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Il segno
sul libro, l’immancabile orecchietta, corrisponde alle
pagine 101-102. L’autore – Mario Calabresi, corrispondente
da New York di «la Repubblica» e figlio del commissario
Luigi Calabresi – se ne sta davanti al suo archivio
personale, quegli scatoloni (tra cui una vecchia valigia
azzurra della Samsonite anni Settanta) che conservano le
migliaia di ritagli, articoli, documenti e fogli di appunti,
pazientemente raccolti nel corso degli anni. Con la polvere
che gli brucia gli occhi, a riflettere sul da farsi. Chili
di carta ingiallita che custodiscono la memoria e che
improvvisamente, volutamente, finiscono nell’immondizia.
«Anni di fatica notturna finiti nella spazzatura. Ho tenuto
solo una cartellina blu con le cose che mi sembravano più
clamorose. Dopo un attimo di panico mi sono sentito più
leggero. La valigia azzurra ora contiene le custodie delle
diapositive con le foto delle vacanze».
Ed è
veramente un gesto di liberazione, quel gesto, venuto quasi
al termine di una cavalcata tra il dolore che provoca
disagio, amarezza e un po’ di vuoto. Calabresi racconta la
sua elaborazione del lutto e del dolore, sua e della sua
famiglia, da quando, all’età di due anni, perse il padre,
ucciso in via Cherubini, a Milano, il 17 maggio 1972. E si
fa microfono e taccuino del dolore altrui, degli altri
parenti delle vittime del terrorismo, etichetta che al
solo sentirla provoca disagi, mugugni, voglia di ficcare la
testa sotto la sabbia e aspettare che se ne vadano per
ricacciarla fuori.
Antonia
Custra, Francesca Marangoni, Mariella Magi, Marina Orlandi,
la figlia di, la moglie di, il fratello di. E poi loro, la
famiglia Calabresi, vedova e tre figli di «quello che ha
ammazzato Pinelli», del «commissario finestra», del «boia».
Le pagine più intense del libro sono proprio quelle in cui
il figlio ricostruisce la genesi e lo sviluppo di una delle
più perfette e micidiali campagne di
distruzione-denigrazione portate avanti dal tam-tam di
piazza nei confronti di un uomo, un poliziotto, un padre
capace di caricarsi sulle spalle l’odio ideologico di
un’intera epoca storica. Fino a morirne. E il figlio è
bravo, bravissimo, a mantenere l’equilibrio, ad evitare di
porgere il fianco a nuovi attacchi, rifiutandosi di
consegnare al lettore un ritratto mistificatorio del padre,
ma in senso inverso rispetto a quello condannato.
Ne nasce un
libro che compre un vuoto, e che solo per questo merita la
grande attenzione e il grande successo commerciale che ha
saputo guadagnarsi fin dai primi giorni della sua presenza
in libreria. Molti, ne siamo certi, storceranno il naso. O
addirittura interromperanno la lettura in quelle pagine in
cui il figlio cerca di separare la memoria del padre da
quella dell’anarchico Pinelli. O in quelle in cui, dalla
viva voce di Gerardo D’Ambrosio, apprendiamo che sì, che
Pinelli forse cadde da solo quella notte, sfinito, stanco,
affamato, trattenuto illegalmente per tre giorni in
questura. Che il siero della verità fu una leggenda,
al pari del colpo di karate.
A volerla
interrompere davvero, la lettura di questo viaggio nel
dolore, di punti se ne trovano a bizzeffe. Soprattutto se
non si è disposti a mettere in discussione le proprie e le
altrui verità. In caso contrario si va avanti, e non si
smette più fino all’ultima pagina.
Giuliano
Boraso
libri@brigaterosse.org
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