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Quella
dell’assalto al carcere di Rovigo del 3 gennaio 1982 per
opera di un pugno di rivoluzionari appartenenti all’ex area
di Prima linea è un’altra di quelle storie del nostro
recentissimo passato che a rileggerle oggi non sai se
crederci o meno, tanto tutto ora sembra così distante, così
diverso, impensabile. Impensabile che un ventina di anni fa
un gruppo di donne e uomini abbia progettato di far saltare
in aria il muro di cinta di un carcere nel pieno centro
storico di una cittadina del nord est. Impensabile che dalla
breccia apertasi siano fuoriuscite, incolumi, quattro
compagne. Impensabile che tutto questo sia stato progettato
e portato a termine per un unico e solo fine: la liberazione
delle compagne detenute.
Miccia
corta
è il racconto di quella “impensabile” giornata fatto da uno
dei suoi protagonisti, Sergio Segio, il «comandante Sirio»,
figura di primissimo piano dell’eversione «movimentista»,
uomo di punta di Prima linea per poi diventare il più
strenuo fautore e ideatore del progetto di liberazione dei
detenuti politici nei primi anni Ottanta, fino al suo
secondo e definitivo arresto (15 gennaio 1983).
«Liberazione» è la parola chiave, la grande idea che
sta all’origine dell’assalto al carcere di Rovigo. Sono gli
anni in cui l’esperienza lottarmatista che mira alla
conquista del potere politico è finita (nonostante siano
quelli i giorni del sequestro Dozier), la sconfitta
dell’eversione è sotto gli occhi di tutti, lo Stato ha vinto
la partita militare, per i superstiti ancora in libertà le
scelte da compiere sono ben poche: continuare nell’attacco
al cuore dello Stato senza che vi sia la pur minima
condizione per un successo, oppure arrendersi (e tentare
l’esilio all’estero) oppure, infine, impegnare le ultime
risorse per ridare la libertà ai compagni prigionieri. E non
è un caso che quest’ultima opzione venga scelta da quell’ala
dell’eversione culturalmente più vicina a quel modo di fare
e di vivere che Emilio Quadrelli ha così ben descritto nel
suo bellissimo Andare ai resti (vedi la recensione
qui):
il senso di fratellanza e solidarietà fraterna che
caratterizzava le batterie di rapinatori fu anche componente
del dna delle donne e degli uomini di Pl, nonostante tutto
questo possa sembrare contraddittorio se ricondotto ai
celebri casi di pentimento registrati proprio tra le fila di
quell’organizzazione.
Come recita
il sottotitolo del volume, questa è anche una storia
di Prima linea – la formazione comunista combattente più
importante dell’area movimentista – e già di per sé questo è
un evento, visto che a tutt’oggi la storia di Pl non
è ancora stata scritta (e sarebbe poi interessante capire
come sia possibile che, in un paese in cui si scrive di
tutto e di tutti, nessuno abbia finora trovato il tempo di
ricostruire da un punto di vista storiografico una
esperienza così importante della nostra storia recente). Il
rischio del nostro potenziale lettore sta proprio tutto qui:
di trovarsi di fronte, cioè, a un episodio che, per quanto
interessante e avvincente, sia talmente de-contestualizzato
da rendere l’immedesimazione del lettore quasi impossibile e
amplificare quella sensazione di straniamento a cui
accennavamo nelle prime righe. Segio, in realtà, ce la mette
tutta per ridurre al minimo questo rischio, inframmezzando
la narrazione delle ore che scandiscono quella giornata
particolare con alcuni fotogrammi – anche piuttosto intensi
– delle lotte e dei movimenti degli anni Settanta.
Però forse
non basta, forse non è sufficiente.
Il racconto
è bellissimo, davvero – come recita la quarta –
caratterizzato da un ritmo incalzante tipico delle
migliori sceneggiature di un film d’azione. Molto ben
congegnata anche la postfazione, che raccoglie una serie di
utili documenti che cercano di raccontare “ciò che avvenne
dopo”, gli anni del carcere, il capolinea dell’avventura.
L’augurio è che il tutto non rimanga fine a sé stesso, che
questo libro possa davvero fungere da apripista per colmare
il vuoto storiografico che caratterizza l’esperienza di
Prima linea e di gran parte di quell’eversione diffusa, così
geneticamente distante dalla storia brigatista.
Giuliano Boraso
libri@brigaterosse.org
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