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Homepage Libri Contesti e contorni L'uomo che sognava la lotta armata

   
  Autore: Miriam Mafai
   
   
  Editore: Rizzoli
  Collana:  
  Data pubblicazione: 1984
  ISBN: 88-17-53498-6
  Pagine: 194
   
   
  Giudizio:
   
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Ne siamo certi: già la scelta di inserire questo titolo all’interno di una bibliografia dedicata alla storia del partito armato (seppure in una sotto-sezione, per così dire, marginale) farà storcere il naso a molti (o, meglio, a quei pochi che decideranno di avventurarsi fin qui). Si tratta forse di una scelta un po’ provocatoria, certo, ma non per questo priva di giustificazioni e di motivi che ora cercheremo di illustrare. Partiamo, innanzitutto, dal titolo – e dal sottotitolo - di questo splendido libro di Miriam Mafai: chi era Pietro Secchia e perché di lui si dice che sognasse la lotta armata?

Pietro Secchia fu, dopo Togliatti o sullo stesso piano di Togliatti, l’uomo più importante del Partito comunista italiano negli anni immediatamente della lotta partigiana e nel decennio immediatamente successivo. Pietro Secchia fu l’esponente comunista che più di qualsiasi altro incarnò il mito della resistenza tradita, del sogno rivoluzionario, dell’aspirazione comunista alla conquista del potere tramite l’iniziativa popolare rivoluzionaria, contro il riformismo/revisionismo togliattiano, contro la via pacifica al comunismo, l’abbandono della spinta insurrezionale del partito.

In questo senso Secchia sognava la lotta armata, e per questo venne emarginato dal partito nel momento in cui le congiunture politiche interne e internazionali non consentivano più nemmeno il vagheggiamento di una simile ipotesi, neppure nel più caloroso dei comizi elettorali, nemmeno nella più informale delle occasioni. Isolato, emarginato, sconfitto fino a quel 1964, anno della morte di Togliatti, che segna una sorta di rinascita (effimera) della stagione politica di Secchia, giusto alla vigilia di quella esplosione contestatrice che rinverdì nell’ormai vecchio dirigente comunista il sogno dell’insurrezione.

Fermiamoci qui. Dovrebbe essere abbastanza per intuire i motivi della scelta compiuta di raccontare questo libro proprio qui, all’interno di una bibliografia tanto specifica. Per tanti anni si è discusso, e lo si fa tuttora, dell’identità politica delle Brigate rosse, del loro dna, della loro provenienza, del loro bagaglio di riferimenti culturali e politici. Aspetto fondamentale da chiarire una volta per tutte, in maniera da comprendere fino in fondo le radici del fenomeno. Una parte consistente di quel dna politico è da ricercare proprio all’interno della storia del Partito comunista italiano, e proprio all’interno e in riferimento a quella vastissima porzione di militanti e dirigenti che, sconfitto il nemico nazifascista, non era del tutto convinta che il lavoro, la loro missione, potesse ritenersi concluso. C’era da fare dell’altro, c’era da prendere il potere con le armi e instaurare in Italia una società comunista che avesse nell’Unione sovietica di Stalin il suo punto di riferimento internazionale. C’era da combattere e sconfiggere le tendenze restauratrici, i compromessi togliattiani, l’ostracismo democristiano, le diavolerie degasperiane. In una parola: c’era da fare la rivoluzione. Di qui il senso di frustrazione di impotenza che contraddistinse la storia di generazioni e generazioni di militanti comunisti ed ex partigiani che vedevano proprio in Pietro Secchia il loro unico punto di riferimento, la loro speranza che tutto non fosse davvero finito.

Basta leggere i contributi dei fondatori delle Brigate rosse, in primis i racconti di Alberto Franceschini, per comprendere quanta importanza ebbe il mito della “resistenza tradita e incompiuta” in molti giovani che, a cavallo tra i Sessanta e i Settanta, si affacciavano alla lotta armata; tanto da poter dire oggi, con assoluta certezza, che questo filo rosso fu una dei grandi componenti che contribuirono a formare e plasmare l’identità politica delle Brigate rosse. L’idea della conquista del potere tramite la lotta armata  una idea tutta interna al pensiero marxista leninista; questa idea, calata in una congiuntura politico-sociale straordinaria come quella degli anni Sessanta-Settanta, ha determinato in molti la convinzione che si potesse riprendere un discorso interrotto. Questa è, ne siamo consapevoli, solo una parte della verità. Ma è pur sempre una parte ormai acquisita e incontestabile. Questo libro può aiutarci a comprenderla ed è per questo, come per altri cento altri motivi, che va letto. 

 

Giuliano Boraso

libri@brigaterosse.org

 

Ultima modifica di questa pagina: martedì, 25 aprile 2006 23.31

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