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Intervista preventiva a Manlio Castronuovo,
autore di Vuoto a perdere
di Giuliano
Boraso
1.
Manlio, non abbiamo ancora letto il tuo libro (in uscita il
25 maggio). Raccontacelo.
E
soprattutto spiegaci perché c’è bisogno di un altro saggio
sul caso Moro.
Mi rendo
conto che parlare di un libro prima che i lettori abbiano
avuto la possibilità di leggerlo possa apparire
autoreferenziale o poco utile. Spero, invece, che questo
spazio che brigaterosse.org mi offre possa diventare
un’utile guida alla lettura.
Ho cercato
di realizzare un lavoro diverso rispetto ai tantissimi già
pubblicati sul caso Moro. E per farlo ho agito,
sostanzialmente, su due aspetti: la forma e il linguaggio. Vuoto
a perdere è un libro che non parte da una tesi (o da
un’ipotesi di ricostruzione) sviluppando i successivi
elementi nel tentativo di convincere il lettore della bontà
della tesi stessa. Vuoto a perdere parte dai fatti,
analizza ciò che è emerso dalle indagini giudiziarie e dalle
parole dei protagonisti, evidenzia le possibili incongruenze
riportando sia il pensiero di chi ritiene che non vi siano
particolari misteri sia di chi, al contrario, sostiene che
l’intera vicenda potrebbe essere completamente riletta da
nuove acquisizioni.
Il
vantaggio di questo approccio è indubbio: al termine del
testo il lettore ha la possibilità di formarsi un giudizio
autonomo, valutando quali elementi egli ritiene più o meno
credibili all’interno dell’analisi.
Per quanto
riguarda il linguaggio, ho cercato di evitare costrutti
tecnici tipici del linguaggio storico o giudiziario. Ne è
venuto fuori un racconto semplice da leggere che miscela
cronaca, risultanze giudiziarie, testimonianze e
riflessioni, e che, in molti tratti, ricorda un libro
giallo. Spero che Vuoto a perdere possa essere
considerato un’opera divulgativa più che un saggio
storico-documentale, un libro pensato e realizzato dal punto
di vista del lettore. Anche se qualche novità credo di
averla aggiunta anch’io, ma non voglio rovinare la lettura a
nessuno...
2.
Incuriosisce questo riferimento alla costruzione a moduli
del saggio. In cosa consiste precisamente? E che funzione ha
questa organizzazione del lavoro?
Poiché
questo genere di libri non viene generalmente letto una
volta e in maniera sequenziale ho cercato di replicare su
carta la funzionalità tipica dell’ipertesto. Era necessario
semplificare al lettore il districarsi nell’enorme mole di
informazione e agevolare la fase di rilettura. Così ho
provato a dividere il testo in moduli (blocchi più o meno
autonomi) aggiungendo al termine di ciascuno di essi un
riepilogo che ne riassume gli elementi essenziali.
L’obiettivo dei moduli è proprio questo: semplificare la
“navigazione” nel testo e consentirne l’utilizzo parziale e
non necessariamente sequenziale.
3. Il tuo
libro, sostieni, dovrebbe servire a porsi le “giuste
domande” sull’affaire Moro: quali sono queste giuste
domande?
Sebbene
sull’affaire Moro vi siano ancora dei conti che non tornano,
ritengo che l’immensa pubblicistica abbia davvero prodotto
una mole di informazioni pressoché infinita e abbia spesso
stimolato l’acquisizione di nuovi pezzi di verità. Tuttavia
la quasi totalità delle pubblicazioni non hanno avuto come
interlocutore principale il cittadino qualunque, si è sempre
trattato di produzioni per addetti ai lavori. Ecco perché –
anche avendo letto testi importanti come quelli, solo per
citarne un paio, di Sergio Flamigni o Vladimiro Satta – il
lettore non tecnico non sempre è in grado di sapersi porre
le domande chiave sui diversi momenti della vicenda. Ho
cercato di ribaltare questa logica. Mi sono detto: “Partiamo
dalle domande che gli addetti ai lavori si sono posti,
cerchiamo di capire come sono nate e che tipo di risposte
sono, ad oggi, venute alla luce”. Cercando di mantenere, nel
corso dell’analisi, una posizione più di tutor che di
docente, per guidare il lettore all’interno dei tanti
elementi presi in considerazione nel tentativo di fornire un
quadro completo e oggettivo che lasci al suo arbitrio la
formulazione del giudizio definitivo.
4. Perché
molte (troppe) di queste domande non hanno ancora trovato
una risposta condivisa?
Perché il
caso Moro non è una vicenda politicamente chiusa. E non si è
voluta chiuderla perché a tutti fa comodo poterla
strumentalizzare. Pensiamo a due casi classici: le
trattative per salvare la vita ad Aldo Moro e il celeberrimo
“piattino di Prodi”. Trattative ufficialmente non ci furono
(anche se credo che questa sia la vera sfera di indicibilità
che circonda la vicenda, perché trattative ce ne furono,
eccome... ma non è mai venuto alla luce chi ha trattato, per
conto di chi, con quali obiettivi e con quale risultato); ma
ancora oggi si riutilizza la questione quando c’è di mezzo
lo Stato e la recente liberazione di Mastrogiacomo ha dato
la possibilità a molti di dividersi sul presente utilizzando
il passato.
E poi il
“piattino di Prodi”. Sarebbe facile appurare chi ispirò il
professore bolognese, solo che non conviene a nessuno: da un
lato non lo si fa perché non aggiungerebbe alcuna rilettura
dell’avvenimento, dall’altro il “mistero” torna comodo a chi
lo utilizza per attaccare Prodi prima di ogni elezione.
4. Ma non
dovrebbe essere, primo tra tutti, il presidente del
consiglio a rivelarlo? Almeno per decenza? Almeno per farla
finita una buona volta con questa pagliacciata dello
spirito, degna di un paese da quarto mondo?
Concordo
sul fatto che al posto dello spirito si sarebbe potuto
ricorrere ad un espediente meno “spettacolare”. La classica
fonte anonima, ad esempio. In teoria sì, spetterebbe ad uno
dei protagonisti rivelare quel nome ma non è così semplice.
Magari quella fonte ha fornito ulteriori indicazioni, è
stato utile anche in altri momenti. Penso sarebbe giusto
rivelarla solo se aggiungesse clamorose novità alla vicenda.
Ma, purtroppo, non ne aggiunge. E allora che senso ha se può
servire solo a creare problemi magari ad un mite
professionista?
Un po’ come
il nome del proprietario dell’attico dietro piazza Cavour
che ospitò l’incontro Moretti-Piperno nel luglio del ‘78.
Era giusto che a fare quel nome fosse uno di loro due? Si è
favoleggiato a lungo, ipotizzando chissà quali intrecci.
Poi, nel 2004, questo nome è stato fatto nell’ambito di un
convegno, ma mi sembra che nessuno abbia neppure riportato
la notizia. Perché si trattava di un personaggio che nulla
(ma davvero nulla) aggiungeva alla ricostruzione dei fatti.
Certi segreti, una volta scoperti, non interessano più a
nessuno. È la loro spettacolarizzazione, spesso, ad essere
più attraente.
5. Della
sterminata bibliografia sul caso Moro cosa consigli, e
perché, ai nostri lettori.
E cosa
invece butteresti dalla torre?
Come ho già
detto, credo che l’immensa pubblicistica sia tutta molto
valida. Non mi è capitato di leggere contributi scadenti o
campati in aria. Certo, in alcuni casi sono parziali o
faziosi ma non mi sembra sia stata pubblicata evidente
spazzatura. Non sconsiglierei nulla di preciso al lettore
che vuole farsi un’idea o che vuole approfondire la
conoscenza del caso Moro. E in vent’anni credo di aver letto
praticamente tutto.
Il mio
consiglio è semplice e, forse, un po’ controcorrente. Credo
che sia utile partire dai racconti dei protagonisti, non
solo relativi al caso Moro ma, più in generale, relativi
alle loro esperienze. La conoscenza del contesto storico e
sociale di quegli anni è fondamentale anche per capire le
dinamiche del caso Moro. Poi passerei ai contributi di
personaggi di grande spessore come Giorgio Galli (Il
partito armato) e Sergio Zavoli (La notte della
Repubblica). Solo a questo punto mi sentirei di passare
a testi molto dettagliati e documentati (anche se in
contrasto tra loro) come quelli di Sergio Flamigni e
Vladimiro Satta. In Vuoto a perdere ho provato ad
inserire una bibliografia ragionata che, invece di
documentare semplicemente le fonti di ricerca dell’autore,
offre spunti di approfondimento e di orientamento al
lettore.
6. Si legge
nel tuo sito
www.vuotoaperdere.org:
«Vuoto a perdere non è solo un libro. È anche un progetto
online per approfondire e discutere il caso Moro e gli anni
della lotta armata in Italia». In cosa consiste questo
progetto? Quali sono le sue finalità?
In genere
il sito web di un libro è piuttosto piatto, nel senso che si
limita quasi sempre alla sola promozione del testo. Non che
sia negativo, intendiamoci, ma offrire al proprio lettore
solo informazione pre-vendita per un lavoro sul caso Moro
non mi sembrava il massimo. Ho tenuto conto delle
peculiarità della rete e ho pensato di offrire al lettore
uno spazio interattivo di approfondimento ed aggiornamento
al centro del quale ci fosse proprio lui. Non il libro.
L’obiettivo del progetto è alimentare una discussione basata
sui contributi di tutti, partendo dalle analisi presenti nel
libro ma spaziando lungo gli articoli, le news, le
interviste. Sarà importante che i lettori (ma anche i
semplici visitatori) vedano il web come il proseguimento del
testo, per consentire la massima divulgazione dei giudizi e
dei dibattiti che, in maniera naturale, emergeranno dopo la
lettura del volume.
Giuliano Boraso
libri@brigaterosse.org
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