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Accantonare
il verosimile, mettere da parte ogni pretesa di aderenza del
narrato alla realtà per abbandonarsi senza remore alle
esigenze della finzione letteraria.
Non è poco
quello che Valerio Lucarelli – trentasettenne autore
napoletano, qui al suo esordio narrativo – chiede ai suoi
lettori. O meglio, trattandosi di narrativa non ci sarebbe
niente di nuovo, né di particolarmente problematico:
finzione, sospensione del verosimile, invenzione fanno parte
del dna di qualsiasi romanzo. Però nel nostro caso le cose
si complicano non poco perché quella che Lucarelli racconta
nel suo Buio rivoluzione è una storia che qualche
appiglio alla realtà dovrebbe garantirlo, eccome. Perché qui
si narra di un ritorno in grande stile, prossimo e venturo,
del partito armato: il 24 maggio del 2008, cioè domani, le
Brigate rosse riconquistano la ribalta della scena
internazionale antimperialista sequestrando Chris Clier, la
figlia diciottenne di John Clier, ex primo ministro della
Gran Bretagna. All’azione, che come insolito teatro ha la
località turistica siciliana di San Vito lo Capo, assiste
casualmente l’ispettore Maurizio Lupo, in vacanza forzata
nel paesino siculo dopo una serie di insuccessi
professionali. E – un po’ per caso, un po’ per merito – sarà
lo stesso Lupo ad affiancare nelle indagini gli uomini
dell’MI5, il Military Intelligence britannico, precipitatisi
nell’isola per garantire la salvezza della giovane Clier.
Questo
l’evento di rottura, il volano della storia. Che Lucarelli
racconta alternando spunti di cronaca (c’è il fantasma del
G8 genovese, ci sono gli omicidi Biagi e D’Antona) a
riflessioni sul passato (le domande ancora senza risposta
dell’affaire Moro, il ricordo del sequestro Dozier),
dando vita a una narrazione che strizza l’occhio alla
letteratura di genere, ma non disdegna nemmeno di abbozzare
la denuncia civile. E che in qualche frangente sembra
concedere troppo spazio al terreno dell’invenzione, fino a
pretendere dal lettore qualcosa di più di una semplice, e
del tutto lecita, sospensione della verosimiglianza.
È prima di
tutto il personaggio di Mara, l’affascinante brigatista che
rifiuta di partecipare all’azione e che decide di
collaborare con Lupo alla risoluzione del caso, a mettere a
dura prova la nostra disponibilità-capacità di seguire
l’autore sul terreno della fiction estrema. E quando,
superate anche le ultime diffidenze, decidiamo di
abbandonarci alla storia, accantonando tutta la nostra
voglia di verosimile, ecco che a complicare le cose
sopraggiunge il profilo di Alex, l’ispiratore dell’insolito
sequestro Clier. Intorno a questo personaggio Lucarelli, in
poche pagine, imbastisce un piccolo romanzo all’interno del
romanzo, ma anche qui (e per ovvie ragioni non riveleremo
perché) è forte il rischio di spingere troppo sul pedale
dell’immaginazione. È a causa di queste due figure che
l’intreccio rischia di deragliare: questi due personaggi – e
le storie che racchiudono – corrono il pericolo di rendere
vani i nostri sforzi, pur notevoli, di assecondare ogni
esigenza narrativa, anche la più audace. Senza contare le
pur scoppiettanti ultime cinquanta pagine, nelle quali i
colpi di scena si susseguono fino alla rivelazione finale e
grazie alle quali Lucarelli dimostra di avere ben imparato
la lezione dei grandi maestri della spy story e del thriller
fanta-politico.
L’occasione
è ghiotta, quindi, per aggiungere un capitolo all’eterno
dibattito su quanta licenza sia giusto o meno giusto
concedere alle opere di finzione che pure hanno l’ardire di
raccontare episodi della storia, o di servirsene a vari
livelli per imbastire la propria trama. Dibattito che si
ripropone puntuale ogniqualvolta siamo di fronte a pagine
come queste, tanto più che Buio rivoluzione non si
accontenta di volgere lo sguardo al passato per ritrarre una
generazione o un decennio che fu, ma osa addirittura
guardare al futuro, dipingendo – grazie alle concessioni
fornite dall’invenzione narrativa – scenari ancora più
inquietanti di quelli del passato. Sembra scontato dirlo,
quasi ovvio, ma quando ci troviamo nelle condizioni di
recensire romanzi come questo non possiamo fare a meno di
accennare all’importanza della sensibilità, del gusto, della
predisposizione di ogni singolo lettore: molti troveranno
indigeste pagine come quelle di Buio rivoluzione,
piene zeppe di “supposizioni complottarde”, di stereotipi
della narrativa di genere, di femme fatale
determinate e seducenti e di ispettori “creduloni e
fessacchiotti”; molti altri, al contrario, se ne
appassioneranno così come ci si appassiona a una spy story
ben scritta, ritmata, coinvolgente.
Giuliano
Boraso
libri@brigaterosse.org
Buio
rivoluzione,
il verosimile, la Storia
Abbiamo
chiesto a Valerio Lucarelli di commentare quanto da noi
scritto a proposito del suo romanzo d’esordio
Buio
rivoluzione. Ecco il suo
contributo, che pone sul tavolo non pochi aspetti
interessanti. Ora aspettiamo che la parola passi agli altri
lettori e a tutti coloro che intendono animare il dibattito.
Il luogo
giusto per parlarne è, ovviamente, il nostro
forum.

Sono
convinto che ogni recensione, se attenta e garbata come
quella di Giuliano Boraso, sia, oltre che lecita,
definitiva. Nel senso che non trovo necessario uno scambio
successivo di riflessioni tra il recensore e il recensito.
Dal sito brigaterosse.it mi è arrivato un invito a discutere
con loro in modo franco sugli argomenti trattati dal mio
romanzo. Accetto, convinto che da queste colonne possa
nascere una discussione proficua. Tralascio dunque i
commenti positivi espressi sul valore narrativo dell’opera e
mi concentro sul punto decisivo della nostra discussione:
l’aderenza di “Buio Rivoluzione” alla realtà, o addirittura
al verosimile.
“Buio
Rivoluzione” è un romanzo: comprimere trent’anni di storia
italiana in una vicenda che vive, s’infiamma e muore nel
giro di 48 ore provoca inevitabilmente qualche forzatura.
Così come è chiaro che un personaggio femminile all’interno
di un romanzo, debba necessariamente allontanarsi dalla
figura della donna brigatista. Nella storia delle BR le
donne hanno sempre mostrato un lato austero del loro
carattere, concentrate com’erano sugli intenti rivoluzionari
delle loro battaglie.
Ma qua
finiscono le mie “attenuanti”. Passo al contrattacco
affrontando di petto quello che forse è il più grosso
appunto che Boraso solleva.
Sì, io sono
convinto che il terrorismo di sinistra possa ritornare a far
sentire la sua voce nel prossimo futuro. Nel libro azzardo
un paragone fra i fatti di Avola e il G8 di Genova.
Ricorderete come ad Avola, nel dicembre ’68, le forze di
polizia spararono contro una folla di braccianti che
scioperava chiedendo nient’altro che parità di trattamento
con i lavoratori del nord della provincia di Siracusa. Fu un
massacro. Un’indignazione scosse il paese, simile a quella
provocata dai big della politica internazionale che, come
affiatati ex compagni d’università, discutevano rilassati
delle loro economie, mentre un’intera città, fuori da quei
palazzi, veniva sfregiata in viso e violentata nell’anima.
Se Avola fu
la miccia, la strage di Piazza Fontana l’incendiò. Gli
effetti, tragici, si verificarono in seguito, raggiungendo
l’apice circa dieci anni dopo con il sequestro Moro.
G8 di
Genova dunque, ma non solo. La nuova politica del lavoro che
si sta affermando nel mondo occidentale, lungi dal creare
una flessibilità al limite anche costruttiva, ha finito con
l’imporre un precariato insostenibile. Un disagio enorme
grava sulle spalle di milioni di lavoratori ai quali viene
preclusa la pur minima possibilità di pianificare la propria
vita. Un disagio che può trasformarsi in rabbia.
Cosa manca
a mio giudizio affinché questo pericolo si tramuti in
qualcosa di concreto e devastante? La presenza di uno o più
leader capaci di incanalare questa rabbia in uno scontro
frontale. Recentemente Derive e Approdi ha ripubblicato
alcuni opuscoli scritti da Toni Negri, considerati per lungo
tempo l’ispirazione teorica del terrorismo di sinistra.
Nella prefazione Negri afferma che difficilmente questi
opuscoli possono oggi contribuire alla formazione di una
classe dirigente “rivoluzionaria”, non essendo riusciti
nella stessa impresa negli anni 70. E secondo me non possono
riuscirci perché sono troppo complessi, difficili da leggere
e necessitano di valide basi di partenza. Ma se oggi
qualcuno riuscisse a parlare in modo diretto giungendo al
cuore del problema, riuscendo a parlare ad un certo
antagonismo che è vivo in molti centri del nostro paese, le
cose rischierebbero di andare diversamente. Anche perché
oggi il parlamento sembra sia occupato da un’unica grande
balena bianca ed è praticamente impossibile, per la cultura
antagonista, identificarsi in qualsiasi forma parlamentare.
Per le
restanti obiezioni sollevate da Boraso, credo sia necessaria
la lettura di “Buio Rivoluzione”. Sono assolutamente
convinto di aver scritto una storia tutt’altra che
immaginaria. Magari potremo approfittare delle confortevoli
stanze del
forum Annidipiombo.it per discuterne lungamente. Nella
sezione del mio sito
Brigate Rosse: la Verità negata
si può
trovare una piccola parte di ciò che ha fatto nascere in me
la storia che ho poi trasposto in Buio Rivoluzione. Chiedo
scusa anticipatamente se il sito è ancora in costruzione.
Voglio
lanciare un’unica provocazione. Maurizio Lupo è sicuramente
un “fessacchiotto”. Bene. Ma il presidente del consiglio del
nostro paese, credo il sesto paese industriale, nel pieno
del sequestro Moro si dilettava, con il meglio
dell’intellighenzia bolognese, in strabilianti sedute
spiritiche dove veniva invocato lo spirito di La Pira
affinché rivelasse il nascondiglio dello statista
democristiano. Prodi è dunque un fessacchiotto? I ventisei
milioni di italiani che lo hanno ri/votato sono dunque
fessacchiotti?
Sicuramente
Prodi è stato in un certo senso utilizzato, ha voluto
coprire le spalle al professor Clò. Ma se in molti ritengono
che qualcuno, probabilmente nell’area dell’Autonomia, in
dissenso con l’ala militarista delle BR abbia fatto giungere
ai professori bolognesi un’indicazione per cercare di
salvare il presidente della Dc, io, al contrario, ho il
timore che quella soffiata avesse il preciso intento di
avvertire chi quel covo abitava. Gradoli paese e non Via
Gradoli, non per un errore dovuto ad una voce raccolta
furtivamente nei corridoi di un’università, ma frutto di un
preciso depistaggio.
Uno dei
tanti.
Questo
paese trascina nel fango la coscienza dei suoi cittadini e
la memoria di chi ha vissuto e regalato la vita per lui.
Almeno fino a quando non consegnerà alla Storia Verità degne
di questo nome. Chi afferma che tutto sappiamo sulle Brigate
Rosse e sul sequestro Moro, o è uno sciocco o è in mala
fede.
Come disse
il figlio di Aldo Moro, “non voglio più giustizia, voglio
verità”. Se mai queste verità dovessero emergere ho il
timore che definire “Buio Rivoluzione” zeppo di
“supposizioni complottarde”, costituirà un azzardo
impossibile da sostenere.
Valerio
Lucarelli
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