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Abbiamo già
detto in altre sedi che il modo migliore per conoscere e
capire qualcosa dell’esperienza lottarmatista è leggere i
documenti che le varie organizzazioni combattenti hanno
prodotto nel corso della loro storia. Impresa spesso e
volentieri faticosa, noiosa, difficile visto il linguaggio
adoperato dagli ideologi della lotta armata. Compito,
d’altro canto, obbligatorio per chiunque voglia affrontare
questo pezzo della nostra storia senza per forza di cose
affidare ad “altri” la propria interpretazione dei fatti.
Sulla base
di queste brevi considerazioni, Il discorso delle armi
è già di per sé un libro che in qualche modo va recuperato,
consultato e – perché no? – letto. Perché, proprio a partire
da parte della produzione documentale delle Brigate rosse e
di Prima Linea, i due autori cercano di interpretarne le
rispettive ideologie, culture, strategie come essere
emergono dai documenti di volta in volta elaborati. E tutto
questo in considerazione del fatto che ogni atto
terroristico – a maggior ragione nell’epoca del “villaggio
globale” contemporaneo – è anche un atto di comunicazione
che mira a veicolare messaggi di natura principalmente
politica. Tanto più laddove l’atto criminale è accompagnato
da rivendicazioni che vogliono appunto illustrare un disegno
politico, una strategia che, per quanto perseguita con mezzi
illeciti, sempre politica è.
Dicono bene
gli autori quando nella premessa affermano che quello che
occorre è, innanzitutto, una critica politica del terrorismo.
Osservazione che, pur vecchia di oltre ventenni, riteniamo
valida ancora oggi, nonostante l’assoluta incomparabilità
delle dimensioni del fenomeno di ieri rispetto a quelle di
oggi. Anche oggi, però, l’eversione armata è un problema
squisitamente politico e quindi va analizzato e studiato
accantonando le inutili categorie di analisi che si rifanno
all’irrazionale e al farneticante, per assumere invece un
approccio che sappia individuare le ragioni e i motivi,
sociali e politici, del riemergere delle istanze eversive.
In due
autori qui isolano due aspetti peculiari del messaggio
terroristico, e ne fanno in un certo senso la matrice delle
due formazioni eversive, Brigate rosse e Prima Linea, che
più delle altre hanno occupato la scena del terrore. La
lotta armata come massima espressione della giustizia e del
diritto proletario nelle Br. La lotta armata essenzialmente
come strumento primo di comunicazione in Prima Linea,
veicolo di messaggi politici e di intenti disarticolanti.
Non è il
caso qui di dilungarsi troppo sui contenuti di queste due
linee di ricerca.
La cosa che
è importante sottolineare è l’approccio metodologico
adottato dai due autori: l’analisi delle fonti primarie, dei
documenti che in calce recano la firma delle organizzazioni
combattenti.
A tal
proposito, il libro viene arricchito in appendice con la
pubblicazione di alcuni dei documenti più importanti a firma
Br e Prima Linea. E data la difficoltà di reperimento di
simili documenti, ci sembra giusto soffermarci un attimo su
questo aspetto del testo. Delle Brigate rosse vengono
riportate le celebri “20 tesi” che appaiono ne L’ape e il
comunista, il discusso “documentane” che sancì la
spaccatura tra l’esecutivo militarista guidato da Moretti e
il collettivo dei prigionieri politici legato al gruppo
storico delle Br. Sempre a firma Br vengono poi pubblicati
l’autointervista del giugno 1981 e alcuni documenti della
“Campagna Peci” (tra cui la celebre lettere di Roberto al
fratello pentito). Di Prima Linea è invece riprodotto il
comunicato sull’uccisione di William Vaccher, episodio molto
importante per quel pezzo di storia di lotta armata che si
consumò nel segno della vendetta fratricida e del
regolamento di conti interno.
Giuliano Boraso
libri@brigaterosse.org
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