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Homepage Libri Le testimonianze Di sconfitta in sconfitta

   
  Autore: Vincenzo Guagliardo
   
   
  Editore: Edizioni Colibrì
  Collana:  
  Data pubblicazione: 2002
  ISBN: 88-86345-45-3
  Pagine: 127
   
   
  Giudizio:
   
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Ecco uno di quei testi da consigliare a chi ha già una certa dimestichezza con il fenomeno storico della lotta armata per il comunismo, ed intende approfondire le proprie conoscenze attraverso una rilettura critica (e soggettiva, inevitabilmente) dello stesso fenomeno svolta da parte di chi lo ha vissuto per esperienza diretta.

Vincenzo Guagliardo é stato infatti un brigatista (come del resto la moglie, Nadia Ponti) e da un quarto di secolo passa le sue giornate fra le mura delle carceri italiane. Lungi dall'associarsi alla minoranza degli "irriducibili", egli ha tuttavia sviluppato un percorso che lo differenzia notevolmente - sul piano etico, e conseguentemente su quello delle ripercussioni personali - rispetto alla stragrande maggioranza dei suoi (ex) compagni.

Guagliardo ha scelto coraggiosamente di rifiutare i privilegi offerti dalla legge "Gozzini", perché ha visto in essa il subdolo tentativo (o tentazione) offerto dal pensiero dominante agli ex "militanti rivoluzionari" di risolvere la propria esperienza svuotandola di quel significato collettivo attraverso il quale soltanto può essere compresa, e di far valere (e prevalere) anche nel sistema penale quella logica dello scambio (individuale ed individualizzante) tipica del neoliberismo; una suggestiva ipotesi, quella offerta da Guagliardo tra le altre in questo interessante libro, secondo cui é dal diritto (in particolare da quello penale) che trascendono le modificazioni socio-culturali dell'esistente (così come accadde, attraverso l'Inquisizione, con il passaggio dal Medio Evo alla modernità).

Dalle riflessioni dell'autore (il cui testo si differenzia così nettamente dagli altri libri di testimonianza prodotti da tanti ex brigatisti) emergono due proposte, tanto radicali e dirompenti nella loro apparente semplicità, intrinsecabilmente connesse fra loro: l'abolizionismo penale come il primo tassello di un rivoluzionamento culturale per cui dalla logica repressiva fondantesi sull'assunto del "capro espiatorio" trasversale ad ogni assunto ideologico (lager, gulag, inquisizioni varie e gli stessi "tribunali del popolo" costituiti dalle BR sono facce della medesima medaglia) si passi alla depenalizzazione dei reati per sottoporre ad una critica generale la società e la cultura di cui detti reati sono espressione, e per evitare che continui a passare l'idea del risanamento dell'offesa compiuta attraverso l'afflizione del colpevole.

Ed ancora, la non-violenza come non-collaborazione, come il solo possibile strumento rivoluzionario che non si risolva nel nesso "violenza versus violenza"; per sconfiggere la cultura dominante - che egemonizza la società occidentale dalla repressione degli "eretici" non cattolici ad oggi - , il solo antidoto possibile si trova nella dirompenza del messaggio non violento; come hanno fatto i pacifisti albanesi nel Kosovo insanguinato, disposti a morire senza muoversi in armi contro il nemico: perché, per rovesciare il sistema, forse prima di denudare il Re occorre denudarsi di fronte ad esso: solo così lo potremo spiazzare, e rendere inutile.

"Di sconfitta in sconfitta" passa il cammino di ogni buon rivoluzionario, che non può mai accontentarsi dell'esistente per non divenire un conservatore. "Di sconfitta in sconfitta" passa anche la storia di Guagliardo; ma, come ha egli stesso a dirci, "é una questione d'onore, di dignità, imprescindibile: di dignità e non d'identità".

 

Roberto De Rossi

 

Ultima modifica di questa pagina: sabato, 28 ottobre 2006 00.09

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