|
La storia
del partito armato, e nello specifico delle Brigate rosse, è
anche una storia di misteri, di episodi poco chiari, mai
ricostruiti nella loro interezza e veridicità. Grandi e
piccoli mosaici a cui mancano tasselli più o meno
importanti, il più delle volte ricomposti attraverso
versioni contradditore, mezze verità e mezze bugie, a
seconda del contesto politico nel quale di volta in volta si
inseriscono. E a seconda, soprattutto, della volontà dei
protagonisti di quei fatti: sono loro, infatti, ad avere il
coltello dalla parte del manico, sono loro a decidere quali
sono i tempi e i modi più opportuni per aprire il rubinetto
delle confessioni e dei resoconti.
Succede
così che l’ex ufficiale dei carabinieri Roberto Arlati,
protagonista di alcune delle indagini più delicate del
Nucleo antiterrorismo posto sotto le dirette dipendenze del
generale Dalla Chiesa nell’immediato dopo Moro, decide a un
certi punto (siamo all’inizio del nuovo millennio, a circa
un quarto di secolo dai fatti a cui ci si riferisce) che è
arrivato il momento di vuotare il sacco e di contribuire
alla ricostruzione storica di due episodi centrali nella
storia degli anni di piombo a cavallo tra gli anni Settanta
e gli anni Ottanta: la scoperta del covo di via Monte Nevoso
(1° ottobre 1978) e i retroscena dell’assassinio del
giornalista del Corriere della Sera Walter Tobagi, il
28 marzo 1980, da parte della Brigata XXVII marzo.
Due episodi
centrali, dicevamo: il primo per l’importanza decisiva che
ebbe nella lotta dello Stato alle Br, il secondo per la
grande impressione-emozione che quel delitto suscitò in
tutta l’opinione pubblica italiana. Su entrambi, il libro di
Arlati e Magosso getta squarci di luce non indifferenti e,
per molti aspetti, anche piuttosto inquietanti, utili
comunque a comprendere più da vicino alcuni “buchi neri”
nella condotta della lotta al terrorismo da parte dello
Stato. A proposito della scoperta del covo di via Monte
Nevoso, i due autori – oltre a descrivere le indagini che
portarono all’individuazione dell’appartamento e alla
cattura di due membri dell’esecutivo brigatista dell’epoca –
concentrano la loro attenzione soprattutto sul memoriale di
Aldo Moro che venne ritrovato nel covo e che nelle ore
immediatamente successive l’irruzione degli uomini di Arlati
subì un destino piuttosto particolare. Uno dei tanti misteri
che contraddistinguono tutta la vicenda del
sequestro-assassinio del presidente della Democrazia
cristiana.
E poi
l’omicidio di Walter Tobagi, una morte annunciata – ci
racconta Arlati – dal momento che il nome del giornalista
del Corriere quale possibile obiettivo della neonata
Brigata XVIII marzo era contenuto nell’informativa redatta
da un carabiniere del nucleo antiterrorismo, nome in codice
“Ciondolo”, frutto delle confessioni a lui fatte da un
infiltrato negli ambienti dell’autonomia milanese, tale
Rocco Ricciardi. Che Tobagi potesse essere prima sequestrato
e poi ucciso da un gruppo di giovani desiderosi di entrare
nelle Br allo squillar delle fanfare (come ebbe a
dire il killer di Tobagi, Marco Barbone) era un fatto noto a
molti in quei giorni; eppure nulla si fece per salvare la
vita a quel giornalista che era stato capace di raccontare
il fenomeno eversivo di quegli anni in maniera lucida e
distaccata, riuscendo a coglierne tratti e caratteristiche
sfuggite ai più.
Un libro a
cavallo tra l’inchiesta e la testimonianza che non è certo
passato inosservato; anche in virtù delle sue rivelazioni,
infatti, nei mesi successivi all’uscita del volume si è
tornati a parlare del delitto Tobagi, fino a prospettarne
addirittura la riapertura dell’inchiesta.
Non
possiamo che consigliare la lettura di queste pagine,
quindi, augurandoci che l’esempio di Arlati – seppure
tardivo – possa essere seguito anche da tutti coloro che, a
vario titolo, custodiscono versioni capaci di gettare un po’
di luce sulla storia del partito armato in Italia e sui
modi con i quali venne combattuto e sconfitto dalle
istituzioni dello Stato.
Giuliano Boraso
libri@brigaterosse.org
|