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“Il
Laureato è alto un metro e ottanta, snello. Porta occhiali
da miope e deve avere un certo grado di cultura. Il Gregario
è più basso, più tozzo e più rozzo. Non c’è dubbio che tra i
due, il capo, quello che dà gli ordini, è il Laureato”. Il
“laureato” altri non è che il brigatista rosso
Alberto
Franceschini. Il “gregario”, invece, è
Pietro
Bertolazzi. Due carcerieri senza volto, nel racconto che
ne fa il giudice Mario Sossi, dal fondo del suo giaciglio
all’interno della “prigione del popolo”. E’ la sera del 18
aprile 1974 quando viene sequestrato, a Genova, da un
commando delle Brigate Rosse. Ma per il grande pubblico
quella sigla non suscita ancora terrore. Qualcuno ne ha
sentito parlare in qualche fabbrica di Milano o di Torino.
Qui, nel dicembre del 1973, hanno sequestrato per una
settimana il capo del personale Fiat Ettore Amerio,
rilasciandolo dopo un interrogatorio. Si muovono nel più
completo anonimato. Sequestrano, interrogano e rilasciano le
proprie vittime. Agiscono come i Tupamaros uruguagi.
Ma sono italiani. Sono il complesso prodotto di un cocktail
di esperienze ideologiche che vanno dall’Università
“Negativa” di Trento ai Collettivi politici emiliani,
passando per i Comitati di base e i Gruppi di studio sorti
nelle fabbriche del nord Italia. La loro matrice operativa,
anche in futuro, sarà il sequestro di persona.
Eppure i 34
giorni del sequestro Sossi segnano un primo salto di qualità
nella strategia brigatista. Quell’“attacco al cuore dello
Stato” che, solo quattro anni dopo, avrebbe portato al
sequestro e all’omicidio del leader del maggiore partito
politico italiano. Ogni analisi del caso Sossi condotta
negli ultimi anni non riesce a prescindere da questa cruenta
appendice. Il prima diventa gioco forza presagio del
dopo, una sorta di “prova generale” di quello che
sarebbe rimasto nell’immaginario collettivo come “il”
sequestro delle Brigate Rosse. Con tutto il suo contorno di
attese, trattative, comunicati e fotografie recanti sullo
sfondo il drappo rosso con la stella a cinque punte.
In Nella
prigione delle Br tutto questo non c’è. E si tratta
forse del maggior pregio del libro. Nient’altro che un
resoconto scritto dall’allora sostituto procuratore della
Repubblica di Genova a metà strada tra il diario e il
romanzo. Un viaggio nella memoria, dove trovano spazio le
sensazioni di un recluso, le lettere vergate all’indirizzo
della famiglia e dei colleghi, il carteggio con la moglie
Maria Grazia. Le giornate dal tempo dilatato, trascorse tra
un interrogatorio, la lettura di un libro maoista e l’aroma
di un risotto al sonnifero. Tutto il resto, le febbrili
trattative della magistratura oppure il “no” dello Stato
allo scambio con i detenuti della banda XXII ottobre,
rimane all’esterno della “prigione del popolo”. Confinato
sulle prime pagine di giornali e settimanali che proprio in
quei giorni, tra l’aprile ed il maggio del 1974, in
un’Italia che stava cambiando svezzata dal referendum sul
divorzio, andavano prendendo coscienza della reale
collocazione politica del gruppo eversivo, dei suoi scopi,
della sua ansia di pubblicità mediatica. Una consapevolezza
che sarebbe giunta ad esaurirsi completamente solo due anni
dopo, sempre nel capoluogo ligure, con l’omicidio del
sostituto procuratore “intransigente” Francesco Coco. Il
primo deliberatamente messo in atto dalle Brigate Rosse.
Gilberto Mastromatteo
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