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Homepage Libri Narrativa "Il passato davanti a noi"

   
  Autore: Sergio Lambiase
   
   
  Editore: Marlin Editore
  Collana:  
  Data pubblicazione: 2006
  ISBN:

886043002-X

  Pagine: 151
   
   
  Giudizio:  
   
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Si narrano qui, con massicce dosi di ironia e di sorrisi in salsa agrodolce, le scellerate gesta rivoluzionarie dei Gam, Gruppi armati meridionali, sigla posticcia del panorama eversivo anni Settanta dietro la quale però è facile riconoscere un riferimento esplicito all’esperienza dei Nuclei armati proletari.

Per saperne di più su questo capitolo della lotta armata da un punto di vista strettamente storico-documentale consigliamo il libro I NAP: storia politica dei Nuclei armati proletari e requisitoria del tribunale di Napoli, edito nel lontano 1976 dal Soccorso rosso napoletano. Se invece siete alla ricerca di una lettura infinitamente più abbordabile, ma non per questo meno utile, questo libro di Sergio Lambiase potrebbe fare al caso vostro. Perché questo signore ha un dono non molto comune: quello dell’ironia applicata anche al racconto di fatti tragici, un umorismo mai fuori luogo, mai sopra le righe, sempre dosato con la giusta sensibilità. E utilizzato per raccontare con leggerezza e senza mai prendersi troppo sul serio un’esperienza perlopiù dolorosa, ma tratteggiata con rispetto e con quella forma di pietas che non la riduce mai a farsa. Perché parliamo di un gruppo di militanti rivoluzionari che nella prima metà dei Settanta mosse guerra allo Stato assemblando furore e approssimazione, velleitarismo e spregiudicatezza, pagando uno scotto molto alto (in termini di vite umane e di secoli di galera) a questo dilettantismo rivoluzionario.

E perchè quell’esperienza ebbe anche un forte valore politico, poiché cercò di produrre all’interno del panorama rivoluzionario uno spostamento non da poco e che riguardava nientedimeno che il destinatario del messaggio politico che si voleva alimentare e diffondere attraverso le armi: non più l’operaio della fabbrica, come predicavano i soldati delle Br, ma il cosiddetto Lunpenproletariat di marxiana memoria: «Non ricordo più neanche chi per la prima volta ci disse, una sera che le imposte tremavano per il vento, forse Spasiano, che il nostro interlocutore non dovesse essere l’operaio delle linee di produzione, quello che s’era fatte le ossa con comitati di lotta delle fabbriche e scioperi a gatto selvaggio, ma un nuovo, agguerrito soggetto sociale: il sottoproletariato delle città e delle coree, oppure quello che languiva in prigione vessato dai secondini o addirittura in un porcile da carcere psichiatrico». Concetto che poi verrà ripreso dalle stesse Br nella diramazioni più movimentista della parte finale della loro storia, quella legata alla sigla Br-Partito della guerriglia e capeggiata da Giovanni Senzani. Ma non in quella prima fase della stagione di piombo, quando i militanti dei Gam, pur rispettando le scelte dei compagni delle Br, avevano tuttavia «un’idea totalmente diversa dei soggetti rivoluzionari da immettere nella lotta. Noi puntavamo sulle carceri e sui proletari marginali (ci rifiutavamo di chiamarli sottoproletari, suonava spregiativo)».

Queste gesta qui si raccontano, non sempre avventurose, anzi spesso monotone e sempre uguali a sé stesse, perché a dirla proprio tutta «mica è avventurosa la vita di un terrorista. È tale solo nei giornali, nelle ricostruzioni della televisione, nei film. Invece, allora: senso profondo di attesa, noia, pippe e scorpacciate di fumetti. Certo, s’aggiungeva una buona dose di angoscia. Col terrore anche d’una porta sbattuta o del fruscio del vento in strada, o di un cane che improvvisamente si metteva ad abbaiare sotto finestre sprangate. Da terroristi vivevamo nel terrore! Allo stesso tempo era riscoperta di amuleti, santini, sangennari piazzati in corridoio in modo che governassero l’uscio, fra bestemmie e preghiere». Ecco, il tono della narrazione è più o meno questo. E tocca punte di vera e propria ilarità in certi passaggi esilaranti, come là dove si narra della visita a Napoli dei compagni cambogiani venuti a insegnare le tecniche di guerriglia apprese in anni e anni di combattimenti nella giungla. Per poi invece mettersi da parte, rispettosa ironia, quando a irrompere è il dramma della morte, data e subita, volontaria o accidentale. Sempre e comunque sciaguratamente vana.

 

Giuliano Boraso

libri@brigaterosse.org

 

Ultima modifica di questa pagina: giovedì, 01 giugno 2006 00.33

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