|
Ormai è
difficile contare il numero di libri firmati dai
protagonisti della lotta armata degli anni Settanta: ne
escono a getto continuo. Spesso hanno copertine patinate,
titoli ammiccanti, foto di repertorio glamour: se
lanciati dalle grandi case editrici - quelle del SIM - sono
in grado di esaurire la prima edizione in poche settimane.
Inutile negarlo: gli anni Settanta, soprattutto se visti dal
punto di vista eversivo, vendono, piacciono, fanno tendenza.
Tendenza raccolta non tanto dagli ex sessantottini
nostalgici - che, anzi, sembrano essere i primi a non
volerne più sapere - ma dai giovani, da coloro che,
all’epoca del sequestro Moro, nascevano o non erano ancora
nati. Perché? E perché proprio ora? I retro di copertina più
edificanti sembrano impermeabili al dubbio: di fronte al
sorgere delle nuove Brigate Rosse, chi non ha vissuto quegli
anni sente una grande necessità di sapere. Ma mi sembra un
po’ eccessivo gettare sulle spalle di Nadia Lioce e compagni
tutto questo peso mediatico. Le nuove Brigate Rosse sono un
simulacro, in grado di dare solo una sensazione di
deja-vu, incapaci di stimolare ogni interesse. Ma,
certo, non si legge solo per capire il presente, ma anche
per non correre il rischio di commettere gli stessi errori.
Per non raccogliere un’ascia rimasta insepolta: anche questo
dicono i retro di copertina. Leggete, per non entrare nelle
nuove Brigate Rosse: ecco la solita copertura moralistica di
chi specula su qualcosa che non è disposto ad ammettere,
ovvero che le vite eccezionali e “cattive” attraggono più di
quelle normali. Il punto è che l’ascia rimasta insepolta non
mi sembra tanto la storia dei gruppi armati: che,
dietrologie e reali buchi investigativi a parte, conta ormai
la sua sostanziosa bibliografia. L’ascia è, piuttosto, il
fatto che, oggi ancora più di ieri, il sistema politico si
rivela bloccato, sordo alle richieste di base, incapace di
cambiare realmente le cose. Di marxismo-leninismo e
dittatura del proletariato nessuno parla più, ma la
frustrazione resta. E, così, una generazione costretta a
morire di precarietà, e pure ad aspettare che Fassino dica
qualcosa di sinistra, lava via i propri istinti
massimalistici e antisociali in questi bagni catartici di
eversioni, sogni, P38 e assalti al cielo. Come darci torto?
LA SACRA
FAMIGLIA
Mario
Moretti sconta ormai una strana celebrità. In passato
surclassato dalla fama di Curcio, oggi può ritenersi il
volto principe delle BR: il volto ambiguo, su cui si
addensano sospetti, dubbi e dietrologie. Detto la sfinge per
la parsimonia con cui prende la parola, la sua esperienza di
vita è consegnata a un libro-intervista con Carla Mosca e
Rossana Rossanda, Brigate Rosse. Una storia italiana
(Anabasi, 1994, poi Baldini Castoldi Dalai, 2002). Impedendo
il cortocircuito tra passione e ideologia che spesso
caratterizza questi libri, Mario Moretti rinuncia alla
propria individualità per identificarsi nel ruolo di
generale sconfitto, e per fare della realtà un’equazione da
affrontare con la calcolatrice. Rivoluzionario stipendiato,
tecnico di fabbrica e padre mancato, Moretti fa delle
Brigate Rosse una storia tecnica e militare, e del suo
racconto di vita una negazione dell’autobiografia in senso
moderno, visto che l’io privato scompare, per nascondersi
dietro una spessa cortina di catechesi marxista-leninista.
Per sapere qualcosa su di lui, bisogna consultare i libri
dei suoi compagni: nel tempo libero faceva le parole
crociate, amava i libri di fantascienza, era un donnaiolo
(così il macho Valerio Morucci lo esalta nel suo
La Peggio gioventù, Rizzoli 2004 : “aveva
carisma, carisma e fascino. Una compagna ad attenderlo in
ogni colonna. Il riposo del guerriero”). Un panorama
sconfortante, ma ancora più sconfortante è l’uso di un
linguaggio che ci costringe a rileggere ogni riga per poter
dire di averla capita, un post-brigatese che, dai tempi
d’oro, ha perso l’enfasi, ma non certo le torture teoriche.
“Nomina sunt consequentia rerum” dichiara Moretti accennando
a un’autocritica, ma poi corregge “ma quelle parole non ci
esprimono, ci falsificano. Non siamo quello (...) I
documenti erano più poveri dell’esperienza che facevamo.
Appena era parlata o scritta nel volantino, diventava più
stretta, schematica, lontana”. Quella di Moretti è una
storia drammatica, proprio perché l’umanità non è
costantemente esposta, ma soffocata dal suo ruolo di
generale sconfitto: eppure resta sovrastata da qualcosa che
impedisce di parlare di tragedia. Il Lenin postmoderno non è
niente più di un burocrate, e si dimostra terribilmente
scadente nel piano delle riflessioni personali e delle idee,
fino a sembrare una parodia del famoso assunto di Fidel
Castro che vuole che prima venga la lotta, e solo in un
secondo momento la coscienza. Ci si chiede chi mai saranno
gli altri, se lui era il capo, oppure si cede al fascino
delle tesi da spy story di Sergio Flamigni,
inoltrandoci in un complicatissimo romanzo nel romanzo che
fa di Moretti una spia della CIA (e, mutatis mutandis,
del SIM).
La storia
di Anna Laura Braghetti (Il prigioniero, con Paola
Tavella, Mondadori, 1998, poi Feltrinelli, 2003) è invece
l’esatto corrispondente di quella di Moretti nel campo
femminile. Tutto ideologia, armi, onore e lotta l’uomo,
tutta affetti, cucina e famiglia la donna. La Braghetti
racconta la sua storia in un linguaggio medio, pulito, dal
tono vagamente depresso, e lascia che nel suo libro esploda
una lampante contraddizione: come descrivere gli ideali
quando in nome di quegli ideali conduci una vita alienata?
Come descrivere la rabbia, quando quella rabbia va
trattenuta, per essere poi canalizzata nella singola azione?
Come descrivere la diversità, se quella supposta diversità
deve scomparire per meglio mimetizzarsi tra la gente comune?
Così, la sua vicenda diventa più un’immersione nella
schizofrenia che nella rivoluzione (“chi mi ha conosciuta in
quel periodo”, scrive l’autrice ammettendo una faticosa
messa a fuoco di sé “mi ricorda come una persona rigida e
intransigente, proprio il contrario dell’immagine che io
avevo di me stessa”). Si fatica a capire come sia venuto in
mente a questa brava ragazza di entrare nelle Brigate Rosse:
e, visto che di ideologia mai si parla, che la speranza di
un futuro migliore mai si affaccia, non si può non pensare
all’odio. Un odio che, però, nella riemersione del ricordo,
è ormai cancellato, sparito. Lo si deve cercare fra le
righe, nelle allusioni a un’identità che si fatica a
ricostruire. Bisogna leggere attentamente e memorizzare il
suo essere rimasta presto orfana, l’ abbandono
dell’università per fare studiare il fratello maschio. Ma
l’odio, nella Braghetti, si fa sentimento materno. Come le
celebri donne della mafia, Anna Laura Braghetti è affettuosa
con i membri del clan e spietata con gli esterni. Ascolta,
carezza, lenisce le pene. Prepara i risotti e spolvera la
casa. La sua identità politica pare non esistere, se non per
concordare ed appiattirsi su Mario Moretti: e, quando si
decide di uccidere Moro, i suoi dubbi sembrano quelli di una
madre sottomessa che vede il suo rude marito affogare i
gattini.
Ma,
identificato il padre, ideologico, rigido e un po’ ottuso,
conosciuta la mamma, affettuosa e silenziosamente complice,
resta il figlio. Scanzonato e cazzeggione, ecco pararsi di
fronte a noi la figura di Cesare Battisti. Dopo avere letto
l’insostenibile Orma Rossa (Einaudi, 1999) - dove
l’io narrante scorrazza in un mondo in cui lui è l’unico
puro, prendendosela con: Togliatti, venduto; l’Italia,
fascista; la Francia, fascista; le donne, tutte puttane -
sono rimasta colpita da un romanzo scorrevole qual è
L’ultimo sparo (DeriveApprodi, 2004). La differenza è
che, in questo libro, l’io-narrante è un Cesare Battisti
giovane, che non cede alla tentazione di tenerci lezione in
una morale che, evidentemente, non è il suo campo. Criminale
comune, Battisti si converte alla politica in carcere, dopo
l’incontro con un militante di sinistra: “si era dedicato
anima e corpo a spiegarmi che io non ero un delinquente in
galera, bensì un proletario in rivolta sequestrato dal
regime. Per quanto mi riguarda non avevo nessuna difficoltà
a crederlo, anzi, mi chiedevo come mai non ci avessi pensato
prima...”. Uscito di galera, il giovane Cesare, raggiante di
desiderio rivoluzionario, entra in Lotta Continua, dove “si
potevano fumare gli spinelli insieme a ragazze che non
facevano troppe storie”. Espulso perché troppo violento,
ripara nell’Autonomia, dove trova tante persone che
“portavano il passamontagna, agitavano pugni e pistole e non
c’erano santi” e “le ragazze, se si scatenavano a letto come
facevano nelle piazze, c’era da rischiare una sincope...”.
Il bandito Battisti (che vuole tanto bene alla mamma)
picchia un po’ di fascisti, ammazza un po’ di commercianti e
fa impazzire arrabbiate femministe con la sua aria da
guerrigliero: tra il monnezza e il sogno erotico
dell’italiano medio, l’ideologia dell’io narrante è tutta
qua. E se il suo tono giocoso può suonare cinico,
irresponsabile e amorale, bisogna pure ammettere che è una
delle rare chiavi narrative che funziona, come se, alla
fine, quel tono fosse più sincero di tanti altri.
PECKINPAH E LA RIVOLUZIONE
Ma Cesare
Battisti - in quanto figlio ribelle di un repertorio
culturale tipicamente anni Cinquanta - ci fa scivolare verso
gli anni della nebulosa terrorista. Sottovalutata dalle
disquisizioni di Moretti, la spinta esistenziale sembra
essere uno dei componenti principali della lotta armata: la
si trova, del resto, anche nell’autobiografia del fondatore
più celebre, più romantico e maledetto, Renato Curcio (A
viso aperto, con M. Scialoja, Mondadori, 1995).
Lasciandoci alle spalle la dottrina M & L, ci troviamo
immersi in un’aria che un vecchio sindacalista chiamerebbe
soreliana, al massimo fanoniana, ma che, in realtà, sembra
avere più debiti con i media che con i libri: un po’ di
mitologia della resistenza ripresa da Senza Tregua di
Pesce, ma, soprattutto, tanto Peckinpah. Lenin e Marx
battono il passo, il modello diventa piuttosto quello del
cow boy o del bandito metropolitano visto in tv o al cinema.
E, in questo senso, potremmo veramente dire che la lotta
armata degli anni Settanta sia stata un fenomeno
postmoderno. Più che vivere, sembra guardarsi vivere: per
proiettarsi indifferentemente su uno scenario in cui
convivono i tupamaros e i partigiani, Lenin e i cow boys. Il
desiderio di una vita “oltre” si confonde con l’ideologia,
il voler salvare se stessi da un’esistenza insoddisfacente
viene spacciato per un voler salvare il mondo, mentre la
speranza non si vede e la sola redenzione sembra il bagno di
sangue con cui si chiude il Mucchio Selvaggio. E’ un
estetismo maudit in cui, come scrisse Sciascia nell’Affaire
Moro, “il morire per la rivoluzione è diventato un
morire con la rivoluzione”, ed è su questo sfondo che, nella
seconda metà degli anni Settanta, nascono e muoiono
centinaia di nuove sigle rivoluzionarie, di cui la più
celebre è Prima Linea. Gruppo anarcoide e gaudente,
ricettacolo dei servizi d’ordine della sinistra
extraparlamentare, Prima Linea fu una meteora capace di
produrre un gran numero di omicidi e, subito dopo, di
pentiti della prima ora (tra cui il suo esponente più
celebre e smaccatamente freudiano: Marco Donat Cattin). Da
questo universo è uscita una sola autobiografia,
recentemente pubblicata dalla casa editrice DeriveApprodi:
Miccia Corta, a firma di Sergio Segio. Ben
determinato a doverci restare per forza simpatico, l’ex
comandante Sirio ci strizza l’occhio conducendoci dalle
parti dell’ Harris Bar e dei locali di Brera, rivendicando
la sua inappartenenza al “cliché, così brigatista, del
militante serioso”. Ci regala patinate immagini
pubblicitarie, come quando aspetta la sua compagna su “un
triste mare d’inverno”. Ci racconta di un capodanno passato
nel ristorante di una thailandese (“abbiamo simpatizzato
subito, forse perché anch’io mi sento straniero”) a scolarsi
bottiglie di Veuve Cliquot, “lo champagne della vedova che
preferisco”. Se la prende con le Brigate Rosse, ree di darti
sempre appuntamento in “trattoriacce operaie di periferia,
il cui cibo fa rischiare la vita ben più che una rapina in
banca”.
Leggendo
queste pagine, non riuscivo a non pensare a Renato
Vallanzasca: e, più ci pensavo, più sentivo una struggente
nostalgia della sua autobiografia (Il fiore del male,
scritta per le edizioni Marco Tropea insieme a Carlo Bonini,
1999). Anche Vallanzasca non ci risparmia lo champagne, i
locali alla moda e il Mucchio Selvaggio: ma senza
chiamare in causa nessuna ideologia, convinto com’è che “c’è
chi nasce per fare lo sbirro, chi lo scienziato, chi per
diventare Madre Teresa di Calcutta”, e lui è nato ladro.
Questo può essere letto, ovviamente, come il suo limite; in
fondo, preferiremmo tutti chiamare in causa categorie
sociologiche: Vallanzasca nasce povero e illegittimo negli
anni del boom. Ma l’egocentrismo dilagante del bel René
rifiuta la formula, e preferisce rifugiarsi nel concetto di
scelta, e, quindi, di responsabilità individuale. Per questo
si può leggere la sua storia senza sentire in bocca nessun
sapore amarognolo, di falsetto: un sapore che ci avverte che
siamo in presenza di qualcosa di taciuto o di rimosso.
Vallanzasca non pretende un riconoscimento dalla storia “dei
vincitori”, non ha bisogno di dimostrarsi a tutti i costi
buono, altruista, disinteressato, reo soltanto di avere
intrapreso una strada sbagliata. Su questo, invece, si
incentra il libro di Segio: dove la voce narrante si fa
ambigua, esalta il sensazionalismo nello stesso momento in
cui ce ne chiede venia, rivendica qualcosa che al contempo
condanna, non si allontana dalla materia che racconta, e,
allo stesso tempo, non ha neanche il coraggio di restarle
vicino e di rivendicare la sua peggio gioventù. E
quello che ne esce, alla fine, è una specie di vate
giovanilista e cheap: un pizzico di maledettismo
gigione per piacere ai giovani, e un po’ di retorica
saggezza perché gli stessi non commettano i tuoi errori.
Documento di sconcertante ingenuità, le sue contraddizioni
esplodono quando si affronta la vicenda di Piazza Fontana.
Con il 12 dicembre del 1969, dice Segio, lo stato dichiara
guerra a chi non tollera la repressione e l’impunità per i
fascisti e per la polizia. E potrebbe avere anche ragione:
ma non può usare queste argomentazioni fingendo che Prima
Linea non abbia ucciso Alessandrini. Pubblico ministero che
per primo aveva imboccato la strada dei servizi segreti
dietro Piazza Fontana, Emilio Alessandrini viene ucciso
sulla scia della dialettica più massimale: essendo onesto e
intelligente, è meglio ucciderlo prima che rischi di ridare
vigore alle nostre istituzioni corrotte. E, se ieri una
foschissima coerenza poteva anche esserci, oggi tutto questo
gigioneggiare sul Mucchio Selvaggio e sulle canzoni
di Gianna Nannini, tutto questo discettare sui vinti e i
vincenti, su chi abbia dichiarato guerra o meno, lascia in
bocca un sapore cattivo. Che non è solo dovuto
all’immaginario kitsch che il libro rivela, ma più
probabilmente a quello che dietro il kitsch si
nasconde: la scarsa onestà nei confronti di se stessi e del
prossimo.
LE DONNE
“L’insopprimibile violenza” diceva ieri Sartre nella sua
prefazione ai Dannati della terra di Fanon “è l’uomo
che crea se stesso”. Non credo avesse ragione: se è vero che
tutte queste autobiografie sembrano un tentativo di
rimettersi in sesto, recuperare i traumi, i ricordi, le
emozioni. Un tentativo, in sostanza, di crearsi come
individui e come persone. Prova faticosa, che più cerca di
abbandonare i rigori ideologici più tende a perdersi in
romanticismi e toni dannunziani. Un misto di sdolcinatura e
di rigore che gli psicoanalisti liquiderebbero con la
formula di infantilismo psichico, e che, tristemente, sembra
trovare casa specialmente quando chi tiene la penna è di
sesso femminile. Una considerazione nasce spontanea: la
lotta armata è stata l’unica realtà politica italiana (a
parte, ovviamente, il femminismo) in cui le donne risultino
abbondantemente rappresentate. Di certo potremmo dare tutta
la colpa alla cancrena di un sistema politico che impedisce
l’ingresso di nuove forze vitali: ma anche nei gruppi
extraparlamentari le donne sono rimaste all’ombra dei
leaders maschili. Se dire ‘68 vuol dire pensare a Sofri,
Capanna, Rostagno, dire lotta armata vuol dire pensare anche
a Mara Cagol, Barbara Balzerani e Susanna Ronconi, giusto
per citare le più importanti.
Le ex
combattenti vengono presentate, in genere, in modo meno
categorico dei loro compagni maschi: non sono, in fondo,
l’ultima frontiera di quella passio femminile dedita
all’annullamento di sé? Mistiche o innamorate, l’immaginario
collettivo vuole che una donna di responsabilità ne abbia
poche: l’importante è che oggi si mostri pentita e ci parli
del suo bambino. Come accade nel libro-intervista di Adriana
Faranda, Nell’anno della tigre (intervista con
Silvana Mazzocchi, Baldini e Castoldi Dalai, 1994), che
potrebbe anche intitolarsi: quando Emma Bovary diventa
un’eroina della differenza femminile. A far battere il cuore
dell’aristocratica Faranda sembra essere, più che una
rivoluzione totale, il sogno di un amore totale: la passione
viene assunta come unica esperienza in grado di salvare la
vita, il sentimento esaltato come massimo talento femminile.
Teatralizzazione dell’io, retorica del sentimento,
narcisismo sembrano essere le spinte che muovono la Faranda
a una vita necessariamente sopra le righe: rivoluzione e
amore, sentimento e dittatura del proletariato, machi e
libertà. Più che contro il SIM, la Faranda lotta contro gli
uomini: non contro il loro potere, ma contro il loro essere
incapaci di slanci, contro l’ inettitudine che impedisce
loro di sacrificarsi sull’altare dell’Amore. E alla fine
sembra l’eroina romanticheggiante di una storia
tardottocentesca, mentre l’allusione del titolo all’anno
della Tigre (secondo l’oroscopo cinese, destinato a mettere
al mondo donne ribelli e indipendenti che distruggeranno la
casa paterna) si fa tristemente bovaristico, con un
sottofondo di feuilletton.
Un
bovarismo che non dovremmo trovare nel libro di Barbara
Balzerani: che, almeno, era una proletaria vera, e una
rivoluzionaria pura - nel senso che non cambiava identità
politica a seconda dell’uomo che si trovava. Ma l’abbandono
del vecchio non produce automaticamente il nuovo: in questo
caso, il lasciarsi alle spalle la vecchia scansione
donna-uomo, il granito di Moretti e i petali di rosa della
Braghetti, sembra portare a una confusione depersonalizzata.
In Compagna Luna (Feltrinelli, 1998) vige una
distinzione tra due caratteri tipografici: quello normale e
il corsivo, a cui, all’inizio, sembrano destinati il
pubblico e il privato. Finché la Balzerani fa riemergere la
sua infanzia, riusciamo a seguirla, anche se la narrazione è
appesantita da uno stile liricheggiante che suona come una
patina posticcia stesa sopra un accumulo di rancore e di
odio. Odio verso i padroni, verso il quartiere operaio in
cui è cresciuta, odio specialmente verso una madre che,
nonostante tutte le dichiarazioni di amore tardivo con cui
l’autrice si copre, appare fredda, colpevolizzante, sadica.
Ma, finita l’infanzia, la storia privata diventa collettiva,
la bussola si perde, la scansione tra corsivo e carattere
normale non ha più motivo di essere. Post-brigatese e lirica
si infiltrano a vicenda nei due diversi caratteri
tipografici: restando però, magicamente, sempre separati,
come se vita e politica, creatura e individuo, non potessero
riabbracciarsi in un’identità completa. Perché la Balzerani
entra nelle BR? Perché “da questa sfida mortale derivava
la conquista di quel genere di identità che per distinguersi
ha soprattutto bisogno di collocarsi al di qua di una
autoreferenziale linea di confine da cui padroneggiare
l’esclusione dell’altro”. Cosa pensa appena uscita dal
carcere? “Che odore ha la sera? Non quello di euforia
della terra bagnata. Non quello di panico della primavera in
arrivo. Non quello di promessa d’amore del corpo
imprigionato. Non quello di buono del pane del pacco di
casa. (...) Dov’è vita? Dov’è io-vita?”. La
retorica ideologica di ieri si ribalta nella retorica del
sentimento di oggi, il brigatese nel sentimentalismo
adolescenziale. Tra D’Annunzio ed Emma Bovary, l’immaginario
degli ex brigatisti sembra proiettarsi in un mondo fatto di
mistificazione ed automistificazione: anche se, va detto a
loro discapito, questo stile non sembra così estraneo a una
certa retorica degli anni Settanta. Lasciando perdere Erri
De Luca (che ha scritto una piccola postfazione al secondo
libro della Balzerani, La Sirena delle cinque, Jaca
Book, 2003), viene piuttosto in mente colui che ancora oggi
si merita la carica di intellettuale finissimo e di “cattivo
maestro” delle nuove generazioni (a detta di Pisanu). “Ogni
azione di distruzione e di sabotaggio ridonda su di me come
segno di colleganza di classe. Né l’eventuale rischio mi
offende: anzi, mi riempie di emozione febbrile, come
attendendo l’amata...”. La fusione di brigatese e di lirismo
spicciolo, evidentemente, trova il suo antecedente illustre
in Toni Negri.
LA
SFASATURA
C’è una
strana ansia di legittimazione, in questi libri. Un
desiderio di sussurrarci: sono un essere umano, anch’io
(cosa che nessuna persona sana di mente metterebbe mai in
discussione), ho dei sentimenti buoni, anch’io (come se il
lettore dovesse necessariamente credere nel Male Assoluto).
Ma l’ansia di legittimazione umana produce il suo esatto
contrario: si è sempre più spietati con chi cerca, a tutti i
costi, di restarci simpatico. Così come si è poco disposti a
tollerare le ingenuità di chi ieri pretendeva di parlare a
nome di tutti. E’ il rischio di chi si autoproclama
avanguardia: volersi fare portavoce di un mondo di cui non
segui gli umori, per poi ritrovarti, all’improvviso,
delegittimato. Così, alla richiesta di legittimazione umana
si affianca quella politica: richiesta che, per evidenti
motivi di opportunità, si risolve spesso in un ambiguo
“avevo torto ma avevo ragione”, e alla fine ne esce solo una
narrazione ambigua, irrisolta, impossibile. Anche chi cerca
di ricostruire dall’esterno quel conflitto fa fatica: nel
cinema, nei libri, al terrorista spetta di solito la parte
dell’alienato, incapace di articolare una frase o un
pensiero. Gli ex brigatisti lamentano questa riduzione
caricaturale, ma non ammettono di essere i primi a non
riuscire a parlare di sé. Ogni sintesi armoniosa di
personalità e convinzioni politiche sembra impossibile, nei
loro libri: i giorni della guerriglia vengono o trattati
come un muto scialare di fatti, oppure vengono abbandonati
nel nome di un’identità che si cerca nel prima e nel dopo,
lasciando nel mezzo un buco nero. “La sconfitta è anche
questo: ritrovarsi con gli alibi scaduti”, ad ammetterlo è
Enrico Fenzi, autore di Armi e bagagli. Un diario dalle
Brigate Rosse (Costa & Nolan, 1998). Docente di
letteratura italiana all’università, esperto filologo debole
di stomaco, commentatore di Dante e Petrarca, Enrico Fenzi
entra nelle BR a quarant’anni, senza avere mai prima
militato in nessuna formazione politica o extrapolitica.
Resta nelle BR qualche anno, viene arrestato, si fa la sua
galera, esce e torna a scrivere saggi su Cavalcanti, Dante e
Petrarca (l’ultimo, uscito due anni fa, conta quasi 700
pagine di analisi dedicate al cantore di Laura). Che dire di
questa biografia accompagnata da un sottofondo, più che
tragico, da operetta? “Ci sarebbe da ridere, se questo
romanzo non fosse scritto col sangue”, come tempo fa
scriveva Eco, commentando i comunicati BR. Apoteosi del
desiderio di potenza dell’ intellettuale specialista, il
salto dal commento filologico alla rivoluzione di Enrico
Fenzi nasce dalla necessità, scrive, di non essere un
parolaio: “se ci pensavo, mi vedevo condannato a fare
l’eterno tifoso della lotta armata, il simpatizzante
perenne, il rivoluzionario da salotto e d’accademia
segretamente frustrato...”. Ma l’ottica che sceglie Fenzi
sembra essere l’unica capace di ricostruire un senso e una
linearità esistenziale. La sua storia ha il coraggio di
suonare prosaica, priva di eroismo, corredata di meschinità:
e finisce per rivelarsi umana, proprio perché non cerca di
dimostrarsi a tutti i costi tale. Fenzi ci racconta di
uomini piccoli, incapaci di dare altra forma alla propria
rabbia se non nel “salto” esistenziale. Nessuno sembra
volere salvare l’umanità: piuttosto, si cerca il
risarcimento per un trauma subito, per delle ambizioni non
appagate. Finendo, paradossalmente, per alienarsi quel
popolo per cui si dice di combattere, e per meritare il
rispetto di quei settori delle forze dell’ordine e dei
servizi segreti più filo-fascisti, contenti di poter
combattere una guerra senza esclusione di colpi, e,
soprattutto, di trarne vantaggio. Un fallimento totale,
conclude l’autore, “e se un filo c’è, e se vale qualcosa,
esso sta solo nella dimensione personale dell’esistenza
vissuta, e nel prezzo pagato: che non è solo quello della
galera, ma quello degli affetti, della famiglia, del
lavoro...della vita, anche, in molti casi. Si dirà
giustamente che è quasi nulla, o in ogni caso non molto,
dinanzi al sangue volutamente versato: poco o tanto, è
tuttavia quello che è, e serva almeno a difendere i contorni
di un principio di identità che, fin che resiste, non può
fare a meno di esistere”.
Allo stesso
livello del libro di Fenzi riescono ad essere solo, in
parte, i libri di Curcio e Franceschini. Ma entrambi non
sono granché rappresentativi della lotta armata, visto che i
due fondatori ne hanno vissuto quasi l’intera vicenda da
carcerati. Così, Curcio finisce per raccontarci
romanticamente delle sue “discontinuità esistenziali”, e
Franceschini (Che cosa sono le BR, con G. Fasanella,
BUR, 2004), dopo una prima parte molto interessante, termina
col dimenticare la propria funzione di capo dietro le sbarre
e le proprie responsabilità, per dedicare la seconda parte
del libro alla ricostruzione di un panorama che deve molto
alle tesi del complotto di Sergio Flamigni. Facendo gridare
di orrore quasi tutti gli ex brigatisti, le BR diventano il
braccio armato della CIA e della P2: vere o false che siano
queste tesi (probabilmente esagerate: ma che almeno cercano
di coprire i buchi investigativi cui gli ex BR rispondono
facendo finta di niente), ciò che conta è che anche
l’individualità di Alberto Franceschini muore, non appena si
entra nel vivo della guerriglia. Quindi, in definitiva,
l’unico libro che sembra riuscire davvero a raccontare la
lotta armata dal suo interno è quello di Fenzi, una storia
che parla più di frustrazione che di rivoluzione. E che non
affronta veramente le motivazioni della lotta armata:
sacrificandole alla sfasatura temporale, dando per scontato
che, oggi, è ormai impossibile capire le loro ragioni. E’
perché i tempi sono troppo diversi che non si riesce a
capire il percorso individuale dei brigatisti? Oppure già
allora le loro ragioni erano deboli, settarie, alienate? Non
lo so, ciò che mi sembra però evidente è che, a decenni
dalla fine di ciò che viene chiamato da alcuni terrorismo e
da altri guerra civile, il brigatismo non è riuscito a
trovare una chiave con cui raccontarsi, se non quello di
lasciare che le speranze rivoluzionarie sembrino
pretestuose, senza che appaia spropositato il rapporto tra
mezzi utilizzati e fini perseguiti, senza che l’avanguardia
della classe operaia non sembri una combriccola dannunziana,
moralmente misera, adolescenziale. Chiudendo così la propria
esperienza nel nome di un doppio fallimento comunicativo:
non compresi ieri dal popolo per cui dicevano di lottare,
non riescono a farsi capire neanche oggi. E, forse, l’anello
nascosto che rende tante autobiografie così ambigue e
sfuggenti, potrebbe essere un sentimento che si avverte in
sottofondo, ma che nessuno ha mai il coraggio di nominare:
un forte, spietato desiderio di potere.
VINTI E
VINCENTI
In un certo
senso, gli edificanti retro di copertina hanno ragione.
Leggere le autobiografie degli ex combattenti è il modo
migliore per prenderne le distanze, per diradare ogni aura
romantica, ogni leggenda alla Robin Hood. O ottuse o
velleitarie, sembrano nascere malgré soi per
evidenziare tutti i limiti umani e intellettuali di cui
quella lotta si è nutrita, delineando i confini di un
immaginario poverissimo. Probabilmente, qualcuno potrà
obiettare usando le stesse argomentazioni di Moretti: che
tutte questi libri non li esprimono, li falsificano, ma
sarebbe un abuso di giustificazioni. A tenere insieme questo
panorama, ormai disperso tra Comunione e Liberazione,
volontariato cattolico e sinistra più o meno istituzionale,
restano le richieste corporative, e il desiderio di un
migliore riconoscimento da parte dei vincitori.
Riconoscimento - come parte in guerra - che mai è arrivato.
Ma non si può dire che sia mancata l’attenzione. Attenzione
interessata, certamente, visto che la società non perde mai
occasione di celebrare se stessa: che ci facevano l’ex nera
Mambro e l’ex rossa Mantovani in veste di ospiti di riguardo
al meeting di Comunione e Liberazione? Tanti abbasso
la violenza e viva la vita, abbasso l’eversione e viva il
mondo così com’è: o con me, o contro di me, in un’apoteosi
di pacificazione e riconciliazione nel nome del Signore.
“Chiunque ha riportato fino ad oggi la vittoria” scriveva
Walter Benjamin nelle Tesi di filosofia della storia
“partecipa al corteo trionfale in cui i dominatori di oggi
passano sopra quelli che oggi giacciono a terra. La preda,
come si è sempre usato, è trascinata nel trionfo. Essa è
designata con l’espressione «patrimonio culturale»”. Ed ecco
tutta la necessità di raccontare quegli anni, di creare
immagini colorate o a tinte fosche da vendere sotto forma di
anni formidabili o anni di piombo: ecco l’irruzione delle
vite eccezionali ma normali dei combattenti, ecco gli ex
leaders extraparlamentari riesumare la propria
giovinezza tra poesia, violenza ed assalti al cielo, mentre
gli ex picchiatori fascisti rispolverano vecchie vicende
tacendo ogni flirt con l’eversione nera (dove è davvero raro
aver fatto un solo giorno di galera). In questa girandola, i
potenti ricorderanno gli anni ruggenti in cui il nemico
pubblico numero uno si chiamava terrorismo (e non richiesta
di svolta democratica e riforma sociale) i combattenti
ricorderanno i tempi in cui si volevano tanto bene, la
guerra verrà dichiarata finita, la pacificazione raggiunta:
che si parli di fascismo e antifascismo, che si parli di
terrorismo rosso, nero o di stato, le banalità trionferanno
in un tripudio di “ricordiamo il passato per non commettere
gli stessi errori”. Il tutto, senza mai accennare alle
questioni che hanno acceso il ‘68 e che, ancora oggi, sono
rimaste eluse. Ovvero, senza chiedersi: che cosa è stato
veramente sconfitto, in quegli anni? “Le rivolte nei paesi
dell’est” scriveva Hannah Arendt nel ‘69 “chiedono
esattamente quelle libertà di parola e di pensiero che i
giovani ribelli dell’ovest dicono di ritenere assolutamente
irrilevanti. A livello delle ideologie, il tutto sembra
privo di senso; lo è molto meno se partiamo dal fatto ovvio
che le grosse macchine di partito sono riuscite dovunque a
soffocare la voce dei cittadini...”. Questa richiesta di
democrazia partecipativa sarebbe stata soffocata dal potere,
ma, in pari misura, da chi da lì a poco avrebbe cominciato a
gridare nelle piazze “Stalin, Beria, Ghepeù”, dimostrando
una stupidità che la gioventù non basta a giustificare. La
riduzione del complesso al semplice ha fatto scivolare la
lotta sul terreno preferito del potere: finché, pochi anni
dopo, il processo al palazzo di cui parlava Pasolini sarebbe
rinato in forma grottesca, incarcerando Moro in un covo dove
il solo Mario Moretti aveva il compito di interrogarlo e
condannarlo “a nome del popolo”.
Quando
Scialoja gli ha chiesto se davvero credeva che le Brigate
Rosse potessero fare la rivoluzione, Renato Curcio ha
vacillato. No, ha finito per rispondere, credeva piuttosto
che potessero portare a una modifica delle strutture,
stimolando una specie di “riformismo armato”. Un’idea
bislacca, ma meno isolata di quanto potrebbe sembrare, se è
vero che le BR degli inizi godevano di una certa simpatia.
“Il tipo di consenso sociale che si forma attorno al
terrorismo” scriveva Hess nella Rivolta ambigua
“dipende anche dall’immagine che la popolazione si fa di
quei gruppi che ne sono vittime: della loro corruzione, più
o meno sfacciata, delle loro tendenze fasciste, ecc...”.
Problema, questo, che la nostra classe dirigente preferisce
non porsi, trincerandosi dietro il silenzio: piuttosto che
lasciare spazio al nuovo, è arrivata a gestire la strategia
della tensione. Ma, di questa strategia della tensione,
facevano parte anche le BR e gli altri gruppi giunti a far
loro compagnia. A posteriori, è facile vederne gli esiti:
un’operazione che non solo ha lasciato tutto intatto, ma che
ha permesso che le cose scivolassero verso il peggio. I veri
sconfitti della generazione del ‘68 sono coloro che,
ribaltando la massima di Fidel, credevano che prima dovesse
venire la coscienza, e poi la lotta: e che più che morire
con la rivoluzione si sono posti un serio problema di
lascito alle generazioni successive. L’idea dialettica
secondo la quale tanto più le cose peggiorano, tanto meglio
perché più vicina si fa la rivoluzione, fa venire oggi un
brivido lungo la schiena. Dal peggio nasce per forza il
bene? O l’ancora peggio? Sarebbero diverse le cose, oggi, se
ieri ci fosse stata meno mistica, martiri, rivoluzione e
controrivoluzione? Sono le solite domande inutili, cui
nessuno può rispondere: e che vanno solo a riesumare un
patrimonio che sarebbe il caso di lasciarci alle spalle, con
tutta la pesantezza dei suoi paradisi astratti, per
ricominciare a porsi il problema della democrazia
partecipativa in modo più laico e incisivo.
Silvia Dai
Pra'
|