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Homepage Libri Bibliografia sul caso Moro "Vuoto a perdere"

   
  Autore: Manlio Castronuovo
   
   
  Editore: BESA Editrice
  Collana: Astrolabio
  Data pubblicazione: in uscita il 25 Maggio
  ISBN: 88-497-0442-6
  Pagine: 408
   
   
  Sito:  www.vuotoaperdere.org
   

 

 

Intervista preventiva a Manlio Castronuovo, autore di Vuoto a perdere

di Giuliano Boraso

 

 1. Manlio, non abbiamo ancora letto il tuo libro (in uscita il 25 maggio). Raccontacelo.

E soprattutto spiegaci perché c’è bisogno di un altro saggio sul caso Moro.

Mi rendo conto che parlare di un libro prima che i lettori abbiano avuto la possibilità di leggerlo possa apparire autoreferenziale o poco utile. Spero, invece, che questo spazio che brigaterosse.org mi offre possa diventare un’utile guida alla lettura.

Ho cercato di realizzare un lavoro diverso rispetto ai tantissimi già pubblicati sul caso Moro. E per farlo ho agito, sostanzialmente, su due aspetti: la forma e il linguaggio. Vuoto a perdere è un libro che non parte da una tesi (o da un’ipotesi di ricostruzione) sviluppando i successivi elementi nel tentativo di convincere il lettore della bontà della tesi stessa. Vuoto a perdere parte dai fatti, analizza ciò che è emerso dalle indagini giudiziarie e dalle parole dei protagonisti, evidenzia le possibili incongruenze riportando sia il pensiero di chi ritiene che non vi siano particolari misteri sia di chi, al contrario, sostiene che l’intera vicenda potrebbe essere completamente riletta da nuove acquisizioni.

Il vantaggio di questo approccio è indubbio: al termine del testo il lettore ha la possibilità di formarsi un giudizio autonomo, valutando quali elementi egli ritiene più o meno credibili all’interno dell’analisi.

Per quanto riguarda il linguaggio, ho cercato di evitare costrutti tecnici tipici del linguaggio storico o giudiziario. Ne è venuto fuori un racconto semplice da leggere che miscela cronaca, risultanze giudiziarie, testimonianze e riflessioni, e che, in molti tratti, ricorda un libro giallo. Spero che Vuoto a perdere possa essere considerato un’opera divulgativa più che un saggio storico-documentale, un libro pensato e realizzato dal punto di vista del lettore. Anche se qualche novità credo di averla aggiunta anch’io, ma non voglio rovinare la lettura a nessuno...

 

 

2. Incuriosisce questo riferimento alla costruzione a moduli del saggio. In cosa consiste precisamente? E che funzione ha questa organizzazione del lavoro?

Poiché questo genere di libri non viene generalmente letto una volta e in maniera sequenziale ho cercato di replicare su carta la funzionalità tipica dell’ipertesto. Era necessario semplificare al lettore il districarsi nell’enorme mole di informazione e agevolare la fase di rilettura. Così ho provato a dividere il testo in moduli (blocchi più o meno autonomi) aggiungendo al termine di ciascuno di essi un riepilogo che ne riassume gli elementi essenziali. L’obiettivo dei moduli è proprio questo: semplificare la “navigazione” nel testo e consentirne l’utilizzo parziale e non necessariamente sequenziale.

 

 

3. Il tuo libro, sostieni, dovrebbe servire a porsi le “giuste domande” sull’affaire Moro: quali sono queste giuste domande?

Sebbene sull’affaire Moro vi siano ancora dei conti che non tornano, ritengo che l’immensa pubblicistica abbia davvero prodotto una mole di informazioni pressoché infinita e abbia spesso stimolato l’acquisizione di nuovi pezzi di verità. Tuttavia la quasi totalità delle pubblicazioni non hanno avuto come interlocutore principale il cittadino qualunque, si è sempre trattato di produzioni per addetti ai lavori. Ecco perché – anche avendo letto testi importanti come quelli, solo per citarne un paio, di Sergio Flamigni o Vladimiro Satta – il lettore non tecnico non sempre è in grado di sapersi porre le domande chiave sui diversi momenti della vicenda. Ho cercato di ribaltare questa logica. Mi sono detto: “Partiamo dalle domande che gli addetti ai lavori si sono posti, cerchiamo di capire come sono nate e che tipo di risposte sono, ad oggi, venute alla luce”. Cercando di mantenere, nel corso dell’analisi, una posizione più di tutor che di docente, per guidare il lettore all’interno dei tanti elementi presi in considerazione nel tentativo di fornire un quadro completo e oggettivo che lasci al suo arbitrio la formulazione del giudizio definitivo.

 

 

4. Perché molte (troppe) di queste domande non hanno ancora trovato una risposta condivisa?

Perché il caso Moro non è una vicenda politicamente chiusa. E non si è voluta chiuderla perché a tutti fa comodo poterla strumentalizzare. Pensiamo a due casi classici: le trattative per salvare la vita ad Aldo Moro e il celeberrimo “piattino di Prodi”. Trattative ufficialmente non ci furono (anche se credo che questa sia la vera sfera di indicibilità che circonda la vicenda, perché trattative ce ne furono, eccome... ma non è mai venuto alla luce chi ha trattato, per conto di chi, con quali obiettivi e con quale risultato); ma ancora oggi si riutilizza la questione quando c’è di mezzo lo Stato e la recente liberazione di Mastrogiacomo ha dato la possibilità a molti di dividersi sul presente utilizzando il passato.

E poi il “piattino di Prodi”. Sarebbe facile appurare chi ispirò il professore bolognese, solo che non conviene a nessuno: da un lato non lo si fa perché non aggiungerebbe alcuna rilettura dell’avvenimento, dall’altro il “mistero” torna comodo a chi lo utilizza per attaccare Prodi prima di ogni elezione.

 

 

4. Ma non dovrebbe essere, primo tra tutti, il presidente del consiglio a rivelarlo? Almeno per decenza? Almeno per farla finita una buona volta con questa pagliacciata dello spirito, degna di un paese da quarto mondo?

Concordo sul fatto che al posto dello spirito si sarebbe potuto ricorrere ad un espediente meno “spettacolare”. La classica fonte anonima, ad esempio. In teoria sì, spetterebbe ad uno dei protagonisti rivelare quel nome ma non è così semplice. Magari quella fonte ha fornito ulteriori indicazioni, è stato utile anche in altri momenti. Penso sarebbe giusto rivelarla solo se aggiungesse clamorose novità alla vicenda. Ma, purtroppo, non ne aggiunge. E allora che senso ha se può servire solo a creare problemi magari ad un mite professionista?

Un po’ come il nome del proprietario dell’attico dietro piazza Cavour che ospitò l’incontro Moretti-Piperno nel luglio del ‘78. Era giusto che a fare quel nome fosse uno di loro due? Si è favoleggiato a lungo, ipotizzando chissà quali intrecci. Poi, nel 2004, questo nome è stato fatto nell’ambito di un convegno, ma mi sembra che nessuno abbia neppure riportato la notizia. Perché si trattava di un personaggio che nulla (ma davvero nulla) aggiungeva alla ricostruzione dei fatti. Certi segreti, una volta scoperti, non interessano più a nessuno. È la loro spettacolarizzazione, spesso, ad essere più attraente.

 

 

5. Della sterminata bibliografia sul caso Moro cosa consigli, e perché, ai nostri lettori.

E cosa invece butteresti dalla torre?

Come ho già detto, credo che l’immensa pubblicistica sia tutta molto valida. Non mi è capitato di leggere contributi scadenti o campati in aria. Certo, in alcuni casi sono parziali o faziosi ma non mi sembra sia stata pubblicata evidente spazzatura. Non sconsiglierei nulla di preciso al lettore che vuole farsi un’idea o che vuole approfondire la conoscenza del caso Moro. E in vent’anni credo di aver letto praticamente tutto.

Il mio consiglio è semplice e, forse, un po’ controcorrente. Credo che sia utile partire dai racconti dei protagonisti, non solo relativi al caso Moro ma, più in generale, relativi alle loro esperienze. La conoscenza del contesto storico e sociale di quegli anni è fondamentale anche per capire le dinamiche del caso Moro. Poi passerei ai contributi di personaggi di grande spessore come Giorgio Galli (Il partito armato) e Sergio Zavoli (La notte della Repubblica). Solo a questo punto mi sentirei di passare a testi molto dettagliati e documentati (anche se in contrasto tra loro) come quelli di Sergio Flamigni e Vladimiro Satta. In Vuoto a perdere ho provato ad inserire una bibliografia ragionata che, invece di documentare semplicemente le fonti di ricerca dell’autore, offre spunti di approfondimento e di orientamento al lettore.

 

 

6. Si legge nel tuo sito www.vuotoaperdere.org: «Vuoto a perdere non è solo un libro. È anche un progetto online per approfondire e discutere il caso Moro e gli anni della lotta armata in Italia». In cosa consiste questo progetto? Quali sono le sue finalità?

In genere il sito web di un libro è piuttosto piatto, nel senso che si limita quasi sempre alla sola promozione del testo. Non che sia negativo, intendiamoci, ma offrire al proprio lettore solo informazione pre-vendita per un lavoro sul caso Moro non mi sembrava il massimo. Ho tenuto conto delle peculiarità della rete e ho pensato di offrire al lettore uno spazio interattivo di approfondimento ed aggiornamento al centro del quale ci fosse proprio lui. Non il libro. L’obiettivo del progetto è alimentare una discussione basata sui contributi di tutti, partendo dalle analisi presenti nel libro ma spaziando lungo gli articoli, le news, le interviste. Sarà importante che i lettori (ma anche i semplici visitatori) vedano il web come il proseguimento del testo, per consentire la massima divulgazione dei giudizi e dei dibattiti che, in maniera naturale, emergeranno dopo la lettura del volume.

 

Giuliano Boraso

libri@brigaterosse.org

 

Ultima modifica di questa pagina: domenica, 13 maggio 2007 12.31

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