|
Superate le
iniziali remore (l’ennesima testimonianza dell’ennesimo
reduce della lotta armata, con un titolo del genere poi, e a
quel prezzo!) decido di comprare (a metà del costo di
copertina) la terza fatica letteraria dell’uomo che è
passato alla storia come il più strenuo oppositore interno
alla decisione di uccidere Aldo Moro. Mica male come
presentazione per chi ancora non conoscesse Valerio Morucci,
figura di spicco dell’antagonismo romano dei primissimi anni
Settanta, membro di Potere Operaio, responsabile della
struttura militare dell’organizzazione, di quel livello
clandestino conosciuto come Lavoro Illegale che avrebbe
dovuto preparare il terreno per l’insurrezione armata quando
fosse scoccata la fatidica ora. E poi tra gli uomini a cui
Mario Moretti, in trasferta dal Nord nella capitale, affida
l’organizzazione logistica della colonna romana delle
Brigate rosse per tentare l’assalto al cuore dello Stato.
Un
curriculum vitae, quello di Valerio Morucci, all’insegna del
culto delle armi e dell’organizzazione militare, del «fare»
che prevale sul «pensare», ma anche di una formazione
culturale e politica che non lo accomuna di certo ai
stalinisti del nord, a quegli uomini che dopo aver
organizzato la propaganda armata nelle fabbriche del
triangolo industriale ora decidono di scendere nella
capitale per fare le cose davvero sul serio, tentando
l’assalto al cuore dello Stato.
E questa
sua diversità, sua e di tutta l’area antagonista romana
rispetto ai rivoluzionari del nord, è così rimarcata, così
rivendicata da indurre l’autore a utilizzare spesso la terza
persona in riferimento ai pensieri e alle azioni delle
Brigate rosse di volta in volta narrate. «Loro» pensavano
che, «loro» dicevano che… Oggi a Valerio Morucci, che
insieme a quelle Brigate rosse organizzò e gestì il
sequestro di Aldo Moro, pur ammettendo tutte le proprie
responsabilità e pur rivendicando tutto intero la propria
storia politica, interessa soprattutto rimarcare questa
differenza culturale, questa sua differente matrice
politica, questo suo essere sempre stato altro rispetto al
dogmatismo stalinista-maoista delle Brigate rosse morettiane.
Gran parte del senso del libro sta proprio in questo
obiettivo: anche Morucci, come tutti i big della storia
brigatista, vuole levarsi i propri sassolini dalle scarpe,
vuole anche lui fornire la propria verità dei fatti che
inevitabilmente finisce per discostarsi sia dalle
farneticazioni di Franceschini (a cui abbiamo dedicato già
fin troppo spazio), sia soprattutto dalla storia del
«generale» Mario Moretti.
Il libro in
questione però, fortunatamente, non è solo questo
(altrimenti sì avremmo commesso un grosso errore nel
occuparcene). È anche, e soprattutto, il tentativo sincero,
a tratti sofferto, di cercare le tracce di un percorso
compiuto, senza un filo di retorica, senza una briciola di
autocompiacimento, senza sconti per nessuno (tantomeno per
sé stessi), alla ricerca non di alibi, ma di spiegazioni. Il
Morucci-pensiero è a tratti «scandaloso», come quando arriva
a dire che «il terrorismo l’ha inventato il Sovrano, per
annientare chi poteva minacciare il suo potere. E poi, anche
dopo che Macchiavelli diede le sue regole di Buon Governo,
ritenendo il terrorismo poco acconcio, il Principe ha
continuato a usarlo, non dandolo per inteso. E, dato che lo
strumento terroristico c’era, è stato usato anche da chi al
Principe andava contro».
O come
quando accusa Pci e sindacato di essere stati i principali
responsabili della deriva settantasettina, per aver
inventato e perseguito in malafede la celebre teoria delle
due società, per aver difeso i residui della prima e
emarginato in un angolo gli scarti che componevano la
seconda. O come quando osa negare la presunta illibatezza
dei leader storici delle Brigate rosse (Renato Curcio su
tutti), ricordando l’adesione di questi al famigerato
Partito Guerriglia di Senzani (siamo al 1981) e la loro poca
ritrosia nel decretare ed eseguire sentenze di morte
all’interno delle carceri durante la triste stagione della
mattanza carceraria.
«Quel che è
certo è che i capi storici delle Br, Curcio, Franceschini,
Semeria, e tutti gli altri, hanno messo in piedi dall’eremo
carcerario una macchina di morte ancora peggiore di quella
che dicevano di voler contrastare. Hanno armato la mano di
Caino. Alcuni dicono che loro, di mani, sono pulite».
Giuliano Boraso
libri@brigaterosse.org
|