|
Nelle
anticipazioni dedicate all’atteso libro di Sabina Rossa,
figlia di Guido ucciso dalle Brigate rosse il 24 gennaio
1979, grande enfasi veniva dedicata a quei frammenti del
racconto in cui l’autrice incontra gli ex brigatisti, primo
tra tutti Vincenzo Guagliardo, membro del commando che
uccise l’operaio comunista. Eppure a noi sembra che non stia
(solo) qui la forza del racconto della signora Rossa, quanto
piuttosto nei dialoghi avuti con i colleghi di un tempo del
papà. È grazie a quelle parole, infatti, che emerge forse
come mai prima il tratto più sconvolgente dell’intera
vicenda: l’isolamento di Guido dentro quello stesso luogo,
la sua fabbrica, che più avrebbe dovuto proteggerlo e
tutelarlo. Lì, in quelle pagine ancora iniziali, percepisci
davvero tutta la solitudine dell’uomo, certo non il solo che
vede e sa, ma l’unico che ha il coraggio di denunciare.
Percepisci quanta vuota retorica possa nascondersi dietro
certe immagini tanto care al patrimonio culturale della
Sinistra: la solidarietà, la moltitudine, il mutuo soccorso.
E l’amarezza che provi nel leggerle, quelle pagine, non
finisce più, è infinita.
Però
procedi, perché il libro si capisce subito che è bello, è
arriva – impressionante – la testimonianza di Carlo
Castellano che, come ricorda l’autrice, vanta il triste
primato di essere stato il primo bersaglio iscritto al Pci
colpito dalle Br. L’ex dirigente dell’Ansaldo rievoca il
clima di quegli anni soffermandosi soprattutto su ciò che
accadeva dentro il Partito comunista, sullo shock provocato
dalla scoperta di una verità tanto ovvia quanto fino ad
allora taciuta: che le Br erano (anche) la punta di quel
«filone sotterraneo della storia del Pci che si era sempre
alimentato del mito della “Resistenza tradita” e della
“Rivoluzione incompiuta”. Quel filone, collegato ai settori
più duri e radicali della lotta partigiana e
dell’antifascismo, riteneva che fosse giunto il momento di
completare l’opera». E ancora, Castellano ricorda come «i
vertici del Pci sapessero perfettamente come stavano le
cose. E cioè che, nel partito, esisteva una frangia
consistente di iscritti e simpatizzanti che continuava a
credere nella “rivoluzione” e nel “modello di società
comunista”. C’era una frattura profonda tra una sinistra
riformista e una minoranza velleitaria e rivoluzionaria. La
strategia del compromesso storico, lanciata da Enrico
Berlinguer nei primi anni Settanta, fece da detonatore».
Guido
Rossa, mio padre
è un libro a tratti spietato nella ricostruzione – sempre
lucida e dettagliata – del clima e del contesto in cui
matura e si realizza l’attentato contro l’operaio dell’Italsider,
l’atto che segna l’inizio dell’epilogo politico del Partito
armato. Un omicidio con il quale le Br intendono non solo
punire chi ai loro occhi si è macchiato di delazione, tanto
più colpevole perché indirizzata a un compagno operaio, ma
soprattutto alzare il livello dello conflitto contro e
dentro il Partito comunista, per esasperarne le
contraddizioni intime, per forzare il fragile equilibrio
interno alla classe operaia, sempre in bilico tra il ripudio
della violenza e una certa attrazione verso le sirene
eversive e quel sogno mai sopito della rivoluzione
finalmente compiuta.
Dicevano,
all’inizio, degli incontri avuti dall’autrice con alcuni ex
militanti del Partito armato: da Guagliardo a Fenzi, da
Curcio a Franceschini, e ancora Fulvia Maglietta, Adriano
Duglio, Luca Nicolotti. Ancora testimonianze dirette, altre
verità, alcune divergenti, altre affini, e l’impressione –
sempre la stessa – che ogni volta che si tenti di
approfondire si sbatta contro il muro delle mille versioni e
dei mille si dice. L’autrice, durante il colloquio con
Renato Curcio, nota nel suo interlocutore dei momenti di
silenziosa riflessione, quasi di muto turbamento. E annota:
«Dietro le parole, che sono quasi sempre sincere, si
intuisce una realtà ancora sommersa (ma quant’è grande
questa realtà?). Sono sempre più convinta che gli ex
brigatisti stessi non conoscano per intero la vicenda che
hanno vissuto. È come se fossero stati i protagonisti di una
tragedia al cui copione hanno collaborato anche mani e menti
estranee». Parole da sposare in toto e che
meriterebbero un approfondimento capace di gettare
finalmente uno sguardo il più possibile analitico su quella
celebre area della continuità che tanta parte sembra
aver avuto nella parabola brigatista e i cui confini non
coinciderebbero certo con i tanto celebri “simpatizzanti”,
ma si espanderebbero molto oltre. Quell’ultima riflessione
di Sabina Rossa, quella consapevolezza che neppure chi fece
quella storia la conosce oggi in tutte le sue sfaccettature,
è un altro buon motivo per comprare e leggere attentamente
questo libro. Il libro di Sabina, figlia di Guido.
Giuliano
Boraso
libri@brigaterosse.org |