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L’omicidio
di Walter Tobagi (28 maggio 1980) fu uno dei grandi punti di
non ritorno nella storia del partito armato, uno di quei
delitti che hanno contribuito più degli altri a cambiare la
percezione del fenomeno terroristico anche in quelle fasce
di opinione pubblica più distratte o più tolleranti.
Un
assassinio che generò reazioni emotive molto forti, un po’
per i tratti del personaggio-vittima, un po’ per le
polemiche alimentate nei mesi successivi l’agguato dalle
indagini delle forze dell’ordine che delineavano giorno dopo
giorno un contesto agghiacciante: Walter Tobagi, mite e
attento giornalista del Corriere della Sera, vigile
osservatore del fenomeno eversivo, lucido analista delle sue
origini e delle sue caratteristiche, era stato ammazzato
come un cane da un gruppo di giovani “figli di papà”
frequentatori, più per noia che per convinzione, del vasto e
articolato panorama dell’autonomia milanese; piccoli
rivoluzionari riuniti nella Brigata XVIII marzo (in ricordo
della strage di via Fracchia) e desiderosi di entrare nelle
Brigate rosse in pompa magna. Giovani rampolli di una
imbronciata borghesia da salotto vicina agli stessi ambienti
editoriali di via Solferino, ragazzi poco più che ventenni
ma con alle spalle comunque già una buona “formazione
rivoluzionaria”, pronti a fare il salto di qualità sulla
pelle di un giornalista da tempo inviso e preso di mira. E
poi altrettanto pronti, una volta accertatane le
responsabilità, a collaborare con l’odiata giustizia in
qualità di pentiti, per salvare il salvabile, per non
marcire in galera, cercando di uscirne indenni, magari a
testa bassa, ma comunque liberi. Come in effetti accadde.
A fare del
delitto Tobagi qualcosa di più di un semplice episodio di
delirio rivoluzionario contribuirono altri fattori emersi
durante le indagini prima e il processo poi; in questo suo
libro inchiesta, Piero Scorti ripercorre passo passo le fasi
istruttorie e processuali che, pur accertando le
responsabilità del gruppo capeggiato da Marco Barbone, non
riuscirono tuttavia a essere immuni da lacune e buchi neri
che tuttora sollevano non pochi interrogativi. Innanzitutto,
ci si chiese (e in molti lo fanno ancora oggi) se l’omicidio
Tobagi fu davvero opera esclusiva del gruppo Barbone e se
non fu piuttosto commissionato da qualcuno a cui Tobagi non
andava a genio per il ruolo che il giornalista era riuscito
a ritagliarsi all’interno del sindacato di categoria e del
comitato di redazione del Corriere. Ci si chiese, e
in molti lo fanno tuttora, se le forze dell’ordine fecero
davvero tutto il possibile per salvare la vita di Tobagi,
per tutelarlo, o se al contrario vennero ignorate alcune
informative che già cinque mesi prima indicavano in Tobagi
un probabile bersaglio del partito armato. Scorti descrive
con rigore e senza sconti le fasi salienti delle indagini e
del processo, fa vivere al lettore tutta la drammaticità di
quei mesi, solleva interrogativi pesanti come macigni, e lo
fa amalgamando una mole importante e diversificata di
documenti e di fonti: dai verbali degli interrogati e dei
processi resi dai protagonisti della vicenda, alle perizie
condotte sul volantino di rivendicazione (i cui contenuti
contribuirono a sollevare non poche perplessità e polemiche
sui veri estensori del testo). E poi ancora i j’accuse
e i sospetti provenienti soprattutto da area socialista (Craxi
in testa) nei confronti delle falle lasciate aperte
dall’inchiesta e le feroci polemiche nate in seguito alla
sentenza di primo grado che rimetteva in libertà i killer di
Tobagi, come ricompensa della collaborazione fornita.
Una pagina
importante, quindi, per la storia degli anni di piombo sulla
quale vale la pena soffermarsi nel dettaglio anche in virtù
delle recenti rivelazioni sul caso Tobagi (vedi recensione
de Le carte di Moro, perché Tobagi) che hanno indotto
alcuni a chiedere addirittura la riapertura dell’inchiesta,
a quasi un quarto di secolo dai fatti.
Giuliano Boraso
libri@brigaterosse.org
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