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Ne siamo
certi: già la scelta di inserire questo titolo all’interno
di una bibliografia dedicata alla storia del partito armato
(seppure in una sotto-sezione, per così dire, marginale)
farà storcere il naso a molti (o, meglio, a quei pochi che
decideranno di avventurarsi fin qui). Si tratta forse di una
scelta un po’ provocatoria, certo, ma non per questo priva
di giustificazioni e di motivi che ora cercheremo di
illustrare. Partiamo, innanzitutto, dal titolo – e dal
sottotitolo - di questo splendido libro di Miriam Mafai: chi
era Pietro Secchia e perché di lui si dice che sognasse la
lotta armata?
Pietro
Secchia fu, dopo Togliatti o sullo stesso piano di Togliatti,
l’uomo più importante del Partito comunista italiano negli
anni immediatamente della lotta partigiana e nel decennio
immediatamente successivo. Pietro Secchia fu l’esponente
comunista che più di qualsiasi altro incarnò il mito della
resistenza tradita, del sogno rivoluzionario,
dell’aspirazione comunista alla conquista del potere tramite
l’iniziativa popolare rivoluzionaria, contro il
riformismo/revisionismo togliattiano, contro la via pacifica
al comunismo, l’abbandono della spinta insurrezionale del
partito.
In questo
senso Secchia sognava la lotta armata, e per questo
venne emarginato dal partito nel momento in cui le
congiunture politiche interne e internazionali non
consentivano più nemmeno il vagheggiamento di una simile
ipotesi, neppure nel più caloroso dei comizi elettorali,
nemmeno nella più informale delle occasioni. Isolato,
emarginato, sconfitto fino a quel 1964, anno della morte di
Togliatti, che segna una sorta di rinascita (effimera) della
stagione politica di Secchia, giusto alla vigilia di quella
esplosione contestatrice che rinverdì nell’ormai vecchio
dirigente comunista il sogno dell’insurrezione.
Fermiamoci
qui. Dovrebbe essere abbastanza per intuire i motivi della
scelta compiuta di raccontare questo libro proprio qui,
all’interno di una bibliografia tanto specifica. Per tanti
anni si è discusso, e lo si fa tuttora, dell’identità
politica delle Brigate rosse, del loro dna, della loro
provenienza, del loro bagaglio di riferimenti culturali e
politici. Aspetto fondamentale da chiarire una volta per
tutte, in maniera da comprendere fino in fondo le radici del
fenomeno. Una parte consistente di quel dna politico è da
ricercare proprio all’interno della storia del Partito
comunista italiano, e proprio all’interno e in riferimento a
quella vastissima porzione di militanti e dirigenti che,
sconfitto il nemico nazifascista, non era del tutto convinta
che il lavoro, la loro missione, potesse ritenersi concluso.
C’era da fare dell’altro, c’era da prendere il potere con le
armi e instaurare in Italia una società comunista che avesse
nell’Unione sovietica di Stalin il suo punto di riferimento
internazionale. C’era da combattere e sconfiggere le
tendenze restauratrici, i compromessi togliattiani,
l’ostracismo democristiano, le diavolerie degasperiane. In
una parola: c’era da fare la rivoluzione. Di qui il senso di
frustrazione di impotenza che contraddistinse la storia di
generazioni e generazioni di militanti comunisti ed ex
partigiani che vedevano proprio in Pietro Secchia il loro
unico punto di riferimento, la loro speranza che tutto non
fosse davvero finito.
Basta
leggere i contributi dei fondatori delle Brigate rosse, in
primis i racconti di Alberto Franceschini, per comprendere
quanta importanza ebbe il mito della “resistenza tradita e
incompiuta” in molti giovani che, a cavallo tra i Sessanta e
i Settanta, si affacciavano alla lotta armata; tanto da
poter dire oggi, con assoluta certezza, che questo filo
rosso fu una dei grandi componenti che contribuirono a
formare e plasmare l’identità politica delle Brigate rosse.
L’idea della conquista del potere tramite la lotta armata
una idea tutta interna al pensiero marxista leninista;
questa idea, calata in una congiuntura politico-sociale
straordinaria come quella degli anni Sessanta-Settanta, ha
determinato in molti la convinzione che si potesse
riprendere un discorso interrotto. Questa è, ne siamo
consapevoli, solo una parte della verità. Ma è pur sempre
una parte ormai acquisita e incontestabile. Questo libro può
aiutarci a comprenderla ed è per questo, come per altri
cento altri motivi, che va letto.
Giuliano Boraso
libri@brigaterosse.org
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