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Margherita
Cagol nasce a Sardagna di Trento l’8 aprile 1945. È la terza
figlia di una coppia borghese: la madre è una farmacista, il
padre ha una profumeria, “La casa del sapone”. Margherita
frequenta le scuole di Trento. La sua infanzia è
“normalissima”. La famiglia Cagol è una famiglia cattolica,
anche se non in modo fanatico e bigotto: la domenica vanno
tutti insieme a messa e a Natale e a Pasqua Margherita e le
sue sorelle partecipano all’organizzazione di lotterie di
beneficenza. D’estate vanno un mese in villeggiatura ad
Andalo, di inverno vanno a sciare vicino Trento. Margherita
è molto sportiva: ama sciare e giocare a tennis.
A
quattordici anni Margherita impara a suonare la chitarra.
Nel 1961, a Bologna, arriva terza ad un concorso nazionale
vinto dal figlio del suo maestro, che ha tredici anni e si
chiama Lodovico Lutzemberger. Comincia così a tenere,
regolarmente e con successo, diversi concerti di chitarra
classica. Qualche anno dopo venne chiamata a suonare in
Francia, a Gap, dove viene molto apprezzata: l’“Alto Adige”
intitola “Un trionfo in Francia per Margherita Cagol”. In
seguito incide alcuni brani anche per la RAI.
Nel 1964 si
diploma in ragioneria: “Particolarmente lusinghiero l’esito
di Margherita Cagol”, scrive “L’Adige” commentando i
risultati degli scrutini dell’istituto tecnico commerciale.
Margherita decide di iscriversi alla facoltà di Sociologia
di Trento (allora Istituto superiore di scienze sociali),
nata nel 1962. Non si tratta di una vera e propria scelta:
la facoltà è vicina a casa e con un diploma di ragioneria
l’unica alternativa è la facoltà di Economia e Commercio,
troppo arida per i suoi interessi.
Margherita
continua ad essere cattolica, in un modo tutto interiore,
nei fatti e non nelle parole. Ha l’abitudine di andare in
visita negli ospizi di Trento per tenere compagnia agli
anziani e di ascoltare le prediche di un gesuita nella
Chiesa di San Francesco Saverio.
Alla
facoltà di Sociologia di Trento è in un momento caldissimo:
gli studenti di Trento vogliono che gli sia riconosciuta una
laurea in Sociologia e non in “scienze politiche ad
indirizzo sociologico”. Margherita entra a far parte del
Movimento Studentesco e conosce Renato Curcio. Curcio
ricorda che Margherita capita nel movimento studentesco
trentino per forza di cose: il padre, severissimo, le impone
di tornare a casa alle 8,30 di sera e, per questo,
Margherita non frequenta più di tanto l’ambiente del
movimento, anche se non manca gli appuntamenti decisivi, le
assemblee, le manifestazioni e i controcorsi. Nel 1966,
durante la prima occupazione della facoltà, Margherita tiene
un concerto di chitarra. Il suo rapporto con Curcio diventa
profondo. Negli anni successivi la contestazione prosegue.
Dal 1967 Curcio e il suo gruppo collaborano con la rivista
“Lavoro Politico”, che pubblica nove numeri e diventa un
punto di riferimento per la sinistra radicale, d’ispirazione
marxista-leninista. La redazione entrerà poi nel Partito
Comunista d’Italia. Anche Margherita collabora alla rivista:
“Il nostro giornale in questo momento in Italia è il
periodico di sinistra più letto e maggiormente influente
(tiriamo 5000 copie!). Ogni decisione è quindi della massima
importanza”, scrive in una lettera. Margherita fa
ricerche minuziose, come quella sulle condizioni dei
contadini del trentino, che servono all’elaborazione teorica
del gruppo.
Per Curcio
il ’68 è un anno frenetico, un po’ meno per Margherita, che
è ancora impegnata con l’università e che scrive: “Ti
puoi immaginare quanto mi dispiaccia dovermene stare qui
mentre Renato fa tante preziose esperienze. È meglio che non
ci pensi, altrimenti mi viene il mal di fegato… Sai, mamy,
io amo le cose belle e piacevoli, mi piace ridere e
scherzare, o fare le cose seriamente. Tutto insomma fuorché
starmi a lamentare…”. Margherita è già da tempo la
ragazza di Curcio ed è riuscita a non farsi impedire dal
padre la possibilità di partecipare, nel vivo, alle lotte
studentesche. Intanto il gruppo di “Lavoro Politico” si
divide e Curcio e Duccio Berio se ne vanno. Margherita
scrive: “Il lungo viaggio di Renato ha portato idee
nuove, documenti nuovi, e direi che è stato decisivo per
molte cose, per cui ci siamo trovati di fronte una serie di
impegni e di decisioni da assolvere in brevissimo tempo.
Renato […] anche ora sta viaggiando da una città all’altra
per parlare, discutere, osservare. E tutto ciò perché entro
una brevissima scadenza ci si presenta la necessità di una
scelta: entrare in un partito rivoluzionario o non entrare.
Si tratta di una scelta decisiva”.
Il 26
luglio 1969 Margherita si laurea con un tesi sulla “Qualificazione
della forza lavoro nelle fasi dello sviluppo capitalistico”,
in cui discuteva i “Grundrisse” di Marx, allora non ancora
tradotti in Italia. Il relatore è Francesco Alberoni. Le
cronache narrano che Margherita, conclusa la discussione, ha
alzato il braccio sinistro con il pugno chiuso. La votazione
è di 110 e lode e le offrono di svolgere un corso biennale
di sociologia all’Umanitaria di Milano, dietro compenso di
una borsa di studio. Si profila così il trasferimento a
Milano. La sera della laurea Margherita annuncia a suo padre
“Mi sono laureata. Fra una settimana mi sposo con Renato”.
Il primo agosto 1969 Renato e Margherita, soprattutto per
mettere la famiglia di lei davanti ad un atto ufficiale, si
sposano sul sagrato della chiesa del Santuario di San
Romedio, sulle montagne trentine con il rito misto: Curcio,
infatti, pur non identificandosi con nessuna religione,
proveniva da un contesto valdese. Appena dopo la cerimonia,
a cui partecipano solo la famiglia Cagol e i due testimoni,
Renato e Margherita vanno a Milano per partecipare ad una
riunione di studenti lavoratori alla Pirelli. L’impegno
politico non può aspettare: il loro viaggio di nozze dura
pochissimi giorni e al ritorno Margherita e Renato si
trasferiscono a Milano.
L’8
settembre 1969 Margherita, Renato ed altri fondano il
Collettivo Politico Metropolitano (CPM). È questo il periodo
in cui vengono introdotti nelle fabbriche e in cui conoscono
i giovani che faranno parte delle future Brigate Rosse. Il
28 novembre Margherita scrive alla madre: “[…] Milano è
per me una grande esperienza. Questa grande città che in un
primo momento mi è parsa luminosa, piena di attrattive, mi
appare sempre di più come un mostro feroce che divora tutto
ciò che di naturale, di umano e di essenziale c’è nella
vita. Milano è la barbarie, la vera faccia della società in
cui viviamo. […] Questa società, che violenta ogni minuto
tutti noi, togliendoci ogni cosa che possa in qualche modo
emanciparci o farci sentire veramente quello che siamo (ci
toglie la possibilità di coltivare la famiglia, di coltivare
noi stessi, le nostre esigenze, i nostri bisogni, ci reprime
a livello psicologico, fisiologico, etico, ci manipola nei
bisogni, nell’informazione, ecc. ecc.) ha estremo bisogno di
essere trasformata da un profondo processo rivoluzionario.
La violenza del sistema ormai è recepita da grandi masse e
non è più sopportata. […] Ma non occorre molto per capire la
rabbia e l’insopportabilità da parte dei lavoratori di
questa situazione: rivolte, ammutinamenti (i giornali certo
non ne parlano…), oppure i cortei qui a Milano ce ne sono
due o tre ogni giorno ecc. ecc. Ebbene se pensiamo che tutto
questo potrebbe essere eliminato benissimo (ti ricordi
quando l’anno scorso ti dicevo che utilizzando al massimo
tutti i progetti tecnologici studiati ed impiegandoli nel
processo produttivo sarebbe possibile mantenere 10 miliardi
di persone al livello del reddito medio attuale americano?)
ma che questo non è possibile fin quando esisteranno sistemi
politici come quello europeo o americano attuali. Tuttavia
esistono moltissime condizioni oggi per trasformare questa
società e sarebbe criminale (verso l’umanità) non
sfruttarle. Tutto ciò che è possibile fare per combattere
questo sistema è dovere farlo, perché questo io credo sia il
senso profondo della nostra vita. Non sono cose troppo
grosse, sai mamma. Sono piuttosto cose serie e difficili che
tuttavia vale la pena di fare. […] La vita è una cosa troppo
importante per spenderla male o buttarla via in inutili
chiacchiere o battibecchi. Ogni minuto è importante,
soprattutto qui a Milano dove la città ti ruba ore e ore che
potrebbero essere usate in mille modi creativi”.
Nei primi
tempi l’atmosfera nel CPM è distesa e gioiosa, ma il clima
cambia dopo le bombe di Piazza Fontana: il CPM decise di
andare avanti, ma in un modo nuovo. Verso la fine di
dicembre una sessantina di delegati del CPM si riunisce a
Chiavari e decide di trasformarsi in un gruppo più
centralizzato, “Sinistra Proletaria”, che stampa anche due
numeri di una rivista: per la prima volta viene discussa
l’idea di passare alla lotta armata. “Sinistra proletaria”
svolge il suo operato alla luce del sole, impegnandosi nella
lotta per la casa e per i trasporti. Durante tutto il ’70
Margherita si tiene in contatto con la famiglia. Con Curcio
va a Parigi e incontra i compagni di “gauche proletarienne”.
Nell’agosto
del 1970 si tiene a Pecorile un convegno, a cui partecipa
una parte dei militanti di “Sinistra Proletaria”, tra cui
Curcio, Franceschini e Margherita. Capiscono che
l’esperienza di “Sinistra Proletaria” è finita ma, anche se
l’idea circola in alcuni gruppetti, non viene deciso
ufficialmente il passaggio alla lotta armata. Dopo il
convegno, l’esperienza di “Sinistra Proletaria” continua
ancora per qualche tempo, ma nel clima teso delle lotte
degli scontri di fabbrica alla Pirelli alcuni maturano la
scelta di passare alla lotta armata (per il momento
“micro-attentati” contro le automobili dei “capetti” di
fabbrica) per sottolineare la loro presenza e per rendere
più efficaci i discorsi politici che portano avanti
attraverso il volantinaggio e il lavoro in fabbrica. Simioni
e il suo gruppo (Berio, Mulinaris) vengono allontanat perché
accusati di voler conquistare un’egemonia all’interno
dell’organizzazione. Ricorda Curcio: “Che lei
(Margherita, N.d.A.) abbia voluto l’organizzazione armata
quanto me, se non più di me, è un fatto”. La prima
azione del neonato gruppo delle Brigate Rosse (all’inizio
“Brigata Rossa”), nel novembre 1970, è quella di bruciare
l’auto di un sorvegliante della Pirelli: è Margherita a
sistemare la tanichetta piena di benzina, mentre Curcio fa
da palo. Il gruppo passato alla lotta armata ancora non è
clandestino.
Nel
febbraio del ’71 Renato e Margherita vengono fermati dalla
polizia in seguito ad un’occupazione di case organizzata a
Quarto Oggiaro. Margherita, che è incinta, viene coinvolta
negli scontri con la polizia edabortisce. Il fermo da parte
della polizia viene seguito da una prima perquisizione nel
loro appartamento: i poliziotti non trovano nulla ma il
fatto rimbalza alla Mondadori, dove lavora Renato, che perde
il lavoro. Margherita e Renato decidono di cambiar casa e
lei non comunica il nuovo indirizzo ai genitori: è il primo
passo verso la clandestinità. Se si eccettua un breve fermo
nel marzo ’72 dopo la morte di Feltrinelli (viene rilasciata
dopo un interrogatorio di rito), di lei si perdono le
tracce. La storia di Margherita, ormai la “compagna Mara”,
diventa la storia delle Br: Margherita è una “capocolonna”,
organizza e partecipa a tutte le più importanti azioni delle
Br.
La prima
azione BR che ha come obiettivo una persona avviene a Milano
il 3 marzo 1972, quando Idalgo Macchiarini, dirigente della
Sit-Siemens, viene prelevato di fronte allo stabilimento,
fotografato con un cartello al collo e sottoposto ad un
interrogatorio di alcune ore sui processi di
ristrutturazione in corso nella fabbrica. Il 2 maggio 1972,
a Milano, scatta la prima rilevante operazione di polizia
contro le BR. La maggior parte dei militanti ricercati,
tuttavia, riesce a sottrarsi all'arresto. Da questo momento
la semiclandestinità si trasforma per la nascente
organizzazione in vera e propria scelta clandestina.
Nell’estate del ’72 Margherita e Renato, in clandestinità,
si trasferiscono a Torino: le Br arrivano così alla Fiat.
Per
Margherita nel 1974 è pronto un mandato di cattura, per
Curcio esiste già da prima: i carabinieri, infatti, fanno
una perquisizione a casa dei genitori di Margherita in cerca
di Curcio, accusato di una rapina. Pochi giorni dopo
Margherita scrive ai genitori: “Cari genitori, abbiamo
saputo che con un’incredibile motivazione un nucleo di
carabinieri e polizia ha messo sottosopra la vostra casa.
Immaginiamo che lì per lì siate rimasti piuttosto turbati e
vi siate chiesti: ma nostra figlia e Renato sono davvero dei
rapinatori? La forza del potere è quella di far credere alla
maggioranza di persone ciò che vuole. […] Anche all’inizio
della lotta di liberazione nazionale dai fascisti e dai
nazisti nel 1943 su tutti gli angoli delle strade si
potevano leggere manifesti che dicevano, parlando dei
partigiani, “Achtung Banditi”, ma ormai tutti sanno che i
partigiani banditi non erano stati mentre i fascisti e i
nazisti sì. Un processo di trasformazione sociale verso una
società migliore, dove nessuno sia sfruttato da nessun
altro, dove la libertà dell’uno sia il limite e la
condizione della libertà dell’altro, dove chiunque possa
esprimere in libertà le proprie opinioni e le proprie idee,
dove la ricchezza della terra e dell’industria sia
egualmente ripartita, è sempre difficile e mai indolore.
Sono ormai milioni le persone che nel mondo per renderlo
possibile si prodigano in una lotta continua contro i
padroni e la classe borghese senza paura della repressione,
delle persecuzioni o della galera. Anche a voi è toccato
vedere come si muovono gli uomini che vogliono mantenere a
tutti i costi il disordine attuale di questa società malata
di ingiustizia, e così avrete potuto rendervi meglio conto
che le precauzioni che abbiamo nei nostri spostamenti e nel
nostro lavoro quotidiano sono giuste ed opportune. Noi siamo
dalla parte della libertà e dovete esserne orgogliosi. Noi
siamo felici così e non c’è ragione che non lo siate anche
voi. Dovete avere fiducia in noi e nelle nostre idee anche
se questo, sono certa, vi darà delle preoccupazioni. Ma la
nostra è una scelta di vita, di lotta, non di rinuncia o di
opportunità personale. […].”.
L’8
settembre 1974 Curcio e Franceschini vengono arrestati.
Margherita scrive: “Cari genitori, vi scrivo per dirvi
che non dovete preoccuparmi troppo per me. […] Ora tocca a
me e ai tanti compagni che vogliono combattere questo potere
borghese ormai marcio continuare la lotta. Non pensate per
favore che io sia un’incosciente. Grazie a voi sono
cresciuta istruita, intelligente e soprattutto forte. E
questa forza in questo momento me la sento tutta. È giusto e
sacrosanto quello che sto facendo, la storia mi dà ragione
come l’ha data alla Resistenza nel ’45. Ma voi direte, sono
questi i mezzi da usare? Credetemi non ce ne sono altri.
Questo stato di polizia si regge sulla forza delle armi e
chi lo vuol combattere si deve mettere sullo stesso piano.
In questi giorni hanno ucciso con un colpo di pistola un
ragazzo, come se niente fosse, aveva il torto di aver voluto
una casa dove abitare con la sua famiglia. Questo è successo
a Roma, dove i quartieri dei baraccati costruiti coi cartoni
e vecchie latte arrugginite stridono in contrasto alle
sfarzose residenze dell’Eur. Non parliamo poi della
disoccupazione e delle condizioni di vita delle masse
operaie nelle grandi fabbriche della città. È questo il
risultato della “ricostruzione”, di tanti anni di lavoro dal
’45 ad oggi? Sì è questo: sperpero, parassitismo, lusso
sprecato da una parte e incertezze, sfruttamento e miseria
dall’altra. […] Oggi, in questa fase di crisi acuta occorre
più che mai resistere affinché il fascismo sotto nuove forme
“democratiche” non abbia nuovamente il sopravvento. Le mie
scelte rivoluzionarie dunque, nonostante l’arresto di
Renato, rimangono immutate. […] So cavarmela in qualsiasi
situazione e nessuna prospettiva mi impressiona o
impaurisce. […]”.
Margherita
e alcuni militanti delle Brigate Rosse cominciano ad
organizzare un piano per far evadere Renato, chiuso nel
piccolo carcere di Casale Monferrato. Il 18 febbraio 1975
Margherita guida l’irruzione nel carcere: fingendo di dover
consegnare un pacco ad un detenuto durante il giorno di
visita, Margherita si fa aprire la porta del carcere, tira
fuori la pistola e, minacciando una strage, fa fuggire
Renato.
Nell’aprile
del ’75 Margherita, Curcio e Moretti decidono di fare un
sequestro di persona per autofinanziarsi. Il 4 giugno
l’industriale Vittorio Vallarino Gancia viene rapito e
trasportato alla cascina Spiotta, sulle colline di Acqui
Terme. Margherita e un altro brigatista rimangono a
sorvegliare Gancia. La mattina del 5 giugno un nucleo di
carabinieri arriva alla cascina Spiotta. Durante lo scontro
a fuoco che segue, in cui perde la vita anche un
carabiniere, Mara viene ferita, mentre l’altro brigatista
riesce a fuggire verso il bosco. Il brigatista, qualche
minuto dopo, sente uno sparo. Margherita muore. I risultati
dell’autopsia dicono che Margherita è seduta a braccia
alzate e che le è stato sparato un solo colpo di pistola
sotto braccio sinistro: un colpo per uccidere.
Nel volantino delle Br di commemorazione
(scritto da Curcio) si legge:
“Ai compagni
dell’organizzazione, alle forze sinceramente rivoluzionarie,
a tutti i proletari. È
caduta combattendo
Margherita Cagol, “Mara”, dirigente comunista e membro del
Comitato esecutivo delle Brigate Rosse. La sua vita e la sua
morte sono un esempio che nessun combattente per la libertà
potrà dimenticare. Fondatrice della nostra organizzazione,
“Mara” ha dato un inestimabile contributo di intelligenza,
di abnegazione, di umanità, alla nascita dell’autonomia
operaia e della lotta armata per il comunismo. Comandante
politico-militare di colonna, “Mara” ha saputo guidare
vittoriosamente alcune fra le più importanti operazioni
dell’organizzazione. Valga per tutte la liberazione di un
nostro compagno dal carcere di Casale Monferrato. Non
possiamo permetterci di versare lacrime sui nostri caduti,
ma dobbiamo impararne la lezione di lealtà, coerenza,
coraggio ed eroismo! È la guerra che decide in ultima
analisi della questione del potere: la guerra di classe
rivoluzionaria. E questa guerra ha un prezzo: un prezzo alto
certamente, ma non così alto da farci preferire la schiavitù
del lavoro salariato, la dittatura della borghesia nelle sue
varianti fasciste o socialdemocratiche. Non è il voto che
decide la conquista del potere; non è con una scheda che si
conquista la libertà. Che tutti i sinceri rivoluzionari
onorino la memoria di “Mara” meditando l’insegnamento
politico che ha saputo dare con la sua scelta, con il suo
lavoro, con la sua vita. Che mille braccia si protendano
per raccogliere il suo fucile! Noi, come ultimo saluto, le
diciamo: “Mara”, un fiore è sbocciato, e questo fiore di
libertà le Brigate Rosse continueranno a coltivarlo fino
alla vittoria! Lotta armata per il comunismo”.
Redazione
Bibliografia
Ida Farè,
Franca Spirito, Mara e le altre - Le donne e la lotta
armata: storie, interviste, riflessioni, Feltrinelli
1979
Alessandro
Silj, Mai più senza fucile! - Alle origini dei Nap e
delle BR, Vallecchi 1978
Progetto
Memoria - Sensibili alle Foglie, Sguardi ritrovati,
Cooperativa editoriale Sensibili alle foglie, 1995
Renato
Curcio, Mario Scialoja, A viso aperto, Mondadori,
1993
Piero
Agostani, Mara Cagol: una donna
nelle prime Br
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