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Homepage Libri Narrativa "Il sequestro Moro. Storie dagli anni di piombo"

   
  Autore: Paolo Parisi
   
   
  Editore: Becco Giallo
  Collana:  
  Data pubblicazione: 2006
  ISBN:

88-85832-23-7

  Pagine: 125
   
   
  Giudizio:  
   
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Vagavo triste e affranto tra gli stand di quel vuoto baraccone auto-celebrativo che è diventata la Fiera della piccola e media editoria di Roma, quando qualcosa di diverso, autentico, originale attira la mia attenzione. È la postazione dell’editore BeccoGiallo di Treviso, defilato, silenzioso, pieno zeppo di belle copertine colorate che nascondono piccoli tesori: fumetti, fumetti che raccontano la storia dell’altro ieri, “i casi della memoria collettiva”. E allora via con – tra gli altri – il terremoto in Friuli, Chernobyl, la strage di Bologna. E questo Il sequestro Moro di Paolo Parisi, classe 1980. Uno, avrei scoperto poi, con le idee piuttosto chiare.

Di nuovo qui, dunque, a parlare di un fumetto che racconta una storia degli anni di piombo. Lo avevamo fatto qualche mese fa, raccontandovi La storia di Mara disegnata da Paolo Cossi. Lo rifacciamo oggi, segnalando un libro silenzioso, un racconto a tratti muto, evocativo, sospeso. Ma, al tempo stesso, attraversato da quella tensione narrativa che non ti aspetti e che ti spiazza un po’. La forza dell’arte di Parisi sta qui, crediamo: in una racconto che può fare a meno della parola detta, tanto è forte l’idea che la sostiene e l’apporto narrativo dell’immagine. Perché – e a ribadirlo sarà lo stesso autore, nella breve intervista che segue – “un’immagine può raccontare in maniera più immediata e precisa una situazione che in altri modi potrebbe esserci poco chiara. Si parla di ‘silenzio narrativo’. Sequenze che scorrono, dettano il tempo del racconto, prendono respiro”.

Bello, la sensazione è gradevole, le pagine girano, scorrono le tavole e nemmeno te ne accorgi. Non c’è un briciolo di retorica nel racconto, nessuna verità sbattuta in faccia a nessuno. C’è una storia, una storia del presente, si badi bene. Perché il sequestro Moro giace sullo sfondo, e lo diciamo con grande sollievo: di tutto sentiamo la mancanza, tranne che dell’ennesimo contributo storiografico sull’argomento. Parisi se ne tiene alla larga, e le (ottime) motivazioni di questa scelta le potrete leggere nella già citata intervista.

C’è, invece, una storia del presente: una storia di famiglia segnata da una assenza e dal recupero della memoria e del filo rosso della tradizione e dell’insegnamento ricavato dagli avi. C’è la volontà di trasmissione di un sapere che possa sedimentarsi in una memoria condivisa e accettata. E la paura che tutto questo trasmette in chi, misero, rifiuta la dialettica delle idee e opta per quella delle armi.

Il tutto raccontato a bassa voce, con una invidiabile capacità di raccontare per immagini e tratti di matita, senza mai perdere di vista la consapevolezza di quanta forza possa nascondersi dietro la propria arte.

 

Giuliano Boraso

libri@brigaterosse.org

 

  

 

Lucidità, “silenzi narrativi”, niente bluff

 

A colloquio con Paolo Parisi, per aggiungere (sottovoce) un altro piccolo tassello della “memoria futura”.

 

 

Il primo aspetto che mi ha colpito del tuo libro è la sua contemporaneità. Tu non racconti il sequestro Moro, tu racconti una storia del presente. Com’è nata questa scelta? E a cosa è dovuta?

 

Ad un aspetto puramente anagrafico. Non ero ancora nato nel 1978. Non sarebbe stato onesto né come autore né nei confronti del lettore parlare di un argomento sociale e politico così delicato “bluffando”, parlando di avvenimenti non vissuti di persona in un preciso momento storico.

Ma non è solo questo. La scelta è dettata anche da altre riflessioni. Sarebbe riduttivo non parlarne. Il mio lavoro di autore è stato sempre legato all’indagine della condizione umana. Gli altri miei libri partono da questo punto cardine senza il quale per me non avrebbe senso scrivere e disegnare fumetti. Uomini al centro di vicende forti, drammatiche. Uomini al centro di un loro vivere quotidiano che improvvisamente si muta o che è già stato mutato. Mutamenti incontrollabili e più grandi di loro. La dimensione del quotidiano è indicativa. È ciò che ci è più familiare. Sono dettagli che ci immergono nel racconto. Ed è la cosa più semplice e diretta che ci possa colpire da lettori. La mia è una storia di una famiglia. Disgregata. E dell’assenza di un padre, ex-partigiano, militante nel PCI, vero protagonista della storia. Ma soprattutto del racconto di quei giorni attraverso il ricordo del figlio. E del suo difficile rapporto con il resto della famiglia.

 

Il tuo è un linguaggio scandito anche da lunghe sospensioni, prolungati silenzi. Tavole che spesso si susseguono senza dialoghi. È una caratteristica ricorrente nella tua arte o è la storia in sé che ti ha fatto optare per questa scelta stilistica?

 

L’indagine di un racconto “muto” è una riflessione che mi accompagna da quando ho iniziato a fare fumetti. Ma l’assenza di parole non significa assenza di racconto. Un’immagine può raccontare in maniera più immediata e precisa una situazione che in altri modi potrebbe esserci poco chiara. Si parla di “silenzio narrativo”. Sequenze che scorrono, dettano il tempo del racconto, prendono respiro. Paragonabili a certi piani-sequenza di un certo cinema indipendente americano o d’autore europeo. Kieslowski e  Cassavetes.    

 

 

Leggo in una tua precedente intervista (di Samantha Lucani, su www.flashfumetto.it) che “Il sequestro Moro” è un lavoro nato su commissione. Mi incuriosisce sapere se durante la lavorazione è cambiata la tua percezione di quell’evento così importante per la storia italiana. Che cosa pensavi delle Br e del sequestro Moro prima di questo libro? Che cosa ne pensi oggi?

 

Non è cambiata. Perché avrebbe dovuto? Ho le mie idee politiche. Le ho messe nel libro, anche se non direttamente esplicite. Non mi piace parlare a lungo. Un libro, un romanzo, è fatto a metà dall’autore e dal lettore. Che forse mette il contributo più importante.

Tornando a noi. Oggi le Brigate Rosse non avrebbero senso di esistere. Ha invece senso la salvaguardia della Resistenza, intesa come concetto molto ampio, a chi cerca di demolire la memoria storica con biechi revisionismi, colpi bassi e fascismi camuffati da parlamentari democratici.

Aldo Moro aveva dato il via ad un processo, il “compromesso storico”, scomodo per l’epoca ma assolutamente attuale adesso. Con tutti i pro e i contro. E sempre alla ribalta sui quotidiani. Le BR avevano tentato in maniera molto discutibile di colpire e mettere fuori uso un ingranaggio che avviato, non si sarebbe mai fermato, per nessun motivo. Ciononostante, oggi, è molto facile puntare il dito e lasciarsi alle spalle un passato di militanza scomodo, cercando di fare come se nulla fosse stato fatto.

 

Nella stessa intervista dici che non ti è mai mancata durante tutta la lavorazione la “lucidità”. Mi ha colpito questa affermazione. A cosa ti riferisci in particolare?

 

Non ho mai perso il senso della mia storia, il punto di arrivo che volevo raggiungere. Non è facile affrontare un argomento del genere senza correre il rischio di scrivere inutilità o cose banali. Non per questo un autore deve cercare l’incomprensibilità del linguaggio credendo di fare sperimentalismi che risultano edonistici e ovvi. Se si inizia un discorso, questo va portato a termine. In ogni caso. Non importa come.

Questo intendevo. Nulla di più.

 

Trovo molto coraggioso il progetto della casa editrice BeccoGiallo di raccontare i grandi eventi della nostra storia recente attraverso le potenzialità del fumetto. Che cosa può dare in più questo linguaggio nel raccontare la Storia? Che valore aggiunto dovrebbe aspettarsi il lettore?

 

BeccoGiallo nasce per colmare un buco che si era creato nell’editoria italiana a fumetti. O che forse non c’è mai stato. Quello della “cronaca a fumetti”. Sembra stupido ma una casa editrice senza un progetto è fallimentare di partenza. BeccoGiallo ne ha uno forte di progetti. Che in poco di più di un anno e mezzo ha dato ottimi risultati e riscontri. Il fumetto che racconta la “Storia” è una rarità. Adesso ci si sta muovendo anche in quel senso. E già di per sé questo è un valore aggiunto.

 

 

Uno dei protagonisti del tuo libro, citando Leonardo Sciascia, parla dell’Italia come di un paese senza memoria e verità. Condividi queste parole? E se le condividi, che spiegazione dai a questa nostra difficoltà a fare i conti col passato?

 

Le condivido, altrimenti non le avrei messe. Sciascia è uno dei più lucidi (vedi, ritorna il termine…) giornalisti del periodo. Dico “è” e non “è stato” per l’attualità della sua opera. L’Affaire Moro analizza con semplicità e chiarezza politica quel periodo, che molti vorrebbero cambiare, manipolare, negare. Io credo che ci sia bisogno di una salvaguardia della Memoria. Una onesta visione e analisi di quello che avviene nell’ombra e ai margini. Ed è compito di tutti. Anche degli intellettuali e di chi fa cultura in tutte le sue forme. Anche tu che stai qua a farmi le domande, e che periodicamente aggiorni questo sito. È un piccolo tassello che si aggiunge al “libro della memoria futura”.

E qua mi fermo. Sto diventando troppo visionario.

 

Giuliano Boraso

libri@brigaterosse.org

 

 

Ultima modifica di questa pagina: sabato, 16 dicembre 2006 16.33

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