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Ancora una
intervista, un altro “memoriale”, e a parlare questa volta
altri non è che quel Renato Curcio unanimemente considerato
il fondatore e il leader dell’organizzazione, almeno fino al
suo secondo e definitivo arresto (18 febbraio 1976).
Mettiamo insieme le memorie di Alberto Franceschini (Mara,
Renato e io), queste di Curcio, e i ricordi di Moretti (Br.
Una storia italiana) e otteniamo una buona mole di
informazioni sulla storia delle Brigate rosse direttamente
dalla voce dei leader, con tutti i limiti e i difetti che
possono avere simili fonti storiche. Senza dimenticare gli
apporti di Adriana Faranda, Barbara Balzerani, Valerio
Morucci ed Enrico Fenzi. Per completare il quadro dovrebbe
decidersi a parlare il protagonista assoluto dell’ultima
stagione brigatista, quel Giovanni Senzani che invece, pare,
non abbia nessuna intenzione di raccontare la sua versione
dei fatti. E la cosa, a bene vedere, non stupisce molto, dal
momento che la storia politico-criminale del professore
nichilista nasconde non pochi “buchi neri”.
Il racconto
di Curcio parte da lontano, dalla sua infanzia e adolescenza
trascorse tra le valli piemontesi di Torre Pellice e Roma,
poi i duri anni a Genova e l’approdo a quel vero e proprio
laboratorio politico che, ai tempi, era l’università di
Trento, corso di laurea in sociologia. Qui inizia tutto, qui
trova espressione e compimento la formazione politica dello
studente Renato, ma anche la sua formazione sentimentale
(l’incontro con Margherita Cagol, compagna di vita e di
armi), i primi contatti con il gruppo dei reggiani guidato
da Franceschini, l’approdo nella grande Milano, la nascita
del Collettivo politico metropolitano, la svolta di Pecorile
e la scelta, irreversibile, della lotta armata.
Nascono le
Brigate rosse, quando tutto intorno brucia, si annunciano
grandi cambiamenti, la società italiana sembra sull’orlo
della rivolta, niente sarà più come prima. I primi fuochi di
guerriglia, i colloqui al Parco Sempione con ‘Osvaldo’, il
miliardario che voleva fare la rivoluzione, il salto di
qualità con il sequestro Sossi, il tradimento di Frate
Mitra, il primo arresto e la successiva evasione, progettata
da un commando brigatista guidato dalla moglie ‘Mara’ che
pochi mesi dopo verrà uccisa in seguito a uno scontro a
fuoco con le forze dell’ordine. Il secondo, definitivo
arresto e l’inizio di una esperienza carceraria che, da
sola, è un romanzo: regimi speciali, l’Asinara, il
processo-guerriglia, il sequestro Moro, i tentativi di
evasione, le rivolte.
Iniziano
gli anni Ottanta, all’insegna delle fratture e delle
divisioni interne; che cosa accade fuori? da che parte
stare? Militaristi o movimentisti? Partito Guerriglia o
Partito comunista combattente? Anni durissimi, in cui tutto
sembra (è) perduto; fino alla constatazione della sconfitta,
tutto è cambiato, non ci sono più le condizioni
storico-politiche per dare credibilità a un progetto
rivoluzionario quale era stato concepito vent’anni prima. La
“battaglia di libertà”, portata avanti tra i tentennamenti
del mondo politico e le accuse furibonde dei compagni
irriducibili; la rinuncia all’abiura, alla dissociazione, lo
sforzo costante di conciliare dignità e “realismo”. E poi la
libertà.
A questo
libro Renato Curcio ha fatto seguire un lungo silenzio,
interrotto solo dai volumi del Progetto memoria,
curato dalla cooperativa editoriale “Sensibili alle foglie”
di cui lui stesso è co-fondatore; il modo migliore, ci
sembra, per contribuire al recupero di un patrimonio storico
troppo frettolosamente accantonato. Un lavoro di ricerca
storica molto distante, e per certi versi antitetico, a
quello portato avanti da altri (vedi Franceschini) a colpi
di scoop e di improvvisi ritorni di memoria, salti
mortali carpiati e ripensamenti. Confrontiamo i due approcci
per capire che cosa significa, da un lato, fare storia, e
dall’altro semplice sensazionalismo.
Giuliano Boraso
libri@brigaterosse.org
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