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Se ne è
parlato tanto. Se ne parla ancora. Tutto si può dire del
libro di Luca Telese Cuori Neri. Dal rogo di Primavalle
alla morte di Ramelli. 21 delitti dimenticati degli anni di
piombo, tranne che non abbia fatto centro. Grande
interesse della stampa (decine le recensioni dedicate al
libro da tutte le principali testate nazionali, da destra a
sinistra nessuno escluso), efficace protagonismo mediatico
dell’autore (ospite di trasmissioni televisive quali
L’Incudine, Uno mattina, Controcorrente,
Omnibus), interesse trasversale suscitato in una
larga fetta di lettori e testimoniato dall’ottimo riscontro
di vendite ottenuto dal libro. «Possibile?» avrà sicuramente
mugugnato qualcuno. Possibile che le storie di ventuno
giovani fascisti, uccisi tra il 1970 e il 1983 da coetanei
della sinistra extraparlamentare in quella guerra civile
strisciante che si combatté in Italia nello stesso arco di
tempo, possano oggi alimentare così tanto clamore e
curiosità?
Possibile,
certo. E auspicabile. Non conosco personalmente l’autore,
non sono certo un lettore/ammiratore del quotidiano per cui
scrive e lavora (l’imbarazzante «Il Giornale» diretto da
Maurizio Belpietro), né ambisco a farmi qualche amico negli
ambienti politici teoricamente più sensibili al contenuto di
questo libro. Ma non saremmo intellettuale onesti se non
dicessimo che questi cuori neri prima o poi andavamo
raccontati e ricordati. Il «volemose bbene» qui c’entra
poco. Ancora meno ci interessa quella memoria condivisa,
quella riappacificazione spesso invocata dai reduci e per la
quale un sindaco buono come quello di Roma intitola strade
della sua città ai caduti di destra e di sinistra. Quello
che a noi sta a cuore è coprire i buchi della memoria, è –
come scrive Giorgio Boatti sull’inserto TuttoLibri
de «La Stampa» del 25 febbraio scorso – «cominciare a
pensare a una storia dove gli anni Settanta non siano più
ricostruiti per separati schieramenti né per suddivise
memorie e vadano finalmente a comporre […] un affresco
storiografico completo e non meramente cronachistico. Dunque
esaustivo e complessivo, pur nella sua grandiosa tragicità:
altro che anni “formidabili”, come qualcuno, in vena di
memorie epiche e nostalgiche, ha avuto voglia di definirli».
Luca Telese ha riempito il buco di memoria che per un
ventennio ha inghiottito i morti della destra estrema degli
anni Settanta. Lo ha fatto con un enorme lavoro sulle fonti
– orali e scritte – durato tre anni e oggi premiato con un
riconoscimento trasversale, del quale non possiamo che
rallegrarci a patto che – come puntualmente ha osservato
Andrea Colombo dalle pagine de «il manifesto» del 24
gennaio – questo libro, utile e prezioso, non venga
strumentalmente utilizzato per alimentare una sciagurata
manovra da tempo in corso: l’avvallo di «una
rilettura della storia che fa dei
neofascisti nei `70 l’oggetto di una strenua persecuzione,
alla quale gli stessi reagiscono certo con esagerata
violenza, ma colpevoli tutt’al più di un eccesso di
legittima difesa».
Il rischio,
manco a dirlo, è dietro l’angolo: viviamo in un Paese dove
lo scontro ideologico ha raggiunto livelli grotteschi
inimmaginabili, dove la memoria è quotidianamente calpestata
e sbeffeggiata. Un Paese governato da alcuni di quegli
ex-giovani camerati che in quegli stessi anni raccontati da
Telese partecipavano attivamente al grande rito dell’odio
rivoluzionario. E che oggi avrebbero tutto l’interesse a
riabilitare il proprio passato, per indossare più
comodamente un doppiopetto da ministro che a volte non calza
proprio a pennello. Il torto maggiore che potrebbe subire
Cuori neri sarebbe proprio quello di alimentare questo
nauseante gioco delle parti. Speriamo non accada, anche se
ci crediamo poco.
Giuliano
Boraso
libri@brigaterosse.org
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