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Homepage Libri Narrativa "Buio Rivoluzione"

   
  Autore: Valerio Lucarelli
   
   
  Editore: Pequod
  Collana:  
  Data pubblicazione: 2006
  ISBN:

88-6068-017-4

  Pagine: 207
   
   
  Sito:    www.valeriolucarelli.it
   
  Puoi acquistarlo qui:    libreriauniversitaria.it

 

 

Accantonare il verosimile, mettere da parte ogni pretesa di aderenza del narrato alla realtà per abbandonarsi senza remore alle esigenze della finzione letteraria.

Non è poco quello che Valerio Lucarelli – trentasettenne autore napoletano, qui al suo esordio narrativo – chiede ai suoi lettori. O meglio, trattandosi di narrativa non ci sarebbe niente di nuovo, né di particolarmente problematico: finzione, sospensione del verosimile, invenzione fanno parte del dna di qualsiasi romanzo. Però nel nostro caso le cose si complicano non poco perché quella che Lucarelli racconta nel suo Buio rivoluzione è una storia che qualche appiglio alla realtà dovrebbe garantirlo, eccome. Perché qui si narra di un ritorno in grande stile, prossimo e venturo, del partito armato: il 24 maggio del 2008, cioè domani, le Brigate rosse riconquistano la ribalta della scena internazionale antimperialista sequestrando Chris Clier, la figlia diciottenne di John Clier, ex primo ministro della Gran Bretagna. All’azione, che come insolito teatro ha la località turistica siciliana di San Vito lo Capo, assiste casualmente l’ispettore Maurizio Lupo, in vacanza forzata nel paesino siculo dopo una serie di insuccessi professionali. E – un po’ per caso, un po’ per merito – sarà lo stesso Lupo ad affiancare nelle indagini gli uomini dell’MI5, il Military Intelligence britannico, precipitatisi nell’isola per garantire la salvezza della giovane Clier.

Questo l’evento di rottura, il volano della storia. Che Lucarelli racconta alternando spunti di cronaca (c’è il fantasma del G8 genovese, ci sono gli omicidi Biagi e D’Antona) a riflessioni sul passato (le domande ancora senza risposta dell’affaire Moro, il ricordo del sequestro Dozier), dando vita a una narrazione che strizza l’occhio alla letteratura di genere, ma non disdegna nemmeno di abbozzare la denuncia civile. E che in qualche frangente sembra concedere troppo spazio al terreno dell’invenzione, fino a pretendere dal lettore qualcosa di più di una semplice, e del tutto lecita, sospensione della verosimiglianza.

È prima di tutto il personaggio di Mara, l’affascinante brigatista che rifiuta di partecipare all’azione e che decide di collaborare con Lupo alla risoluzione del caso, a mettere a dura prova la nostra disponibilità-capacità di seguire l’autore sul terreno della fiction estrema. E quando, superate anche le ultime diffidenze, decidiamo di abbandonarci alla storia, accantonando tutta la nostra voglia di verosimile, ecco che a complicare le cose sopraggiunge il profilo di Alex, l’ispiratore dell’insolito sequestro Clier. Intorno a questo personaggio Lucarelli, in poche pagine, imbastisce un piccolo romanzo all’interno del romanzo, ma anche qui (e per ovvie ragioni non riveleremo perché) è forte il rischio di spingere troppo sul pedale dell’immaginazione. È a causa di queste due figure che l’intreccio rischia di deragliare: questi due personaggi – e le storie che racchiudono – corrono il pericolo di rendere vani i nostri sforzi, pur notevoli, di assecondare ogni esigenza narrativa, anche la più audace. Senza contare le pur scoppiettanti ultime cinquanta pagine, nelle quali i colpi di scena si susseguono fino alla rivelazione finale e grazie alle quali Lucarelli dimostra di avere ben imparato la lezione dei grandi maestri della spy story e del thriller fanta-politico.

L’occasione è ghiotta, quindi, per aggiungere un capitolo all’eterno dibattito su quanta licenza sia giusto o meno giusto concedere alle opere di finzione che pure hanno l’ardire di raccontare episodi della storia, o di servirsene a vari livelli per imbastire la propria trama. Dibattito che si ripropone puntuale ogniqualvolta siamo di fronte a pagine come queste, tanto più che Buio rivoluzione non si accontenta di volgere lo sguardo al passato per ritrarre una generazione o un decennio che fu, ma osa addirittura guardare al futuro, dipingendo – grazie alle concessioni fornite dall’invenzione narrativa – scenari ancora più inquietanti di quelli del passato. Sembra scontato dirlo, quasi ovvio, ma quando ci troviamo nelle condizioni di recensire romanzi come questo non possiamo fare a meno di accennare all’importanza della sensibilità, del gusto, della predisposizione di ogni singolo lettore: molti troveranno indigeste pagine come quelle di Buio rivoluzione, piene zeppe di “supposizioni complottarde”, di stereotipi della narrativa di genere, di femme fatale determinate e seducenti e di ispettori “creduloni e fessacchiotti”; molti altri, al contrario, se ne appassioneranno così come ci si appassiona a una spy story ben scritta, ritmata, coinvolgente.

 

Giuliano Boraso

libri@brigaterosse.org

 

Buio rivoluzione, il verosimile, la Storia

 

Abbiamo chiesto a Valerio Lucarelli di commentare quanto da noi scritto a proposito del suo romanzo d’esordio Buio rivoluzione. Ecco il suo contributo, che pone sul tavolo non pochi aspetti interessanti. Ora aspettiamo che la parola passi agli altri lettori e a tutti coloro che intendono animare il dibattito.

Il luogo giusto per parlarne è, ovviamente, il nostro forum.

 

 

Sono convinto che ogni recensione, se attenta e garbata come quella di Giuliano Boraso, sia, oltre che lecita, definitiva. Nel senso che non trovo necessario uno scambio  successivo di riflessioni tra il recensore e il recensito. Dal sito brigaterosse.it mi è arrivato un invito a discutere con loro in modo franco sugli argomenti trattati dal mio romanzo. Accetto, convinto che da queste colonne possa nascere una discussione proficua. Tralascio dunque i commenti positivi espressi sul valore narrativo dell’opera e mi concentro sul punto decisivo della nostra discussione: l’aderenza di “Buio Rivoluzione” alla realtà, o addirittura al verosimile.

 

“Buio Rivoluzione” è un romanzo: comprimere trent’anni di storia italiana in una vicenda che vive, s’infiamma e muore nel giro di 48 ore provoca inevitabilmente qualche forzatura. Così come è chiaro che un personaggio femminile all’interno di un romanzo, debba necessariamente allontanarsi dalla figura della donna brigatista. Nella storia delle BR le donne hanno sempre mostrato un lato austero del loro carattere, concentrate com’erano sugli intenti rivoluzionari delle loro battaglie.

Ma qua finiscono le mie “attenuanti”. Passo al contrattacco affrontando di petto quello che forse è il più grosso appunto che Boraso solleva.

Sì, io sono convinto che il terrorismo di sinistra possa ritornare a far sentire la sua voce nel prossimo futuro. Nel libro azzardo un paragone fra i fatti di Avola e il G8 di Genova. Ricorderete come ad Avola, nel dicembre ’68, le forze di polizia spararono contro una folla di braccianti che scioperava chiedendo nient’altro che parità di trattamento con i lavoratori del nord della provincia di Siracusa. Fu un massacro. Un’indignazione scosse il paese, simile a quella provocata dai big della politica internazionale che, come affiatati ex compagni d’università, discutevano rilassati delle loro economie, mentre un’intera città, fuori da quei palazzi, veniva sfregiata in viso e violentata nell’anima. 

Se Avola fu la miccia, la strage di Piazza Fontana l’incendiò. Gli effetti, tragici, si verificarono in seguito, raggiungendo l’apice circa dieci anni dopo con il sequestro Moro.

 

G8 di Genova dunque, ma non solo. La nuova politica del lavoro che si sta affermando nel mondo occidentale, lungi dal creare una flessibilità al limite anche costruttiva, ha finito con l’imporre un precariato insostenibile. Un disagio enorme grava sulle spalle di milioni di lavoratori ai quali viene preclusa la pur minima possibilità di pianificare la propria vita.  Un disagio che può trasformarsi in rabbia.

Cosa manca a mio giudizio affinché questo pericolo si tramuti in qualcosa di concreto e devastante? La presenza di uno o più leader capaci di incanalare questa rabbia in uno scontro frontale. Recentemente Derive e Approdi ha ripubblicato alcuni opuscoli scritti da Toni Negri, considerati per lungo tempo l’ispirazione teorica del terrorismo di sinistra. Nella prefazione Negri afferma che difficilmente questi opuscoli possono oggi contribuire alla formazione di una classe dirigente “rivoluzionaria”, non essendo riusciti nella stessa impresa negli anni 70. E secondo me non possono riuscirci perché sono troppo complessi, difficili da leggere e necessitano di valide basi di partenza. Ma se oggi qualcuno riuscisse a parlare in modo diretto giungendo al cuore del problema, riuscendo a parlare ad un certo antagonismo che è vivo in molti centri del nostro paese, le cose rischierebbero di andare diversamente. Anche perché oggi il parlamento sembra sia occupato da un’unica grande balena bianca ed è praticamente impossibile, per la cultura antagonista, identificarsi in qualsiasi forma parlamentare.

 

Per le restanti obiezioni sollevate da Boraso, credo sia necessaria la lettura di “Buio Rivoluzione”. Sono assolutamente convinto di aver scritto una storia tutt’altra che immaginaria. Magari potremo approfittare delle confortevoli stanze del forum Annidipiombo.it per discuterne lungamente. Nella sezione del mio sito  Brigate Rosse: la Verità negata si può trovare una piccola parte di ciò che ha fatto nascere in me la storia che ho poi trasposto in Buio Rivoluzione. Chiedo scusa anticipatamente se il sito è ancora in costruzione.

Voglio lanciare un’unica provocazione.  Maurizio Lupo è sicuramente un “fessacchiotto”. Bene. Ma il presidente del consiglio del nostro paese, credo il sesto paese industriale, nel pieno del sequestro Moro si dilettava, con il meglio dell’intellighenzia bolognese, in strabilianti sedute spiritiche dove veniva invocato lo spirito di La Pira affinché rivelasse il nascondiglio dello statista democristiano. Prodi è dunque un fessacchiotto? I ventisei milioni di italiani che lo hanno ri/votato sono dunque fessacchiotti?  

Sicuramente Prodi è stato in un certo senso utilizzato, ha voluto coprire le spalle al professor Clò. Ma se in molti ritengono che qualcuno, probabilmente nell’area dell’Autonomia, in dissenso con l’ala militarista delle BR abbia fatto giungere ai professori bolognesi un’indicazione per cercare di salvare il presidente della Dc, io, al contrario, ho il timore che quella soffiata avesse il preciso intento di avvertire chi quel covo abitava. Gradoli paese e non Via Gradoli, non per un errore dovuto ad una voce raccolta furtivamente nei corridoi di un’università, ma frutto di un preciso depistaggio.

Uno dei tanti.

 

Questo paese trascina nel fango la coscienza dei suoi cittadini e la memoria di chi ha vissuto e regalato la vita per lui. Almeno fino a quando non consegnerà alla Storia Verità degne di questo nome. Chi afferma che tutto sappiamo sulle Brigate Rosse e sul sequestro Moro, o è uno sciocco o è in mala fede.

Come disse il figlio di Aldo Moro, “non voglio più giustizia, voglio verità”. Se mai queste verità dovessero emergere ho il timore che definire “Buio Rivoluzione” zeppo di “supposizioni complottarde”, costituirà un azzardo impossibile da sostenere.

 

Valerio Lucarelli

 

 

 

Ultima modifica di questa pagina: mercoledì, 17 gennaio 2007 22.52

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