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Lo
ammettiamo: la tentazione sarebbe quella di elogiare questo
romanzo-fumetto a prescindere, senza nemmeno averlo letto,
toccato, ammirato. Perché l’idea-progetto – utilizzare
l’arte del fumetto per narrare una storia di piombo – ci
piace e ci appassiona a prescindere, senza il bisogno di
ulteriori verifiche e conferme. Potremmo anche limitarci a
incensare la matita di Paolo Cossi, giovane artista friulano
ormai giunto alla sua quinta pubblicazione, accennando alla
fattezza delle sue tavole, al tratto di artista ormai maturo
che sa essere a un tempo drammatico e ironico, alla qualità
che attraversa tutto il volume dato alle stampe dall’editore
Lavieri (www.lavieri.it).
Però questo
romanzo (ebbene sì, ro-man-zo!) l’abbiamo comprato (nella
sempre mitica libreria Odradek di Roma), l’abbiamo divorato
e ora siamo qui a parlarne sperando di contribuire in
piccolo alla sua (ci auguriamo vasta) diffusione. Cossi
traduce in immagini una delle tante storie, personali e
collettive, degli anni Settanta: la storia di Mara Nanni,
giovane militante dell’autonomia romana che – proprio in
corrispondenza del sequestro Moro, nella primavera del 1978
– decide di compiere il salto nel vuoto della lotta armata.
Quello che nella vita di Mara precede questa scelta non ha
nulla di diverso e originale rispetto al percorso politico
di tanti suoi coetanei: “ragazzetta iperattiva” all’epoca di
piazza Fontana e delle primissime azioni targate stella a
cinque punte, quando le giornate passavano tra “musica rock,
trasgressioni, baci casti e furtivi”. Sono gli anni della
primissima formazione politica, quando all’entusiasmo si
mischia un bel po’ di confusione, quella stessa accozzaglia
ideologica che ti fa sbagliare qualche slogan durante i
cortei e che ti riempie la testa di dogmi, verità e certezze
distribuite a iosa alla truppa dal gruppo delle teste
pensanti.
Gli amori,
i tradimenti, le prime frequentazioni “sbagliate”, i primi
guai con la legge e il primo impatto – durissimo – con la
violenza di chi sta dall’altra parte della barricata: gli
arresti in massa, l’esperienza del carcere, i pestaggi,
quella violenza di Stato che si oppone specularmente alla
violenza di piazza. Mara esce dal carcere il 5 aprile del
1978. Inizia da qui la seconda parte della sua vita, segnata
dalla scelta della militanza nelle fila delle Brigate rosse
e terminata undici mesi più tardi, con il secondo e
definitivo arresto e la condanna all’ergastolo, senza aver
peraltro mai partecipato ad azioni violente e senza aver
rivestito all’interno dell’organizzazione un ruolo di primo
piano. «Fine pena mai»: così recita il primo grado di
giudizio, fortunatamente poi rivisto e “corretto” nelle
successive sentenze che riducono la pena di Mara prima a 26
e poi a 15 anni di reclusione. C’è tempo e spazio quindi per
una terza parte di questa storia, luminosa e vivida come la
tavola che Cossi realizza per immortalare l’abbraccio della
donna, neo mamma, al suo bambino appena nato, Matteo. Sono
passati dieci anni esatti da quell' aprile ’78 e sembra
quasi di vivere in un altro secolo.
«Un libro
che non dispiega riletture ma che narra una storia»: è
questo il maggior pregio dell’opera di Cossi secondo
Marcello Buonuomo, che firma una delle due postfazioni che
chiudono il libro (l’altra è di Giuliano Montaldo). Siamo
d’accordo, piacciono anche a noi i libri che narrano storie
senza soffermarsi troppo su congetture e interpretazioni.
Perché certe storie si spiegano da sé, senza bisogno di
tante ipotesi di contorno. Ma di questo libro colpisce
anche, e soprattutto, la fattezza artistica delle tavole
disegnate dall’autore, l’alternanza del tratto drammatico e
ironico, certe soluzioni stilistiche che rimandano al
linguaggio cinematografico, come nella splendida sequenza
che conduce lo sguardo del lettore in via Fani, sul luogo
del sequestro di Aldo Moro e della strage della sua scorta.
Giuliano
Boraso
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