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La lotta
armata vista da un altro punto di vista, quello degli operai
e dei delegati sindacali che hanno visto crescere il
fenomeno brigatista all’interno del proprio luogo di lavoro,
in una progressione costante di attentati, sabotaggi e
ferimenti che hanno fatto della fabbrica uno dei terreni di
scontro privilegiati del partito armato. Massimo Cavallini,
all’epoca giornalista dell’Unità, gira le grandi
fabbriche del Nord e intervista gli operai, registrando così
una prospettiva privilegiata sui fatti, cercando di cogliere
gli umori, gli atteggiamenti, le riflessioni della classe
operaia per bocca di quelle persone che la rappresentano.
Dallo
stabilimento-città di Mirafiori, un labirinto di oltre 60
mila persone, fino alla fabbrica-Stato dell’Alfa Romeo, un
tempo gioiello delle Partecipazioni statali per poi
trasformarsi in esclusiva fonte di debiti e di meccanismi di
gestione clientelari; passando per la storica Sit Siemens
(dove il terrorismo rosso mosse i suoi primi passi
all’inizio degli anni Settanta) e la Magneti Marelli.
Quattro grandi industrie, quattro punti di osservazione non
trascurabili, capaci di gettare luce sul fenomeno
lottarmatista più di tante indagini esterne alla fabbrica.
La
narrazione e i commenti sui fatti si fermano al 1978; manca,
quindi, una bella fetta di storia brigatista, quella più
sanguinaria, più feroce. Mancano gli anni in cui tutti,
finalmente, dopo i primi tentennamenti, capiscono che cosa
sono davvero le Brigate rosse; dopo Moro, dopo Guido Rossa,
anche le ultime resistenze interne al movimento operaio
cadono e le Br cominciamo a perdere terreno proprio in quel
soggetto collettivo a cui più facevo affidamento e
riferimento.
Quando
Cavallini registra gli umori della classe operaia questo
grado di consapevolezza non è ancora giunto a compimento;
Cavallini intervista delegati sindacali e rappresentanti di
fabbrica, uomini del partito comunista, rappresentanti della
Fiom, della Cgil, e lo fa per conto della casa editrice del
Pci. Non può che venirne fuori un’immagine delle Brigate
rose in tutto e per tutto coincidente con l’interpretazione
data al fenomeno brigatista dal Partito comunista: le Br non
sono altro che la variante più recente della violenza
capitalistica.
Certo, non
si parla più di “sedicenti” Brigate rosse, si comincia ad
ammettere che le biografie dei brigatisti hanno parecchi
punti in comune con quelle dei compagni di partito, simili
percorsi e simili esperienze politiche, anche se approdate a
esiti opposti. Non si parla nemmeno più tanto spesso di
“compagni che sbagliano”. Ma, al tempo stesso, si continua a
sostenere la presenza di un disegno occulto secondo il quale
le Br altro non sarebbero che strumento, più o meno
inconsapevole, della violenza padronale. Traspare dalle
parole di tutti gli intervistati quella sensazione di
smarrimento che si prova di fronte a un nemico che ancora
non si riesce a comprendere e riconoscere in tutte le sue
sfaccettature; è palese anche la volontà di non compiere gli
errori di interpretazione del recente passato, di muoversi
con più cautela, senza cadere nella tentazione di
interpretazioni e risposte semplificatrici e, quindi,
ingannevoli.
Queste
pagine vanno lette proprio per comprendere il disagio
provato in quei mesi dalla classe operaia, costantemente tra
l’incudine della repressione padronale e il martello
dell’offensiva terroristica; l’inquietudine di una classe
dirigente sindacale che doveva farsi carico di questo
disagio, fornirne chiavi di lettura e interpretazione,
nonché vie di fuga e ipotesi di soluzione dei problemi.
Molte delle interpretazioni date in queste pagine al
fenomeno terroristico sono oggi superate, ma questo non
toglie che Il terrorismo in fabbrica costituisca
tutt’oggi uno strumento di analisi importante per
comprendere la genesi e lo sviluppo della lotta armata in
Italia.
Giuliano Boraso
libri@brigaterosse.org
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