|
Patrizio
Peci è stato il primo, grande pentito della storia delle
Brigate rosse. Dirigente della colonna torinese, arrestato
insieme a Rocco Micaletto (capo della stessa colonna) il 18
febbraio 1980, Patrizio Peci inizia a collaborare con la
giustizia poche settimane dopo il suo fermo e le sue
rivelazioni, puntuali, dettagliate e soprattutto veritiere,
assesteranno un colpo tremendo all’organizzazione
brigatista: grazie alle parole di Peci gli uomini di Dalla
Chiesa verranno per la prima volta a conoscenza degli
organigrammi interni alle Br, ne comprenderanno la struttura
profonda, oltre a un gran numero di nominativi e indirizzi
di appartamenti-covo sui quali concentrare le indagini. Non
a caso, saranno proprio le parole di Peci a condurre gli
uomini della polizia sotto il comando di Salvatore Genova
nell’appartamento di via Fracchia, a Genova.
Io,
l’infame
è il racconto che Peci fa della sua vita, da brigatista
prima e da “infame” poi: la sua giovinezza e i primi
approcci alla politica, il salto nel vuoto della
clandestinità brigatista, il battesimo del fuoco, i primi
dubbi, l’arresto, il pentimento e le conseguenze, per sé e
per gli altri, di un’altra scelta altrettanto radicale a
quella che lo aveva convinto ad entrare nelle Br.
Il libro
dovrebbe avere la pretesa di gettare uno sguardo del tutto
inedito sulle Brigate rosse, quel piccolo esercito non
convenzionale che, lungi dall’essere la perfetta macchina da
guerra del sequestro Moro, il nostro Peci descrive, al
contrario, come una sorta di armata brancaleone, composta da
donne e uomini piccoli, un po’ meschini, sicuramente dei
dilettanti dal punto di vista e militare e politico.
L’intento che motiva queste pagine è uno: dare delle Br una
immagine la più possibile smitizzata e non solo, quasi
ripugnante, quasi grottesca, sicuramente squallida, in
perfetto contrasto con quell’alone mitico che aveva
accompagnato la stella a cinque punte soprattutto nella
prima parte della sua storia, fino a poco oltre il sequestro
Moro.
Peci
descrive la sua vita da povero diavolo, la sua e quella dei
suoi compagni “sfigati”; altro che avanguardia
politico-militare, piuttosto una sconclusionata banda di
egocentrici, auto-convintesi di essere la punta di diamante
di un sommovimento popolare che ben presto avrebbe preso le
armi contro i porci padroni. Un intento, il suo, solo
raramente andato a buon fine: tanta e tale, infatti, è la
foga che Peci ci mette per risultare credibile nei suoi
ricordi da ottenere, per larghi tratti del libro, l’effetto
opposto. Se il fine può anche essere condivisibile,
soprattutto in un momento in cui (1983) ci sono ancora
giovani che prendono le armi in mano per rovinarsi la vita,
propria e altrui, quello che è assolutamente non
condivisibile è il modo scelto dall’autore e dal curatore,
quel Giordano Bruno Guerri non nuovo a imprese strampalate
di questo tipo: scegliere la via della ridicolizzazione del
fenomeno non serve a nessuno, né a chi ambisce a capirci
qualcosa, a conoscere, né tantomeno a chi è istintivamente
allergico a operazioni di basso rango che intendono
tracciare una bella linea di demarcazione tra il bene e il
male, in una visione manichea di argomenti tanto difficili e
complessi che, ripetiamolo, non serve a nessuno. Prevale fin
dalle prime pagine un sentimento di fastidio nei confronti
di una simile narrazione, fastidio nei confronti di un
personaggio che spaccia come scelta di vita, motivata da
saldi principi etico-morali, una opzione che al contrario è
stata, certo legittimamente, solo opportunistica; fastidio
per duecento pagine e più che niente aggiungono da un punto
di vista storiografico, e molto tolgono da quello
dell’autenticità degli avvenimenti descritti.
Insomma,
leggete il libro di Peci se credete che tutte le
testimonianze, anche quelle dettate parola per parola,
possano essere utili per capire un determinato fenomeno.
Altrimenti lasciate perdere, passate oltre e concentrate la
vostra attenzione su tanti altri contributi, molto più
nobili, molto più utili.
Giuliano Boraso
libri@brigaterosse.org
|