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Verrebbe
quasi voglia di recensirlo a colpi di estratti e citazioni,
questo Piove all’insù, tanto è vibrante, potente,
evocativa la scrittura di Luca Rastello, giornalista di
frontiera. Verrebbe la tentazione di usare proprio le sue
parole per riproporre qui, ancora, certi passaggi, certi
snodi che hanno formato la generazione dimenticata. O,
meglio ancora, quella seconda ondata di militanti brutti,
sporchi e cattivi cresciuta dopo il Sessantotto e scesa in
piazza a metà degli anni Settanta. Quando tutto cominciava a
diventare già meno divertente. Quando impazzano le
autoriduzioni e gli espropri proletari, quando andavi a
mangiarti una pizza e potevi pure assistere a scene del
genere: “Questa qui è una autoriduzione del proletariato,
noi riconosciamo un prezzo politico equo e lo paghiamo, il
resto è furto legalizzato e noi siamo per una legalità
diversa, legalità senza furto”. Bravissimo, ma guarda un po’
che fa il cameriere, ha in mano il palettone di legno per
infilzare le pizze nel forno e in bocca un porcodìo che
neanche il capo dei nostri capi, e ha le gambe lunghissime e
corre, come corre, diobònodiòbono questa è la volta che ci
resto in mezzo..”.
Quando a
cambiare è soprattutto il modo d’essere e di guardare al
futuro, senza più l’ottimismo rivoluzionario di qualche anno
prima. Perché “non c’è tempo per processare il passato né
mezzi per progettare al futuro: si maneggia il presente,
goffamente e con uno strano coraggio che mescola i vocaboli
e cambia i significati, e il presente è fatto di carne, e
Mao non è più venerabile di Paperino, anzi chi cita Paperino
non rischia mai la pernacchia”.
Quando nei
quartieri comincia a circolare eroina a fiumi “e non solo
nelle periferie, la trovi dove e quando ti pare a poco
prezzo”. In coincidenza con quel doppio, scellerato
appuntamento elettorale che segnerà i destini di molti.
Perché davanti a quel governo dell’astensione, a quello
“strano sapore di sacrestia… il generoso dono dei comunisti
alla stabilità del paese” e a quelle nuove parole d’ordine –
austerità e sacrificio – non c’è analisi che tenga.
Austerità, “madre della fermezza e sorella dei sacrifici: è
uno stile di vita, un orizzonte, il biglietto d’ingresso al
potere per la classe operaia, fra poco prenderanno il paese
nelle loro mani, con la calma di chi incarna un destino…”.
E, prima sullo sfondo, poi pian piano sempre più
ravvicinata, l’ipotesi della lotta armata, quella che “fra
poco chiameranno ‘Geometrica potenza’, e come puoi resistere
a una formula che dice che la forza che senti scorrere nelle
tue braccia nelle gambe e nell’asfalto della strada che si
alza sotto le tue scarpe di gomma è forza lucida di metallo,
coerente e meccanica, e può spaccare il mondo? Come si fa a
resistere al fascino di una potente intuizione geometrica?”.
Senza contare che poi arriveranno anche gli altri, quelli
che “non parlano di tribunali del popolo, di prigioni del
popolo e di verità di chiesa, nelle loro parole accese non
c’è l’asfissia dei comunicati brigatisti: non sembra un
esercito questo, sembra una nave pirata… hanno una coscienza
impietosa, ma sembra che diffondano armonia”. Perché “con la
pistola in mano sei parte di un esercito, e se non è un
esercito sarà un partito: è già in moto l’altra violenza,
quella militare, più efficace, i sergenti hanno già fatto il
loro golpe e siedono orgogliosi al luccichio dei loro
piccoli cannoni in mezzo a capannelli di donne adoranti”.
Ci fermiamo
qui, senza nemmeno accennare agli incubi del giovane Pietro
Miasco, a quel suo papà in divisa “che guai a te se cresci
comunista”, all’Uomo Nuovo, straordinario prodotto della
rivoluzione sessuale e femminista, esilarante cavia di una
sperimentazione sovversiva destinata a ridimensionarsi come
buona parte delle inquietudini di quegli anni. Anni dove ci
mancava poco che piovesse all’insù.
Giuliano
Boraso
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