LIBRI 

Homepage Libri Le testimonianze La peggio gioventù

   
  Autore: Valerio Morucci
   
   
  Editore: Rizzoli
  Collana:  
  Data pubblicazione: 2004
  ISBN: 88-17-00436-7
  Pagine: 356
   
   
  Giudizio:
   
  Puoi acquistarlo qui:    libreriauniversitaria.it

 

 

Superate le iniziali remore (l’ennesima testimonianza dell’ennesimo reduce della lotta armata, con un titolo del genere poi, e a quel prezzo!) decido di comprare (a metà del costo di copertina) la terza fatica letteraria dell’uomo che è passato alla storia come il più strenuo oppositore interno alla decisione di uccidere Aldo Moro. Mica male come presentazione per chi ancora non conoscesse Valerio Morucci, figura di spicco dell’antagonismo romano dei primissimi anni Settanta, membro di Potere Operaio, responsabile della struttura militare dell’organizzazione, di quel livello clandestino conosciuto come Lavoro Illegale che avrebbe dovuto preparare il terreno per l’insurrezione armata quando fosse scoccata la fatidica ora. E poi tra gli uomini a cui Mario Moretti, in trasferta dal Nord nella capitale, affida l’organizzazione logistica della colonna romana delle Brigate rosse per tentare l’assalto al cuore dello Stato.

Un curriculum vitae, quello di Valerio Morucci, all’insegna del culto delle armi e dell’organizzazione militare, del «fare» che prevale sul «pensare», ma anche di una formazione culturale e politica che non lo accomuna di certo ai stalinisti del nord, a quegli uomini che dopo aver organizzato la propaganda armata nelle fabbriche del triangolo industriale ora decidono di scendere nella capitale per fare le cose davvero sul serio, tentando l’assalto al cuore dello Stato.

E questa sua diversità, sua e di tutta l’area antagonista romana rispetto ai rivoluzionari del nord, è così rimarcata, così rivendicata da indurre l’autore a utilizzare spesso la terza persona in riferimento ai pensieri e alle azioni delle Brigate rosse di volta in volta narrate. «Loro» pensavano che, «loro» dicevano che… Oggi a Valerio Morucci, che insieme a quelle Brigate rosse organizzò e gestì il sequestro di Aldo Moro, pur ammettendo tutte le proprie responsabilità e pur rivendicando tutto intero la propria storia politica, interessa soprattutto rimarcare questa differenza culturale, questa sua differente matrice politica, questo suo essere sempre stato altro rispetto al dogmatismo stalinista-maoista delle Brigate rosse morettiane. Gran parte del senso del libro sta proprio in questo obiettivo: anche Morucci, come tutti i big della storia brigatista, vuole levarsi i propri sassolini dalle scarpe, vuole anche lui fornire la propria verità dei fatti che inevitabilmente finisce per discostarsi sia dalle farneticazioni di Franceschini (a cui abbiamo dedicato già fin troppo spazio), sia soprattutto dalla storia del «generale» Mario Moretti.

Il libro in questione però, fortunatamente, non è solo questo (altrimenti sì avremmo commesso un grosso errore nel occuparcene). È anche, e soprattutto, il tentativo sincero, a tratti sofferto, di cercare le tracce di un percorso compiuto, senza un filo di retorica, senza una briciola di autocompiacimento, senza sconti per nessuno (tantomeno per sé stessi), alla ricerca non di alibi, ma di spiegazioni. Il Morucci-pensiero è a tratti «scandaloso», come quando arriva a dire che «il terrorismo l’ha inventato il Sovrano, per annientare chi poteva minacciare il suo potere. E poi, anche dopo che Macchiavelli diede le sue regole di Buon Governo, ritenendo il terrorismo poco acconcio, il Principe ha continuato a usarlo, non dandolo per inteso. E, dato che lo strumento terroristico c’era, è stato usato anche da chi al Principe andava contro».

O come quando accusa Pci e sindacato di essere stati i principali responsabili della deriva settantasettina, per aver inventato e perseguito in malafede la celebre teoria delle due società, per aver difeso i residui della prima e emarginato in un angolo gli scarti che componevano la seconda. O come quando osa negare la presunta illibatezza dei leader storici delle Brigate rosse (Renato Curcio su tutti), ricordando l’adesione di questi al famigerato Partito Guerriglia di Senzani (siamo al 1981) e la loro poca ritrosia nel decretare ed eseguire sentenze di morte all’interno delle carceri durante la triste stagione della mattanza carceraria.

«Quel che è certo è che i capi storici delle Br, Curcio, Franceschini, Semeria, e tutti gli altri, hanno messo in piedi dall’eremo carcerario una macchina di morte ancora peggiore di quella che dicevano di voler contrastare. Hanno armato la mano di Caino. Alcuni dicono che loro, di mani, sono pulite».

 

Giuliano Boraso

libri@brigaterosse.org

 

Ultima modifica di questa pagina: sabato, 28 ottobre 2006 00.03

Copyright ©2000-2006 brigaterosse.org
email: info@brigaterosse.it