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Negli
ultimi dodici mesi la narrativa italiana ha riparato a una
delle sue lacune più vistose: non essere ancora riuscita a
raccontare gli anni Settanta attraverso gli strumenti a lei
più congegnali, l’invenzione, la licenza del verosimile e,
perché no, il lirismo. Oggi, dopo i romanzi di
Bruno
Arpaia e
Luca Rastello, e
ancor di più grazie alla forza dirompente di questo
Insurrezione, ci sembra che quel vuoto sia stato
riempito e che al decennio dei furori sia stato concesso il
giusto tributo anche attraverso il linguaggio della fiction
e dell’invenzione letteraria.
Precisazione: stiamo per parlare di un romanzo scritto la
bellezza di venticinque anni fa e che solo oggi vede la
luce. L’autore, Paolo Pozzi, nel 1982 alloggiava nel carcere
speciale di Fossombrone perché sovversivo, autonomo e
quindi, secondo la stramba deduzione d’epoca, “terrorista”.
Anche lui come tanti, tantissimi. Dietro le sbarre nasceva
questo libro, lì si depositavano pagine che un editore si
sarebbe preoccupato di trasformare in libro solo un quarto
di secolo più tardi. E l’autore ce lo dice subito, una
“piccola avvertenza alla lettura” alla cui luce il romanzo
acquista ancora più forza e fascino.
Poi ci si
immerge e non se ne esce più.
Ancora è
forte, fortissima la tentazione di riempire questa pagina di
citazioni ed estratti, perché solo così si restituisce
l’urto del romanzo. Che narra, bene dirlo, il ciclo di
lotte, scazzi, amori, scontri e interminabili analisi
politico-strategico-sociali di un gruppo di autonomi
milanesi dell’area di Rosso, nella seconda metà dei
Settanta. E lo fa stando lì in mezzo, senza uscire nemmeno
per un secondo dal recinto: niente retorica, niente
sproloqui, solo la voglia di raccontare, ricordare, e
ripercorrere – passo passo – quel tempo per il quale “ce
l’hanno fatta pagare, ma ci siamo divertiti un casino”.
Tempo
balordo, di sconvolgimenti tout court, a cominciare
da quella strana cosa chiamata femminismo che produce
sconquassi, pubblici e privati, personali e politici, tra il
branco dei maschietti ormai sempre più spaesati di fronte
all’onda d’urto rappresentata dal nuovo soggetto sociale
femminile. “Il fatto è che ’sta storia del femminismo ci ha
rincoglionito tutti. Niente si chiama più col suo nome. Le
donne vogliono scopare con chi gli pare e piace e ora ci
raccontano anche che serve all’emancipazione”.
Tempo di
sconquassi sociali e politici, che investono tutti gli
archetipi della lotta operaia e rivoluzionaria. Mutandoli
radicalmente rispetto a come fin lì si era imparato a
riconoscerli, distinguerli e celebrarli. “Ma intanto, in
pochissimo tempo, i collettivi operai sono cambiati. Non si
occupano più solo delle loro condizioni di fabbrica. Carlo
si è ritrovato a girare in un mondo che non riconosce più.
Nelle riunioni si discute di tutto e di tutti. Soprattutto
di argomenti non tradizionali, spesso fuori dagli schemi del
marxismo. Vicini ai vecchi operai del ’69 contrattuale, del
’73 egualitario, ci sono gruppi di giovani che portano
avanti una richiesta di politica totale. Soprattutto le
donne, in maggioranza alla Siemens, si sono messe a lottare
in forme che sconvolgono ogni modo tradizionale di fare
politica. Sono donne diverse da quelle delle lotte
precedenti. E non solo Carlo, ma anche Vito fa fatica a
capire, a star dietro ai loro discorsi. Arianna, Rosanna,
Rita e le ultime assunte fanno un discorso sullo strapotere
del maschio, sia dirigente, che capo operaio o compagno
operaio. A Vito e a Carlo questa storia che il maschio è
comunque sempre padrone, dall’Agnelli all’ultimo operaio,
sconvolge mica poco il cervello”.
Tempi che
si fanno grevi, che scorrono con la velocità di un uragano,
e che volgono al peggio. “Dentro l’autonomia c’è una gran
discussione proprio su come fare il lavoro politico date
queste condizioni, i militaristi cominciano a rafforzarsi.
Il ragionamento è molto semplice, e per questo fa molta
presa sia all’interno dell’area di Rosso che di Senza
Tregua: il movimento ha espresso livelli di mobilitazione
altissimi, e proprio per questo lo Stato si scatena con
furia repressiva; non resta che preparare l’esercito per la
guerra civile; le avanguardie devono passare alla
clandestinità per proteggersi dalla repressione e per poter
continuare il loro lavoro politico; anche perché, in ogni
caso, lo Stato non può più tollerare a lungo i livelli
organizzati di contropotere e ne distruggerà ogni parvenza
pubblica e legale”.
Sono i mesi
successivi al convengo bolognese contro la repressione, il
movimento del Settantasette sta esaurendo la sua spinta
propulsiva, c’è aria di rompete le righe e si salvi chi può.
L’opzione militarista sta prendendo il sopravvento, non c’è
più spazio per le interminabili discussioni incentrate sulle
differenze tra i gruppi della sinistra extraparlamentare,
l’autonomia, e quei giovanissimi militanti di terza
generazione che scendono in piazza senza alcun retroterra
politico che riesca a stemperarne la furia.
Le Br
rapiscono Moro, “ma non lo capisci? Questa è una cosa fatta
direttamente anche contro di noi che non siamo d’accordo con
la lotta armata clandestina, che facciamo le manifestazioni,
le lotte autonome degli operai. […] Ma ai brigatisti del
movimento non gliene mai fregato niente, anzi, loro sono
contro questo movimento”.
È un
romanzo, Insurrezione, che sta dentro quello che
racconta, sincero (anche se infarcito di balle, spiega
l’autore, quindi verosimile), per molti tratti divertente,
per altri cupo, capace di trasmettere a chi non c’era – con
immutato amore – un po’ di quel sentire comune d’annata oggi
celebrato nel trentennale del suo anno più rappresentativo.
Giuliano
Boraso
libri@brigaterosse.org
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