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Esistono
parole capaci, da sole, di evocare un’epoca, un passaggio
storico, un retroterra politico e culturale.
«Controinformazione» è una di queste: lemma in bianco e nero
in grado di accelerare l’attività cerebrale e di scatenare
entusiasmi politici e civili, altare sul quale immolarsi nel
nome della libertà di stampa e del diritto alla conoscenza,
contro ogni tentativo di depistaggio e insabbiamento.
«Parlare di controinformazione», avverte Massimo Veneziani
nelle primissime pagine del suo bel libro, «significa
partire dalla Storia degli anni Sessanta e Settanta».
Significa partire quindi da una stagione di furori, passioni
e lotte per arrivare non si sa bene dove, dentro i fumosi
anni Novanta, attraverso lo scempio degli Ottanta.
Un viaggio
nel tempo ancora più affascinante proprio perché
tremendamente accattivante è il filo rosso lungo il quale si
dipana: il flusso controinformativo, il giornalismo
d’inchiesta, l’informazione non allineata, diffidente per
definizione, altrettanto allergica a ogni forma di potere
costituito, e per questo (quasi) sempre libera e
indipendente.
Percorso
lungo, ricchissimo di ricostruzioni storiche, aneddoti,
testimonianze a viva voce, racconti dei diretti
protagonisti, i principali interpretai della
controinformazione di ieri e di oggi, chiamati a delineare i
passaggi cruciali da un’epoca all’altra, di descrivere i
codici, i linguaggi, le tecniche di un modo di fare
informazione che oggi, dopo la stagione d’oro degli anni
Settanta, sembra annaspare un po’. Anche se, come Veneziani
dimostra, non è il caso di abbandonarsi troppo alla tanto
abusata e reiterata nostalgia verso il passato: esiste
ancora, a tutt’oggi, un giornalismo coraggioso, sfrontato,
in grado di tenere alta la nobile tradizione dell’inchiesta.
Ce lo dimostrano i lavori di giornalisti e scrittori del
calibro di Giovanni Maria Bellu, Andrea Purgatori, Roberto
Saviano e Marco Sassano. Le loro testimonianze, assieme alle
molte altre raccolte da Veneziani, raccontano quello che la
controinformazione è stata dall’assassinio di Salvatore
Giuliano a oggi, passando per la strage di Piazza Fontana (e
l’incredibile vicenda legata al famoso libro La strage di
Stato), l’affaire Moro (in occasione de quale,
come ipotizzato da Andrea Purgatori, «la controinformazione
si suicida»), la strage di Ustica, lo scandalo della Loggia
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«Ho sempre
pensato», scrive Carlo Lucarelli nella bella prefazione,
«che in un Paese normale, dove più o meno le cose funzionano
come devono funzionare, il termine “controinformazione”
fosse una specie di controsenso, buono al massimo per
indicare quelle oscure e complicate eccezioni che confermano
le regole. Evidentemente l’Italia non è un Paese normale,
perché a studiare la controinformazione ci si rende contro
del contrario, e che in quelli che definiamo un po’
genericamente i misteri italiani “controinformazione” è
stato quasi sempre sinonimo di “informazione”».
E a ben
pensarci è proprio questo paradosso tipicamente italiano a
fare del libro di Veneziani una lettura adatta a tutti
coloro che vogliono meglio comprendere e padroneggiare certi
meccanismi dell’informazione del passato e del presente. E
certe vicende della nostra storia dell’altro ieri, di ieri e
di oggi. In un Paese normale un neologismo che “nega”
l’informazione avrebbe vita breve, così come molto brevi
sarebbero le biografie dei misteri, rossi e neri, e
soprattutto bianchi. In un Paese normale non ci sarebbe
bisogno di travestirsi da clandestino o da bracciante
polacco per raccontare i drammi dell’immigrazione, dei
centri di permanenza temporanea o dello schifoso, e
immortale, fenomeno del caporalato. Né un giornalista
vedrebbe sequestrato e clonato il proprio computer dalla
magistratura, per aver indagato – come il buon giornalista
dovrebbe fare – su un groviglio di affari sporchi che
coinvolge il Governo, i servizi di sicurezza, e la più
importante compagnia telefonica nazionale. Un Paese normale
dovrebbe avere anche una storia normale, forse meno
affascinante, forse più noiosa, ma che di certo non avrebbe
bisogno di una informazione contro. Ma in quel Paese
normale, forse, avremmo tanti bei libri come questo in meno.
Giuliano
Boraso
libri@brigaterosse.org
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