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Tracciare
una storia dei primi anni delle Brigate Rosse non è compito
arduo, tanti sono stati i contributi che, dalla metà degli
anni ’70 sino ad oggi, si sono andati sommando in merito
alla fondazione e alla dissoluzione del cosiddetto “nucleo
storico”. Ma analizzare gli esordi dell’azione brigatista,
mettendosi nei panni di chi li apprendeva leggendo i
quotidiani o i fogli di lotta dell’epoca, ascoltando la
radio e guardando la televisione, resta un’operazione che
ancora in pochi hanno svolto. Citiamo in particolare due
contributi che, a tutt’oggi, restano ineguagliati da questo
punto di vista: quello intitolato Brigate Rosse: che cosa
hanno fatto, che cosa hanno detto, che cosa se ne è detto
pubblicato nel 1976 dalla Commissione informazione e
documentazione del “Soccorso Rosso” e quello scritto,
invece, nel 1991 dal redattore del “Corriere della Sera”
Michele Brambilla, dal titolo L’eskimo in redazione.
Quando le Br erano sedicenti. Due testi distanti sia dal
punto di vista temporale (il primo prodotto nel pieno
dell’offensiva armata, il secondo a vicenda eversiva già
estinta), sia dal punto di vista ideologico (l’uno redatto
da un organismo “militante”, materialmente impegnato a
sostegno dell’area extra-parlamentare di sinistra, l’altro
da un giornalista cattolico, fortemente critico nei
confronti delle derive “rosse” di alcuni quotidiani). Eppure
entrambi d’accordo su un punto: il lungo equivoco in cui il
settore dell’informazione nazionale cadde nel descrivere il
colore politico delle Br. Per almeno sei anni, tra il 1970 e
il 1976, i brigatisti rossi vennero apostrofati come
“sedicenti” e “fantomatici” e le loro azioni ricondotte
all’eversione nera dalla quasi totalità della stampa e della
radio-televisione nazionali. Perché questo annoso ritardo?
Nel suo intervento, Michele Brambilla non riesce a trovare
una risposta chiara a tale interrogativo, pur proponendo una
puntuale elencazione dei momenti più rilevanti del fenomeno.
Lo “strabismo” mediatico sulla collocazione politica delle
Br è solo il cappello introduttivo di un’approfondita
analisi che annovera casi emblematici di fraintendimento:
dalle tesi complottistiche sull’assassinio dell’agente
Antonio Annarumma al discredito che seguì il presago
rapporto del prefetto Libero Mazza nel 1969; dal presunto
suicidio di Giangiacomo Feltrinelli alle campagne d’odio che
accompagnarono gli ultimi anni di vita del commissario
Calabresi; sino ad episodi emblematici della violenza
politica di quegli anni, come gli omicidi di Sergio Ramelli
e Alberto Brasili. Un excursus condotto descrivendo la
conflittualità presente all’interno delle redazioni
giornalistiche, specie quella del “Corriere della Sera”.
Proprio in quegli anni, del resto, il quotidiano di via
Solferino si trovava al centro di pesanti polemiche, per via
della discussa “svolta a sinistra” concretizzatasi con la
direzione di Piero Ottone e il seguente “scisma” dei
montanelliani, che avrebbe portato, nel 1974, alla
fondazione de “Il Giornale”.
Quali che
siano le convinzioni personali e ideologiche di ognuno,
questo di Michele Brambilla resta un libro necessario, se
non altro per l’originale spunto d’analisi che propone in
merito alle difficoltà e ai ritardi cui la categoria
giornalistica si trovò di fronte, nel raccontare gli anni di
piombo. Il suo limite più grande, paradossalmente, è
contenuto nelle potenzialità inespresse. Rispetto alla
riflessione sui motivi di questo singolare fenomeno di
diffidenza mediatica, che si impossessò del giornalismo
italiano a partire dalla strage di piazza Fontana,
prevalgono le considerazioni di tipo politico. In questo
Brambilla si rende colpevole dello stesso vizio che tenta di
denunciare nel libro. La presa di coscienza della reale
esistenza di un terrorismo politico, anche di sinistra, non
ha mai portato gli organi d’informazione nazionale a
rapportarsi ad esso in maniera “asettica”, tentando di
comprenderne le strategie, gli effetti e le ripercussioni in
termini prettamente mediatici.
Gilberto
Mastromatteo
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