|
Ecco uno di
quei testi da consigliare a chi ha già una certa
dimestichezza con il fenomeno storico della lotta armata per
il comunismo, ed intende approfondire le proprie conoscenze
attraverso una rilettura critica (e soggettiva,
inevitabilmente) dello stesso fenomeno svolta da parte di
chi lo ha vissuto per esperienza diretta.
Vincenzo
Guagliardo é stato infatti un brigatista (come del resto la
moglie, Nadia Ponti) e da un quarto di secolo passa le sue
giornate fra le mura delle carceri italiane. Lungi
dall'associarsi alla minoranza degli "irriducibili", egli ha
tuttavia sviluppato un percorso che lo differenzia
notevolmente - sul piano etico, e conseguentemente su quello
delle ripercussioni personali - rispetto alla stragrande
maggioranza dei suoi (ex) compagni.
Guagliardo
ha scelto coraggiosamente di rifiutare i privilegi offerti
dalla legge "Gozzini", perché ha visto in essa il subdolo
tentativo (o tentazione) offerto dal pensiero dominante agli
ex "militanti rivoluzionari" di risolvere la propria
esperienza svuotandola di quel significato collettivo
attraverso il quale soltanto può essere compresa, e di far
valere (e prevalere) anche nel sistema penale quella logica
dello scambio (individuale ed individualizzante) tipica del
neoliberismo; una suggestiva ipotesi, quella offerta da
Guagliardo tra le altre in questo interessante libro,
secondo cui é dal diritto (in particolare da quello penale)
che trascendono le modificazioni socio-culturali
dell'esistente (così come accadde, attraverso
l'Inquisizione, con il passaggio dal Medio Evo alla
modernità).
Dalle
riflessioni dell'autore (il cui testo si differenzia così
nettamente dagli altri libri di testimonianza prodotti da
tanti ex brigatisti) emergono due proposte, tanto radicali e
dirompenti nella loro apparente semplicità,
intrinsecabilmente connesse fra loro: l'abolizionismo penale
come il primo tassello di un rivoluzionamento culturale per
cui dalla logica repressiva fondantesi sull'assunto del
"capro espiatorio" trasversale ad ogni assunto ideologico
(lager, gulag, inquisizioni varie e gli stessi "tribunali
del popolo" costituiti dalle BR sono facce della medesima
medaglia) si passi alla depenalizzazione dei reati per
sottoporre ad una critica generale la società e la cultura
di cui detti reati sono espressione, e per evitare che
continui a passare l'idea del risanamento dell'offesa
compiuta attraverso l'afflizione del colpevole.
Ed ancora,
la non-violenza come non-collaborazione, come il solo
possibile strumento rivoluzionario che non si risolva nel
nesso "violenza versus violenza"; per sconfiggere la
cultura dominante - che egemonizza la società occidentale
dalla repressione degli "eretici" non cattolici ad oggi - ,
il solo antidoto possibile si trova nella dirompenza del
messaggio non violento; come hanno fatto i pacifisti
albanesi nel Kosovo insanguinato, disposti a morire senza
muoversi in armi contro il nemico: perché, per rovesciare il
sistema, forse prima di denudare il Re occorre denudarsi di
fronte ad esso: solo così lo potremo spiazzare, e rendere
inutile.
"Di
sconfitta in sconfitta" passa il cammino di ogni buon
rivoluzionario, che non può mai accontentarsi dell'esistente
per non divenire un conservatore. "Di sconfitta in
sconfitta" passa anche la storia di Guagliardo; ma, come ha
egli stesso a dirci, "é una questione d'onore, di
dignità, imprescindibile: di
dignità e non d'identità".
Roberto De Rossi |