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Parlare
delle Brigate Rosse, oggi, non é affar semplice; troppi sono
i rischi di strumentalizzazione, quando si tenta di
affrontare un'analisi delle vicende di una Organizzazione
che ha cercato, attraverso le armi, di dare corpo ad una
prospettiva rivoluzionaria che pareva esser propria di
larghi strati di una intera generazione (quella costituita
dai "figli" degli anni della Resistenza , dai "figli di Di
Nanni", come ancora fino a qualche anno fa recitavano slogan
e parole d'ordine dei cortei di Movimento). Un'ipotesi,
quella della Rivoluzione, già patrimonio culturale di molti
tra coloro i quali le armi le avevano davvero imbracciate,
per scacciare l'invasore, ma anche per vincere il nemico
interno, per poi scoprire che, al pari di una Matrioska, lo
Stato nascondeva di volta in volta il suo reale volto
attraverso una facciata sempre diversa; dal fascismo alla
"democrazia rappresentativa", in un unicum fatto di
intrighi, di "deviazioni" costruite a tavolino, sugli
scranni dei poteri forti.
E mentre -
il PCI fattosi Stato (per sopravvivere o per godere dei
frutti dell'esercizio del potere, in nome dell'autonomia del
ceto politico dalle masse che esso avrebbe inteso
rappresentare?) - i partigiani di ieri avevano riposto nel
cassetto (o consegnato in sezione) il proprio arsenale
composto di sogni, idee e munizioni per armi oramai obsolete
negli anni del trionfo della tecnologia applicata alla
guerra, una nuova generazione si affacciava alla ribalta
della politica recuperando - da un bagaglio comprendente,
certo, Marx e Lenin, ma anche Mao e soprattutto il mito del
guerrigliero metropolitano (Carlos Marighella e "Che Guevara",
Simon Bolivar e Padre Camillo Torres) - la speranza nella
rivolta armata, fuori dagli schemi preordinati posti ed
imposti dalla divisione bipolare del "dopo Yalta".
"Brigate
Rosse", testo edito da Soccorso Rosso per Feltrinelli
esattamente 30 anni fa, quando la morte di Mara Cagol - cui
é dedicato il libro - sembrava aver segnato l'inizio della
fine della "politica armata" propugnata dai brigatisti,
prova a raccontare al lettore (presumibilmente "militante",
nell'accezione più ampia possibile del termine) la storia di
questo gruppo di "rivoluzionari di professione", animati
dalla convinzione che dal basso (e non sotto l'influenza
esercitata da un orso sovietico ormai infettato dalla
degenerazione borghese) potesse darsi la sola ipotesi di
"costruzione dell'alternativa". Così, le BR ci vengono
raccontate per quello che sono - ossia per dei comunisti - e
per quello che fanno, o che cercano di fare - porre i
paletti per la rivoluzione, bruciando autovetture,
sequestrando dirigenti d'azienda e uomini dello Stato - , in
un percorso che, linearmente, si muove dalla fabbrica ai
centri del potere (economico, politico, finanziario), in un
progressivo innalzamento del tiro (fino ai vagheggiamenti
del PG di Senzani - ancora lontani da venire ai tempi della
stesura del libro, ma già presenti in nuce nella
ricerca ossessiva di un "cuore dello Stato" - per cui andava
colpito tutto ciò che odorasse, anche lontanamente, di
potere o di "intelligenza con il nemico").
Soccorso
Rosso riesce così a non fare sociologia, né tanto meno
apologia, ma semplicemente "storia orale", facendo sì che a
parlare siano le frasi contenute nei volantini dei
"terroristi", e quelle contenute negli articoli prodotti
dalla stampa, la cui informazione si riduce inesorabilmente
a propaganda politica. Perché se, un tempo, poteva far
comodo definire le Brigate: "sedicenti" Rosse, oggi
scopriamo che l'omicidio D'Antona é "un regolamento di conti
interno alla sinistra", o che l'omicidio Biagi é il frutto
delle critiche sindacali alla riforma del mercato del
lavoro.
Attenzione,
signori! L'esercizio di critica diventa reato, se fatto
proprio dai "diversi" per appartenenza di classe, di ceto,
di razza. Ed i soli volantini che ci sarà concesso di
leggere - e di scrivere, se sapremo venderci bene al
"padrone" - saranno quelli pubblicati sugli editoriali dei
quotidiani nazionali.
Buona
lettura, a tutti coloro i quali credono che debba ancora
esserci spazio per la libertà di pensiero.
Roberto De
Rossi |