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Nell'anno
della tigre - storia di Adriana Faranda
scritto da Silvana Mazzocchi, giornalista e scrittrice, è un
lungo racconto a più voci, nel quale il vissuto personale si
mischia e a volte si confonde, intrecciandosi, con quello
politico. L’autrice tesse il filo del racconto facendo
parlare i protagonisti di quegli anni, sia da una parte che
dall’altra. Ne viene fuori un ritratto di una donna
indubbiamente determinata, ma che vive le sue scelte con una
problematica interiore contraddittoria, lacerante e a volte
crudele con se stessa e con gli altri.
L’autrice
inserisce dei lunghi intermezzi dove a parlare è Adriana
Faranda, con un linguaggio a volte scarno ma sempre efficace
e ci racconta uno spaccato di vita interiore di rara
intensità. La prima parte è legata più all'aspetto
personale: l'infanzia in Sicilia e il rapporto con la
famiglia, gli studi, il matrimonio e la nascita di Alexandra,
la figlia che lascerà alla madre quando entrerà in
clandestinità. Adriana conosce la politica, ne è attratta
naturalmente. Il suo carattere determinato ma sofferto la
spinge ad uscire dalla Sicilia per approdare a Roma, dove
conosce Valerio Morucci. Intanto Potere Operaio si scioglie
dopo un dibattito tra i sostenitori del doppio livello (uno
militante-legale e un altro clandestino, a sostegno del
primo, sul modello dello Sinn Féin irlandese) e chi, invece,
sostiene la necessità del passaggio alla lotta armata
tout court. Adriana sente la fragilità di ambedue le
proposte ma l'urgenza rivoluzionaria la spinge alla
partecipazione alle FAC, le Fazioni Comuniste Armate. Con
Valerio Morucci prende parte alle prime azioni armate. La
teorizzazione della lotta armata diventa prassi
rivoluzionaria, e non bastano le remore morali e la
consapevolezza di una disumanità di fondo che deriva dal
ridurre le persone a ruoli da colpire, esemplificazioni di
un potere ingiusto al quale ribellarsi con ogni mezzo.
Il collante
che tiene insieme tutte queste componenti è l'ideologia,
l'altare sul quale sacrificare tutto il vissuto personale:
la famiglia, gli affetti più profondi, il rapporto con le
persone amate e, alla fine, parte della propria umanità.
Con queste
premesse l'approdo alle Br ne è la logica conseguenza, dalle
prime azioni della colonna romana (contro il prof.
Cacciatesta ad esempio) fino alla stagione del sequestro
Moro, dove Adriana svolge il ruolo, con Morucci, di
"postino" dei messaggi e delle lettere dalla "prigione del
popolo" di Aldo Moro. È questa la parte più interessante del
libro, per la sua sconvolgente umanità in una delle vicende
più difficili della nostra storia repubblicana. Affiorano,
durante quei 55 giorni, dubbi e incertezze sulla gestione
del sequestro, la lacerazione per la morte degli uomini
della scorta, fino agli incontri con Lanfranco Pace per un
abbozzo di trattativa frustrato da troppi muri di gomma che
da più parti si erigono. Adriana, assieme a Valerio Morucci,
è contraria ad uccidere Moro e tenta in tutti i modi di
rimandare la sentenza di morte. L'epilogo tragico e la
fuoriuscita dalle Bierre, la breve latitanza e poi
l'arresto chiudono una fase della sua vita.
Il libro
non aggiunge nulla rispetto a quanto conosciuto finora, sia
nelle dinamiche che nella gestione "politica" del sequestro.
Sotto questo aspetto Adriana Faranda ha già dato tutto
quello che poteva dare con la sua ultima (e praticamente
l'unica) chiamata in correità, svelando l'identità del
famoso ingegner Altobelli, il quarto uomo della casa di Via
Montalcini. Il libro, semmai, ci offre uno spaccato del
travaglio interiore che l'ha portata a questo nuovo
"strappo", non condiviso anche da chi, come Valerio, è stato
al suo fianco nella dissociazione dalla lotta armata. La sua
spinta a indicare in Germano Maccari uno dei carcerieri di
Moro è stata dettata dal bisogno di fare chiarezza sulle
tante illazioni e speculazioni sulla figura del Quarto uomo,
in alcuni casi indicato addirittura come un agente dei
servizi.
Nell'ultima
parte Silvana Mazzocchi descrive il percorso giudiziario
dall'arresto alle ultime deposizioni del processo Quater sul
sequestro di Aldo Moro. Ma è il recupero del rapporto con la
figlia Alexandra, il riallacciare il filo degli affetti, il
ritorno faticoso alla legalità e alla vita a rappresentare
il nucleo centrale del racconto in questa parte del libro.
Il libro della Mazzocchi, in definitiva, miscela il privato
e il pubblico, il collettivo e il clandestino di Adriana
Faranda.
È scritto
con onestà e senza retorica. Un libro da leggere,
semplicemente.
Carlo
Giacchin |