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Se non vi
perdete nemmeno una puntata della serie televisiva «La
Squadra», se fin da piccoli avete sognato di fare il
poliziotto, dare la caccia ai cattivi e alla fine
vincere. Se nutrite una sconfinata ammirazione e un malsano
interesse per tutto ciò che odora di indagine, o se più
semplicemente volete sapere come sono stati catturati gli
ultimi (?) epigoni della lotta armata,
Codice 955 è il libro
che fa per voi. Un tentativo – per larghi tratti riuscito –
di fare qualcosa che in Italia non si fa molto spesso:
raccontare una storia attingendo dalla realtà e dalla
fiction, servendosi dell’ultima quando la prima non basta.
Fondere le due entità e dare vita a un libro che non è un
romanzo, né una semplice ricostruzione di un episodio di
cronaca ma tutte e due le cose insieme. I documenti, gli
atti processuali, le carte, le testimonianze dei
protagonisti consentono a Maurizio Dianese di ricostruire
con grande precisione le indagini del caso Biagi. Ma non
possono dirci, ad esempio, che cosa passava per la mente dei
membri del commando nel giorni immediatamente precedenti e
successivi l’agguato di via Valdonica. La realtà, la cronaca
non può svelarci i loro dialoghi, la loro vita di merda, il
loro tran tran quotidiano. Per raccontarlo, Dianese fa
ricorso alla fiction con risultati, a nostro parere, non
sempre felici. Più o meno lo stesso procedimento usato nella
serie televisiva «Blu Notte» di Carlo Lucarelli: al racconto
scrupoloso e dettagliato dello scrittore, fondato su «dati
certi», si sovrappongono le ricostruzioni «fantasiose» della
fiction. Formula vincente, a patto che la si maneggi con
cura e senza esagerare o farsi prendere la mano.
Dianese
dimostra un’ottima padronanza della penna laddove ci spiega,
passo passo, le tappe dell’indagine che ha portato alla
cattura delle ultime Bierrepicici: indagini complesse,
ultra-sofisticate, impossibili, quasi interamente dominate
dall’elemento tecnologico, da quell’esile filo di bava
rappresentato da un numero telefonico, il 955 appunto. Il
rischio sarebbe stato di perdersi tra i meandri di sigle,
numeri, passaggi del tutto oscuri: materiale che invece
l’autore maneggia con gran cura e circospezione, consentendo
al lettore di seguire senza patemi l’andamento
dell’inchiesta.
Ma, come
avverte lo stesso autore nelle poche righe di introduzione,
in libri come questi il ricorso alla fiction si rende
necessario in alcuni passaggi per rendere al meglio il
racconto che, altrimenti, sarebbe stato noioso e spesso
incomprensibile. Da qui la scelta, azzardata, di esporre
le ragioni e i pensieri dei brigatisti non trascrivendo i
loro comunicati ma ipotizzando i loro dialoghi, le loro
discussioni, la loro vita di tutti i giorni all’interno
delle mura dei loro appartamenti. Il che significa cercare
di dare vita, anima e corpo a quelle formule e a quei
dettami del brigatese che abbiamo imparato a conoscere
leggendo i documenti di ieri e di oggi. Operazione certo non
facile, il rischio di scivolare è dietro l’angolo. Passaggi
cruciali in cui al cronista deve subentrare il romanziere a
cui chiediamo – da lettori – il pieno e rigoroso rispetto di
tutti i parametri della verosimiglianza.
Il punto
dolente di Codice 955,
a nostro parere, sta proprio qui: alcuni dei dialoghi tra
due brigatisti immaginati e ricostruiti da Dianese, tra un
uomo e una donna, lui granitico nelle sue certezze
rivoluzionarie, lei dubbiosa «avvocato del diavolo», del
tutto verosimili non ci sembrano. Qualcosa stona, qualche
forzatura, qualche battuta incastrata a forza, innaturale,
con l’unico intento di esporre un passaggio, una teoria, un
dettame rivoluzionario. Come se la narrazione, capace di
inchiodarti e ammaliarti laddove si descrivono le indagini e
i suoi protagonisti, improvvisamente si inceppasse dove
subentra l’elemento della fiction. La formula è vincente, su
questo non ci piove. Lo sarebbe ancor di più, forse, se
l’invenzione fosse meglio governata e meglio imbrigliata
dalle regole della verosimiglianza.
Giuliano Boraso
libri@brigaterosse.org
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