decine, centinaia; ormai sono seicento». (da G. B.
Guerri,
Patrizio
Peci. Io, l’infame, pag. 199).
Le
confessioni di Peci svelano ai magistrati la struttura
interna dell’organizzazione, la suddivisione rigidamente
compartimentata in brigate, colonne, fronti (logistico e di
massa), comitato esecutivo e direzione strategica. Si
dichiara lui stesso responsabile di sette omicidi e di
quarantacinque episodi criminali accaduti tra il 1977 e la
fine del 1979.
Giuliano
Boraso
libri@brigaterosse.org
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