|
Sta per uscire, a ottobre, il libro di Manolo
Morlacchi La fuga in avanti. Alle origini delle Brigate
rosse (X Book 2007). Ne approfittiamo per fare quattro
chiacchiere con l’autore e per saperne di più su un progetto
non-allineato.
|
 |
|
Pierino Morlacchi e Heidi Ruth
Peusch nel 1977 durante un processo |
Saga famigliare, foto di gruppo in un
esterno, storia politica e generazionale. Quale di queste
tre definizioni meglio può sintetizzare l’essenza ultima del
tuo libro? E perché?
La mia
intenzione è stata sin da subito quella di scrivere una
storia, una vicenda partigiana. Ho utilizzato le esperienze
umane, politiche, rivoluzionarie della mia famiglia perché
le ho in parte vissute e le conosco bene e perché i
Morlacchi avevano in sé tutte le sfaccettature proprie del
movimento operaio e comunista del Novecento italiano. Per
questa ragione le loro vicende rappresentano un bagaglio di
esperienze troppo ricco per non essere recuperato e
valorizzato.
La fuga in
avanti
non ha alcun intento storiografico. È un libro politico
nella misura in cui rivendica interamente la storia dei suoi
protagonisti. È un libro nel quale l’esperienza
rivoluzionaria cerca di emergere da una storia famigliare
lunga un secolo.
Manolo, chi erano i Morlacchi? Chi erano
Pierino Morlacchi e Heidi Ruth Peusch?
Pierino
Morlacchi è stato un militante rivoluzionario delle Brigate
Rosse. Contribuì alla loro fondazione nel 1970 organizzando
la prima brigata nel quartiere Giambellino di Milano.
L’approdo alla lotta armata fu il culmine di un lungo
processo storico e politico che iniziò con la militanza
nelle fila del Pci, subito dopo la fine della seconda guerra
mondiale, e che coinvolse l’intera e numerosissima famiglia
(dieci fratelli). Nel 1960 Pierino e tanti altri compagni,
quasi interamente operai, uscirono dal partito in polemica
con le posizioni revisioniste espresse non solo da Togliatti,
ma dallo stesso gruppo dirigente dell’Unione Sovietica.
Fondarono il gruppo “Luglio ’60” che a Milano ebbe un
notevole risalto anche per l’asprezza del confronto con il
Pci. Con il 1968 e l’inizio delle lotte operaie e
studentesche, la funzione di quel gruppo andò via via
esaurendosi. Alcuni rientrarono nelle fila istituzionali,
altri scelsero la lotta armata. Tra questi mio padre.
Heidi
nacque e crebbe nella Ddr. Compiuti i diciotto anni scappò
da quel grigiore e girò l’Europa. Giunse in Italia nel 1968.
Dapprima si legò agli ambienti della Quarta Internazionale,
poi conobbe mio padre e la realtà del Giambellino. Partirono
insieme per Pergine Valsugana, dove fecero conoscenza con
Renato Curcio, Mara Cagol e molti altri compagni.
Rientrarono a Milano e anche lei aderì alle Brigate Rosse.
La nascita di due bambini la allontanò dalla lotta attiva,
ma venne comunque arrestata a più riprese fino al 1982.
Quand’è nata l’idea del progetto? E quali
motivazioni ti hanno spinto a realizzarlo?
L’idea del
progetto ha preso corpo dopo la morte dei miei genitori. Mio
padre è scomparso nel 1999, mia madre nell’agosto del 2003.
Ne parlai a più riprese con Francesco Cattaneo e altri
compagni, molti dei quali ritenevano che l’idea non solo
fosse bella ma che rispondesse ad una esigenza collettiva
ancora in sospeso. Dell’esperienza brigatista hanno scritto
tutti: giornalisti, storici, magistrati, avvocati, ex
militanti di vario genere. Ciò che mi sembra abbia
caratterizzato la bibliografia nel suo complesso è stato
l’approccio di fondo. Scrivere di quell’esperienza è
possibile solo accettando esplicitamente che fu un errore e
che resta un fatto irripetibile. Da questo tipo di lettura e
di approccio io mi sottraggo completamente. Non ho nulla da
giustificare e non intendo fare bilanci. Tanto più che
coloro che fino ad oggi ci hanno provato, anche in modo
onesto, hanno raggiunto dei risultati discutibili.
L’unica
vera mia intenzione è stata quella di utilizzare la storia
della mia famiglia, per ricordare quei fatti, quel clima,
quell’umanità con un linguaggio e un taglio che è caro a me
e, credo, a tanti altri compagni.
In cosa consistono i “risultati discutibili”
a cui accenni?
Un bilancio
politico e storico dell’esperienza della lotta armata oggi
lo ritengo ancora assai improbabile. L’argomento è ancora al
centro di una furiosa battaglia politica che, peraltro,
nasconde anche al lettore più accorto, anche allo storico e
al giornalista più onesto, fatti che se non vengono
affrontati sotto la luce del conflitto sociale, oggi vivo
più che mai, portano ad una deviazione interpretativa grave.
Perché, sono convinto, non è sulla storia delle Brigate
Rosse che esistono dei segreti ancora da svelare. A
testimonianza di quella storia e delle parti in lotta, ci
sono le centinaia di processi svolti e le migliaia di anni
di carcere inflitti. I veri segreti, le vere menzogne, sono
quelle dello Stato. Segreti e menzogne che celano le ragioni
di quel conflitto. Senza la chiarezza necessarie su questi
aspetti, senza la chiarezza di cosa abbia significato e
significhi nel concreto l’ordine democratico, la
ricostruzione che si può ottenere è comunque monca. Oppure,
peggio ancora, tale ricostruzione deve partire da un
iniziale riconoscimento di resa che può assumere la forma
del ricordo, dell’abiura, della dissociazione, della
conclusione storica non di quell’esperienza, ma quasi della
possibilità stessa del conflitto.
Nel tuo libro traspare, forte e resistente,
quel filo rosso che nello scorso secolo ha legato i nonni ai
padri, e i padri ai figli. Che fine ha fatto quel filo? È
ancora teso?
Direi che
quel filo è piuttosto allentato. Esiste oggi una profonda
trasversalità tra i figli della flessibilità. La
composizione di classe è tale per cui il cocopro, la forma
moderna di capolarato, resta il destino dei figli degli
operai e degli impiegati, via via sempre più proletarizzati.
La ristrutturazione capitalista ha avuto cura di ridisegnare
non solo la politica economica; i risultati forse migliori e
più robusti li ha conseguiti proprio sul piano delle
coscienze. Oggi i padri non hanno nessun filo rosso da
consegnare ai figli. Ma è solo un problema di fasi e
latitudini. Ogni giorno il dominio capitalista dimostra di
essere incompatibile con il resto dell’umanità. Si tratta di
avere pazienza e quel filo tornerà a tendersi.
Nella bella
introduzione, Francesco Cattaneo parla del quartiere
Giambellino, teatro delle storie che racconti, come di un
unicum nella storia
milanese recente. In che cosa consisteva questa unicità?
Al
Giambellino avvenne nel 1960 una delle prime spaccature a
sinistra nella storia del Pci. Ciò che rese importante
quella spaccatura furono i suoi contenuti politici. Ad
uscire o ad essere espulsi dal partito furono decine di
operai. Ma quegli operai erano figli e protagonisti della
Resistenza. Poi protagonisti delle lotte operaie negli anni
Cinquanta. Consideravano il Pci un partito revisionista e
traditore degli ideali della Rivoluzione d’ottobre. Lungi
dal considerare conclusa la spinta propulsiva del 1917, essi
intendevano riappropriarsi dei contenuti originali di quella
rivoluzione e da lì ripartire. I compagni del “Luglio ’60”
erano totalmente assorbiti nel tessuto sociale del
Giambellino e trascinarono con sé l’intero quartiere. Questo
legame, che era profondamente politico, perdurò anche agli
albori della lotta armata. In Piazza Tirana si tenevano
comizi delle Br con la polizia che non interveniva. Sui
tetti delle case popolari non era raro vedere sventolare
bandiere rosse con la stella a cinque punte. Credo che una
situazione simile sia stata vissuta solo in questo
quartiere.
E oggi che quartiere è il Giambellino? E che
città è Milano?
La domanda
meriterebbe un’ampia risposta che in questa sede non è
pensabile. A Milano, come in tutte le grandi città, il
potere tenta di chiudere tutti gli spazi di critica al
sistema. I metodi utilizzati sono tali da indurre la
sensazione dello sconforto e della rinuncia. È evidente la
sproporzione esistente tra la repressione e le ragioni che
la genererebbero. L’intenzione, come già avvenne ad esempio
a Genova nel 2001, è quello di normalizzare la città. Il
passaggio stesso verso una crescente istituzionalizzazione
degli spazi storicamente più radicali di Milano, vedi i
centri sociali, è la dimostrazione più evidente di questo
pessimismo strisciante e del profondo conformismo che
investe la sinistra antagonista.
Il
Giambellino negli ultimi trent’anni è stato sventrato. È
mutata la morfologia del territorio e la composizione
sociale del quartiere. Si sono acuite le distanze di classe
che un tempo erano cementate dalle lotte del rione. Da un
lato i vecchi abitanti che difendono il proprio miserabile
spazio, dall’altro le giovani famiglie di immigrati
nordafricani che hanno occupato in massa le case popolari
comprese tra Piazza Tirana, Via Giambellino, Via Inganni e
Via Segneri. Tra questi due mondi regna una totale
incomunicabilità.
«…noi Morlacchi, e per Morlacchi intendo i
proletari, intendo le classi subalterne, intendo gli
sconfitti della storia, abbiamo fatto un passo da giganti in
avanti. Ci avete sconfitti? Va bene! Siete più forti?
D’accordo! Ma intanto abbiamo fatto un passo in avanti
epocale». In cosa è consistito questo passo, Manolo?
Il passo
compiuto è la lotta del movimento operaio e comunista del
secolo scorso. Nel Novecento questo movimento ha dato
l’assalto al cielo. Ha conseguito grandi vittorie e ancora
più cocenti sconfitte. Oggi sembra ridotto al silenzio. In
Italia sembra del tutto seppellito. Eppure, quelle vittorie
e quelle sconfitte rappresentano un bagaglio essenziale e
decisivo per quando il conflitto riprenderà in forma più
manifesta. In questo sta l’importanza di quelle lotte. E non
si tratta unicamente di questioni politiche. Il lascito del
Novecento è anche un potentissimo lascito culturale, umano,
progressista che attende solo di essere riafferrato.
Ma la tua
domanda mi permette anche di fare una precisazione sul
titolo che, capisco, potrebbe creare dei fraintendimenti. La
scelta del titolo La fuga in avanti nasce in primo
luogo da un volantino del gruppo “Luglio ’60” laddove si
scriveva: «…e non ci vengano a parlare di fuga in avanti,
gli specialisti delle fughe all’indietro». Ma soprattutto
questa fuga mi ha più volte suggerito l’immagine della fuga
guerrigliera dove quel “avanti” rappresentava il senso del
progresso.
Giuliano Boraso
libri@brigaterosse.org
|