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Si narrano
qui, con massicce dosi di ironia e di sorrisi in salsa
agrodolce, le scellerate gesta rivoluzionarie dei Gam,
Gruppi armati meridionali, sigla posticcia del panorama
eversivo anni Settanta dietro la quale però è facile
riconoscere un riferimento esplicito all’esperienza dei
Nuclei armati proletari.
Per saperne
di più su questo capitolo della lotta armata da un punto di
vista strettamente storico-documentale consigliamo il libro
I NAP: storia politica dei Nuclei armati proletari e
requisitoria del tribunale di Napoli, edito nel lontano
1976 dal Soccorso rosso napoletano. Se invece siete alla
ricerca di una lettura infinitamente più abbordabile, ma non
per questo meno utile, questo libro di Sergio Lambiase
potrebbe fare al caso vostro. Perché questo signore ha un
dono non molto comune: quello dell’ironia applicata anche al
racconto di fatti tragici, un umorismo mai fuori luogo, mai
sopra le righe, sempre dosato con la giusta sensibilità. E
utilizzato per raccontare con leggerezza e senza mai
prendersi troppo sul serio un’esperienza perlopiù dolorosa,
ma tratteggiata con rispetto e con quella forma di pietas
che non la riduce mai a farsa. Perché parliamo di un gruppo
di militanti rivoluzionari che nella prima metà dei Settanta
mosse guerra allo Stato assemblando furore e
approssimazione, velleitarismo e spregiudicatezza, pagando
uno scotto molto alto (in termini di vite umane e di secoli
di galera) a questo dilettantismo rivoluzionario.
E perchè
quell’esperienza ebbe anche un forte valore politico, poiché
cercò di produrre all’interno del panorama rivoluzionario
uno spostamento non da poco e che riguardava nientedimeno
che il destinatario del messaggio politico che si voleva
alimentare e diffondere attraverso le armi: non più
l’operaio della fabbrica, come predicavano i soldati delle
Br, ma il cosiddetto Lunpenproletariat di marxiana
memoria: «Non ricordo più neanche chi per la prima volta ci
disse, una sera che le imposte tremavano per il vento, forse
Spasiano, che il nostro interlocutore non dovesse essere
l’operaio delle linee di produzione, quello che s’era fatte
le ossa con comitati di lotta delle fabbriche e scioperi a
gatto selvaggio, ma un nuovo, agguerrito soggetto sociale:
il sottoproletariato delle città e delle coree, oppure
quello che languiva in prigione vessato dai secondini o
addirittura in un porcile da carcere psichiatrico». Concetto
che poi verrà ripreso dalle stesse Br nella diramazioni più
movimentista della parte finale della loro storia, quella
legata alla sigla Br-Partito della guerriglia e capeggiata
da Giovanni Senzani. Ma non in quella prima fase della
stagione di piombo, quando i militanti dei Gam, pur
rispettando le scelte dei compagni delle Br, avevano
tuttavia «un’idea totalmente diversa dei soggetti
rivoluzionari da immettere nella lotta. Noi puntavamo sulle
carceri e sui proletari marginali (ci rifiutavamo di
chiamarli sottoproletari, suonava spregiativo)».
Queste
gesta qui si raccontano, non sempre avventurose, anzi spesso
monotone e sempre uguali a sé stesse, perché a dirla proprio
tutta «mica è avventurosa la vita di un terrorista. È tale
solo nei giornali, nelle ricostruzioni della televisione,
nei film. Invece, allora: senso profondo di attesa, noia,
pippe e scorpacciate di fumetti. Certo, s’aggiungeva una
buona dose di angoscia. Col terrore anche d’una porta
sbattuta o del fruscio del vento in strada, o di un cane che
improvvisamente si metteva ad abbaiare sotto finestre
sprangate. Da terroristi vivevamo nel terrore! Allo stesso
tempo era riscoperta di amuleti, santini, sangennari
piazzati in corridoio in modo che governassero l’uscio, fra
bestemmie e preghiere». Ecco, il tono della narrazione è più
o meno questo. E tocca punte di vera e propria ilarità in
certi passaggi esilaranti, come là dove si narra della
visita a Napoli dei compagni cambogiani venuti a insegnare
le tecniche di guerriglia apprese in anni e anni di
combattimenti nella giungla. Per poi invece mettersi da
parte, rispettosa ironia, quando a irrompere è il dramma
della morte, data e subita, volontaria o accidentale. Sempre
e comunque sciaguratamente vana.
Giuliano
Boraso
libri@brigaterosse.org
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