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Vagavo
triste e affranto tra gli stand di quel vuoto baraccone
auto-celebrativo che è diventata la Fiera della piccola e
media editoria di Roma, quando qualcosa di diverso,
autentico, originale attira la mia attenzione. È la
postazione dell’editore BeccoGiallo di Treviso, defilato,
silenzioso, pieno zeppo di belle copertine colorate che
nascondono piccoli tesori: fumetti, fumetti che raccontano
la storia dell’altro ieri, “i casi della memoria
collettiva”. E allora via con – tra gli altri – il terremoto
in Friuli, Chernobyl, la strage di Bologna. E questo Il
sequestro Moro di Paolo Parisi, classe 1980. Uno, avrei
scoperto poi, con le idee piuttosto chiare.
Di nuovo
qui, dunque, a parlare di un fumetto che racconta una storia
degli anni di piombo. Lo avevamo fatto qualche mese fa,
raccontandovi La storia di
Mara disegnata da Paolo Cossi. Lo rifacciamo
oggi, segnalando un libro silenzioso, un racconto a tratti
muto, evocativo, sospeso. Ma, al tempo stesso, attraversato
da quella tensione narrativa che non ti aspetti e che ti
spiazza un po’. La forza dell’arte di Parisi sta qui,
crediamo: in una racconto che può fare a meno della parola
detta, tanto è forte l’idea che la sostiene e l’apporto
narrativo dell’immagine. Perché – e a ribadirlo sarà lo
stesso autore, nella breve intervista che segue –
“un’immagine può raccontare in maniera più immediata e
precisa una situazione che in altri modi potrebbe esserci
poco chiara. Si parla di ‘silenzio narrativo’. Sequenze che
scorrono, dettano il tempo del racconto, prendono respiro”.
Bello, la
sensazione è gradevole, le pagine girano, scorrono le tavole
e nemmeno te ne accorgi. Non c’è un briciolo di retorica nel
racconto, nessuna verità sbattuta in faccia a nessuno. C’è
una storia, una storia del presente, si badi bene. Perché il
sequestro Moro giace sullo sfondo, e lo diciamo con grande
sollievo: di tutto sentiamo la mancanza, tranne che
dell’ennesimo contributo storiografico sull’argomento.
Parisi se ne tiene alla larga, e le (ottime) motivazioni di
questa scelta le potrete leggere nella già citata
intervista.
C’è,
invece, una storia del presente: una storia di famiglia
segnata da una assenza e dal recupero della memoria e del
filo rosso della tradizione e dell’insegnamento ricavato
dagli avi. C’è la volontà di trasmissione di un sapere che
possa sedimentarsi in una memoria condivisa e accettata. E
la paura che tutto questo trasmette in chi, misero, rifiuta
la dialettica delle idee e opta per quella delle armi.
Il tutto
raccontato a bassa voce, con una invidiabile capacità di
raccontare per immagini e tratti di matita, senza mai
perdere di vista la consapevolezza di quanta forza possa
nascondersi dietro la propria arte.
Giuliano
Boraso
libri@brigaterosse.org

Lucidità, “silenzi narrativi”, niente bluff
A colloquio
con Paolo Parisi, per aggiungere (sottovoce) un altro
piccolo tassello della “memoria futura”.
Il primo aspetto che mi ha colpito del tuo
libro è la sua contemporaneità. Tu non racconti il sequestro
Moro, tu racconti una storia del presente. Com’è nata questa
scelta? E a cosa è dovuta?
Ad un
aspetto puramente anagrafico. Non ero ancora nato nel 1978.
Non sarebbe stato onesto né come autore né nei confronti del
lettore parlare di un argomento sociale e politico così
delicato “bluffando”, parlando di avvenimenti non vissuti di
persona in un preciso momento storico.
Ma non è
solo questo. La scelta è dettata anche da altre riflessioni.
Sarebbe riduttivo non parlarne. Il mio lavoro di autore è
stato sempre legato all’indagine della condizione umana. Gli
altri miei libri partono da questo punto cardine senza il
quale per me non avrebbe senso scrivere e disegnare fumetti.
Uomini al centro di vicende forti, drammatiche. Uomini al
centro di un loro vivere quotidiano che improvvisamente si
muta o che è già stato mutato. Mutamenti incontrollabili e
più grandi di loro. La dimensione del quotidiano è
indicativa. È ciò che ci è più familiare. Sono dettagli che
ci immergono nel racconto. Ed è la cosa più semplice e
diretta che ci possa colpire da lettori. La mia è una storia
di una famiglia. Disgregata. E dell’assenza di un padre,
ex-partigiano, militante nel PCI, vero protagonista della
storia. Ma soprattutto del racconto di quei giorni
attraverso il ricordo del figlio. E del suo difficile
rapporto con il resto della famiglia.
Il tuo è un linguaggio scandito anche da
lunghe sospensioni, prolungati silenzi. Tavole che spesso si
susseguono senza dialoghi. È una caratteristica ricorrente
nella tua arte o è la storia in sé che ti ha fatto optare
per questa scelta stilistica?
L’indagine
di un racconto “muto” è una riflessione che mi accompagna da
quando ho iniziato a fare fumetti. Ma l’assenza di parole
non significa assenza di racconto. Un’immagine può
raccontare in maniera più immediata e precisa una situazione
che in altri modi potrebbe esserci poco chiara. Si parla di
“silenzio narrativo”. Sequenze che scorrono, dettano il
tempo del racconto, prendono respiro. Paragonabili a certi
piani-sequenza di un certo cinema indipendente americano o
d’autore europeo. Kieslowski e Cassavetes.

Leggo in una tua precedente intervista (di
Samantha Lucani, su www.flashfumetto.it) che “Il sequestro
Moro” è un lavoro nato su commissione. Mi incuriosisce
sapere se durante la lavorazione è cambiata la tua
percezione di quell’evento così importante per la storia
italiana. Che cosa pensavi delle Br e del sequestro Moro
prima di questo libro? Che cosa ne pensi oggi?
Non è
cambiata. Perché avrebbe dovuto? Ho le mie idee politiche.
Le ho messe nel libro, anche se non direttamente esplicite.
Non mi piace parlare a lungo. Un libro, un romanzo, è fatto
a metà dall’autore e dal lettore. Che forse mette il
contributo più importante.
Tornando a
noi. Oggi le Brigate Rosse non avrebbero senso di esistere.
Ha invece senso la salvaguardia della Resistenza, intesa
come concetto molto ampio, a chi cerca di demolire la
memoria storica con biechi revisionismi, colpi bassi e
fascismi camuffati da parlamentari democratici.
Aldo Moro
aveva dato il via ad un processo, il “compromesso storico”,
scomodo per l’epoca ma assolutamente attuale adesso. Con
tutti i pro e i contro. E sempre alla ribalta sui
quotidiani. Le BR avevano tentato in maniera molto
discutibile di colpire e mettere fuori uso un ingranaggio
che avviato, non si sarebbe mai fermato, per nessun motivo.
Ciononostante, oggi, è molto facile puntare il dito e
lasciarsi alle spalle un passato di militanza scomodo,
cercando di fare come se nulla fosse stato fatto.
Nella stessa intervista dici che non ti è mai
mancata durante tutta la lavorazione la “lucidità”. Mi ha
colpito questa affermazione. A cosa ti riferisci in
particolare?
Non ho mai
perso il senso della mia storia, il punto di arrivo che
volevo raggiungere. Non è facile affrontare un argomento del
genere senza correre il rischio di scrivere inutilità o cose
banali. Non per questo un autore deve cercare
l’incomprensibilità del linguaggio credendo di fare
sperimentalismi che risultano edonistici e ovvi. Se si
inizia un discorso, questo va portato a termine. In ogni
caso. Non importa come.
Questo
intendevo. Nulla di più.
Trovo molto coraggioso il progetto della casa
editrice BeccoGiallo di raccontare i grandi eventi della
nostra storia recente attraverso le potenzialità del
fumetto. Che cosa può dare in più questo linguaggio nel
raccontare la Storia? Che valore aggiunto dovrebbe
aspettarsi il lettore?
BeccoGiallo
nasce per colmare un buco che si era creato nell’editoria
italiana a fumetti. O che forse non c’è mai stato. Quello
della “cronaca a fumetti”. Sembra stupido ma una casa
editrice senza un progetto è fallimentare di partenza.
BeccoGiallo ne ha uno forte di progetti. Che in poco di più
di un anno e mezzo ha dato ottimi risultati e riscontri. Il
fumetto che racconta la “Storia” è una rarità. Adesso ci si
sta muovendo anche in quel senso. E già di per sé questo è
un valore aggiunto.

Uno dei protagonisti del tuo libro, citando
Leonardo Sciascia, parla dell’Italia come di un paese senza
memoria e verità. Condividi queste parole? E se le
condividi, che spiegazione dai a questa nostra difficoltà a
fare i conti col passato?
Le
condivido, altrimenti non le avrei messe. Sciascia è uno dei
più lucidi (vedi, ritorna il termine…) giornalisti del
periodo. Dico “è” e non “è stato” per l’attualità della sua
opera. L’Affaire Moro analizza con semplicità e
chiarezza politica quel periodo, che molti vorrebbero
cambiare, manipolare, negare. Io credo che ci sia bisogno di
una salvaguardia della Memoria. Una onesta visione e analisi
di quello che avviene nell’ombra e ai margini. Ed è compito
di tutti. Anche degli intellettuali e di chi fa cultura in
tutte le sue forme. Anche tu che stai qua a farmi le
domande, e che periodicamente aggiorni questo sito. È un
piccolo tassello che si aggiunge al “libro della memoria
futura”.
E qua mi
fermo. Sto diventando troppo visionario.
Giuliano
Boraso
libri@brigaterosse.org
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