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  Autore: Sabina Rossa
   
   
  Editore: Biblioteca Universale Rizzoli
  Collana: FuturoPassato
  Data pubblicazione: 2006
  ISBN: 88-17-01065-0
  Pagine: 200
   
   
  Giudizio:
   
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Nelle anticipazioni dedicate all’atteso libro di Sabina Rossa, figlia di Guido ucciso dalle Brigate rosse il 24 gennaio 1979, grande enfasi veniva dedicata a quei frammenti del racconto in cui l’autrice incontra gli ex brigatisti, primo tra tutti Vincenzo Guagliardo, membro del commando che uccise l’operaio comunista. Eppure a noi sembra che non stia (solo) qui la forza del racconto della signora Rossa, quanto piuttosto nei dialoghi avuti con i colleghi di un tempo del papà. È grazie a quelle parole, infatti, che emerge forse come mai prima il tratto più sconvolgente dell’intera vicenda: l’isolamento di Guido dentro quello stesso luogo, la sua fabbrica, che più avrebbe dovuto proteggerlo e tutelarlo. Lì, in quelle pagine ancora iniziali, percepisci davvero tutta la solitudine dell’uomo, certo non il solo che vede e sa, ma l’unico che ha il coraggio di denunciare. Percepisci quanta vuota retorica possa nascondersi dietro certe immagini tanto care al patrimonio culturale della Sinistra: la solidarietà, la moltitudine, il mutuo soccorso. E l’amarezza che provi nel leggerle, quelle pagine, non finisce più, è infinita.

Però procedi, perché il libro si capisce subito che è bello, è arriva – impressionante – la testimonianza di Carlo Castellano che, come ricorda l’autrice, vanta il triste primato di essere stato il primo bersaglio iscritto al Pci colpito dalle Br. L’ex dirigente dell’Ansaldo rievoca il clima di quegli anni soffermandosi soprattutto su ciò che accadeva dentro il Partito comunista, sullo shock provocato dalla scoperta di una verità tanto ovvia quanto fino ad allora taciuta: che le Br erano (anche) la punta di quel «filone sotterraneo della storia del Pci che si era sempre alimentato del mito della “Resistenza tradita” e della “Rivoluzione incompiuta”. Quel filone, collegato ai settori più duri e radicali della lotta partigiana e dell’antifascismo, riteneva che fosse giunto il momento di completare l’opera». E ancora, Castellano ricorda come «i vertici del Pci sapessero perfettamente come stavano le cose. E cioè che, nel partito, esisteva una frangia consistente di iscritti e simpatizzanti che continuava a credere nella “rivoluzione” e nel “modello di società comunista”. C’era una frattura profonda tra una sinistra riformista e una minoranza velleitaria e rivoluzionaria. La strategia del compromesso storico, lanciata da Enrico Berlinguer nei primi anni Settanta, fece da detonatore».

Guido Rossa, mio padre è un libro a tratti spietato nella ricostruzione – sempre lucida e dettagliata – del clima e del contesto in cui matura e si realizza l’attentato contro l’operaio dell’Italsider, l’atto che segna l’inizio dell’epilogo politico del Partito armato. Un omicidio con il quale le Br intendono non solo punire chi ai loro occhi si è macchiato di delazione, tanto più colpevole perché indirizzata a un compagno operaio, ma soprattutto alzare il livello dello conflitto contro e dentro il Partito comunista, per esasperarne le contraddizioni intime, per forzare il fragile equilibrio interno alla classe operaia, sempre in bilico tra il ripudio della violenza e una certa attrazione verso le sirene eversive e quel sogno mai sopito della rivoluzione finalmente compiuta.

Dicevano, all’inizio, degli incontri avuti dall’autrice con alcuni ex militanti del Partito armato: da Guagliardo a Fenzi, da Curcio a Franceschini, e ancora Fulvia Maglietta, Adriano Duglio, Luca Nicolotti. Ancora testimonianze dirette, altre verità, alcune divergenti, altre affini, e l’impressione – sempre la stessa – che ogni volta che si tenti di approfondire si sbatta contro il muro delle mille versioni e dei mille si dice. L’autrice, durante il colloquio con Renato Curcio, nota nel suo interlocutore dei momenti di silenziosa riflessione, quasi di  muto turbamento. E annota: «Dietro le parole, che sono quasi sempre sincere, si intuisce una realtà ancora sommersa (ma quant’è grande questa realtà?). Sono sempre più convinta che gli ex brigatisti stessi non conoscano per intero la vicenda che hanno vissuto. È come se fossero stati i protagonisti di una tragedia al cui copione hanno collaborato anche mani e menti estranee». Parole da sposare in toto e che meriterebbero un approfondimento capace di gettare finalmente uno sguardo il più possibile analitico su quella celebre area della continuità che tanta parte sembra aver avuto nella parabola brigatista e i cui confini non coinciderebbero certo con i tanto celebri “simpatizzanti”, ma si espanderebbero molto oltre. Quell’ultima riflessione di Sabina Rossa, quella consapevolezza che neppure chi fece quella storia la conosce oggi in tutte le sue sfaccettature, è un altro buon motivo per comprare e leggere attentamente questo libro. Il libro di Sabina, figlia di Guido.

 

Giuliano Boraso

libri@brigaterosse.org

 

Ultima modifica di questa pagina: giovedì, 11 maggio 2006 23.40

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