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Homepage Libri Narrativa "Insurrezione"

   
  Autore: Paolo Pozzi
   
   
  Editore: DeriveApprodi
  Collana:  
  Data pubblicazione: 2007
  ISBN:

88-89969-23-7

  Pagine: 202
   
   
   
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Negli ultimi dodici mesi la narrativa italiana ha riparato a una delle sue lacune più vistose: non essere ancora riuscita a raccontare gli anni Settanta attraverso gli strumenti a lei più congegnali, l’invenzione, la licenza del verosimile e, perché no, il lirismo. Oggi, dopo i romanzi di Bruno Arpaia e Luca Rastello, e ancor di più grazie alla forza dirompente di questo Insurrezione, ci sembra che quel vuoto sia stato riempito e che al decennio dei furori sia stato concesso il giusto tributo anche attraverso il linguaggio della fiction e dell’invenzione letteraria.

Precisazione: stiamo per parlare di un romanzo scritto la bellezza di venticinque anni fa e che solo oggi vede la luce. L’autore, Paolo Pozzi, nel 1982 alloggiava nel carcere speciale di Fossombrone perché sovversivo, autonomo e quindi, secondo la stramba deduzione d’epoca, “terrorista”. Anche lui come tanti, tantissimi. Dietro le sbarre nasceva questo libro, lì si depositavano pagine che un editore si sarebbe preoccupato di trasformare in libro solo un quarto di secolo più tardi. E l’autore ce lo dice subito, una “piccola avvertenza alla lettura” alla cui luce il romanzo acquista ancora più forza e fascino.

 

Poi ci si immerge e non se ne esce più.

Ancora è forte, fortissima la tentazione di riempire questa pagina di citazioni ed estratti, perché solo così si restituisce l’urto del romanzo. Che narra, bene dirlo, il ciclo di lotte, scazzi, amori, scontri e interminabili analisi politico-strategico-sociali di un gruppo di autonomi milanesi dell’area di Rosso, nella seconda metà dei Settanta. E lo fa stando lì in mezzo, senza uscire nemmeno per un secondo dal recinto: niente retorica, niente sproloqui, solo la voglia di raccontare, ricordare, e ripercorrere – passo passo – quel tempo per il quale “ce l’hanno fatta pagare, ma ci siamo divertiti un casino”.

Tempo balordo, di sconvolgimenti tout court, a cominciare da quella strana cosa chiamata femminismo che produce sconquassi, pubblici e privati, personali e politici, tra il branco dei maschietti ormai sempre più spaesati di fronte all’onda d’urto rappresentata dal nuovo soggetto sociale femminile. “Il fatto è che ’sta storia del femminismo ci ha rincoglionito tutti. Niente si chiama più col suo nome. Le donne vogliono scopare con chi gli pare e piace e ora ci raccontano anche che serve all’emancipazione”.

Tempo di sconquassi sociali e politici, che investono tutti gli archetipi della lotta operaia e rivoluzionaria. Mutandoli radicalmente rispetto a come fin lì si era imparato a riconoscerli, distinguerli e celebrarli. “Ma intanto, in pochissimo tempo, i collettivi operai sono cambiati. Non si occupano più solo delle loro condizioni di fabbrica. Carlo si è ritrovato a girare in un mondo che non riconosce più. Nelle riunioni si discute di tutto e di tutti. Soprattutto di argomenti non tradizionali, spesso fuori dagli schemi del marxismo. Vicini ai vecchi operai del ’69 contrattuale, del ’73 egualitario, ci sono gruppi di giovani che portano avanti una richiesta di politica totale. Soprattutto le donne, in maggioranza alla Siemens, si sono messe a lottare in forme che sconvolgono ogni modo tradizionale di fare politica. Sono donne diverse da quelle delle lotte precedenti. E non solo Carlo, ma anche Vito fa fatica a capire, a star dietro ai loro discorsi. Arianna, Rosanna, Rita e le ultime assunte fanno un discorso sullo strapotere del maschio, sia dirigente, che capo operaio o compagno operaio. A Vito e a Carlo questa storia che il maschio è comunque sempre padrone, dall’Agnelli all’ultimo operaio, sconvolge mica poco il cervello”.

Tempi che si fanno grevi, che scorrono con la velocità di un uragano, e che volgono al peggio. “Dentro l’autonomia c’è una gran discussione proprio su come fare il lavoro politico date queste condizioni, i militaristi cominciano a rafforzarsi. Il ragionamento è molto semplice, e per questo fa molta presa sia all’interno dell’area di Rosso che di Senza Tregua: il movimento ha espresso livelli di mobilitazione altissimi, e proprio per questo lo Stato si scatena con furia repressiva; non resta che preparare l’esercito per la guerra civile; le avanguardie devono passare alla clandestinità per proteggersi dalla repressione e per poter continuare il loro lavoro politico; anche perché, in ogni caso, lo Stato non può più tollerare a lungo i livelli organizzati di contropotere e ne distruggerà ogni parvenza pubblica e legale”.

Sono i mesi successivi al convengo bolognese contro la repressione, il movimento del Settantasette sta esaurendo la sua spinta propulsiva, c’è aria di rompete le righe e si salvi chi può. L’opzione militarista sta prendendo il sopravvento, non c’è più spazio per le interminabili discussioni incentrate sulle differenze tra i gruppi della sinistra extraparlamentare, l’autonomia, e quei giovanissimi militanti di terza generazione che scendono in piazza senza alcun retroterra politico che riesca a stemperarne la furia.

Le Br rapiscono Moro, “ma non lo capisci? Questa è una cosa fatta direttamente anche contro di noi che non siamo d’accordo con la lotta armata clandestina, che facciamo le manifestazioni, le lotte autonome degli operai. […] Ma ai brigatisti del movimento non gliene mai fregato niente, anzi, loro sono contro questo movimento”.

 

È un romanzo, Insurrezione, che sta dentro quello che racconta, sincero (anche se infarcito di balle, spiega l’autore, quindi verosimile), per molti tratti divertente, per altri cupo, capace di trasmettere  a chi non c’era – con immutato amore – un po’ di quel sentire comune d’annata oggi celebrato nel trentennale del suo anno più rappresentativo.

 

 

Giuliano Boraso

libri@brigaterosse.org

 

 

 

Ultima modifica di questa pagina: venerdì, 13 aprile 2007 22.33

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