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In molti
forse lo ignorano, ma quello che succede oggi nelle carceri
irachene ai danni dei detenuti torturati e seviziati
dall’occupante occidentale non si discosta molto da quello
che successe in Italia nei primi mesi del 1982, quando nelle
caserme e nelle stanze della polizia italiana venne messo in
piedi e praticato un vero e proprio apparato di tortura
inflitto ai brigatisti catturati in seguito al blitz che
portò alla liberazione del generale James Lee Dozier,
sequestrato dalle Brigate rosse – Partito comunista
combattente il 17 dicembre 1981 e liberato il 28 gennaio
successivo dai reparti speciali dei Nocs guidati dal
commissario Salvatore Genova.
A quell’evento
è ricondotta da molti la fine delle Brigate rosse e, con
esse, dell’emergenza terroristica; gli arresti che vennero
effettuati per tutto il mese di febbraio e oltre assestarono
un colpo tremendo all’organizzazione tanto che ai superstiti
del partito armato non rimase altro che dichiarare in quelle
settimane l’inizio della cosiddetta “ritirata strategica”.
Non solo; quegli arresti inaugurarono una serie ininterrotta
di pentimenti tra le fila degli ex combattenti che determinò
la morte dell’organizzazione anche da un punto di vista
etico-morale: il patto solidaristico tra i compagni che era
stato per la prima volta tradito da Patrizio Peci ma che
aveva comunque retto negli anni successivi (nonostante
qualche eccezione) ora si sfalda miseramente, provocando
traumi ben superiori all’arresto della maggioranza dei
militanti ancora in libertà.
Questi
risultati vennero ottenuti dalle forze dell’ordine impegnate
a garantire la sicurezza e la democrazia anche attraverso un
utilizzo sistematico e reiterato dello strumento della
tortura. Il quarto volume del Progetto memoria rompe il
silenzio su uno degli episodi più oscuri della nostra storia
recente, raccogliendo una cospicua mole di materiale
relativo a quest’altro gigantesco rimosso e sollevando il
coperchio su uno dei più protetti e tutelati tabù della
lotta dello Stato al terrorismo. Lo fa raggruppano documenti
di vario genere e di varia provenienza: dai verbali
d’interrogatorio e dalle denunce presentate dalle vittime
degli abusi (anche precedenti, sia chiaro, quel 1982,) ai
referti medici che attestarono i danni fisici e psicologici
subiti in seguito alle torture inflitte; dai (pochi)
articoli di quotidiani e riviste che in quegli anni si
occuparono del fenomeno, ai documenti di quelle
organizzazioni sindacali di polizia che osarono rompere il
patto di silenzio corporativo-cameratesco, sollevando il
problema dei brutali metodi di repressione utilizzati dalle
forze dell’ordine.
Le torture
affiorate
è un bel manuale degli orrori, per stomaci forti (non è il
caso di chi scrive), in cui vengono narrati abusi sessuali a
uomini e donne, finte fucilazioni, trattamenti a base di
scariche elettriche nei genitali, tecniche di tortura dai
nomi esotici ma non per questo rassicuranti (su tutte, la
famosa “algerina”) e via di questo passo. Per chi poi,
fedele al detto san tommasiano del “se non vedo non credo”,
avesse anche un insopprimibile istinto voyeurisitico
da soddisfare, ecco una piccola sezione fotografica che
rende il tutto ancora più tremendamente realistico.
E a ben
vedere di sottolineature realistiche ce n’è davvero bisogno,
dal momento che ciascuno di noi, ne siamo certi, arrivato
all’ultima di queste pagine si chiederà per prima cosa se
quanto letto è davvero successo, se tutto è credibile,
talmente assurdi ed estranei alla nostra cultura appaiono
molti degli episodi narrati. Non si tratta, crediamo, di
essere più o meno ingenui, più o meno realisti del re, più o
meno disillusi e “scafati”; si tratta, più semplicemente, di
prendere atto di un rimosso che impedisce alla collettività
di conoscere certe cose e di apprenderne altre, nel timore
che certe rivelazioni possano rovinare momenti di gaudio e
giubilo generalizzato.
Dire che la
sconfitta delle Brigate rosse è maturata anche attraverso
l’utilizzo di “metodologie investigative poco ortodosse”
significa rovinare la festa; di conseguenza tutti, dai mass
media ai garanti del vivere civile, hanno preferito fare
finta di non vedere, per non complicare le cose, e per
godersi in serenità la vittoria del bene sul male.
Leggete
questo libro!
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