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Il secondo
volume del Progetto memoria curato dalla cooperativa
editoriale
Sensibili alle foglie
ha per oggetto una parte consistente della produzione
documentale delle organizzazioni comuniste combattenti
redatta tra il 1969 e il 1989. Parole scritte, appunto:
volantini, rivendicazioni di attentati, risoluzioni
strategiche, documenti di discussione interna, manifesti
programmatici, tesi di fondazione, ecc. ecc. Un ricchissimo
contenitore di informazioni dirette da cui ognuno può
liberamente attingere per capire il linguaggio adoperato
dalle diverse anime della lotta armata, i differenti
obiettivi e propositi, nonché i diversi destinatari di quei
messaggi.
Se La
mappa perduta aveva contribuito in maniera fondamentale
a dare le coordinate indispensabili per muoversi con una
certa dimestichezza nel magma della lotta armata italiana,
con questo secondo volume si scende ancora un po’ più in
profondità per conoscere l’impostazione ideologica e
politica di ciascuna organizzazione dalla viva penna dei
rispettivi componenti.
Inutile
sottolineare l’importanza dell’operazione compiuta dai
curatori del Progetto memoria: si è trattato infatti di
recuperare e mettere a disposizione di tutti un patrimonio
spesso introvabile, di difficile reperibilità ma al tempo
stesso utilissimo per qualsiasi ricostruzione dei fatti
inerenti gli anni di piombo. È leggendo queste pagine, dal
linguaggio spesso difficile, noioso, contorto, che è
possibile capire davvero, senza alcuna mediazione, le
motivazioni e le finalità alla base di chi decise in quegli
anni di fare la guerra alle istituzioni democratiche. È
leggendo queste pagine, inoltre, che si tocca con mano
l’evoluzione nel corso degli anni del cammino della lotta
armata, i passaggi cruciali, i salti di qualità ma anche le
retromarce, le polemiche interne, spesso risolte con
fratture e divisioni. In tal senso risulta emblematica la
produzione documentale delle Brigate rosse, dalla celebre
autointervista del 1971 all’ultimo documento firmato con la
sigla unitaria, quello di rivendicazione del sequestro di
Giuseppe Tagliercio del 1981; dieci anni durante i quali
cambia tutto sia nel linguaggio che nei contenuti dei
documenti brigatisti, nelle cui pagine prendono forma piano
piano prima l’escalation degli obiettivi e dei metodi per
raggiungerli, poi i primi dissensi interni, le prime tracce
di una unità ormai fortemente compromessa, le accuse
reciproche, fino alla rottura consumata ufficialmente alla
fine di quel 1981, anno a partire dal quale la sigla Br sarà
seguita in calce ai documenti da sottosigle che ne
ufficializzano la frammentazione.
Non solo
una evoluzione di contenuti, quindi, ma anche di linguaggio
che via via, con l’andare dei tempi, da eteroreferenziale si
fa sempre più autoreferenziale, ripiegato in sé stesso, non
più rivolto all’esterno, bensì alle discussioni interne,
quasi autistico; una tendenza che si fa manifesta all’inizio
degli anni Ottanta, in pieno riflusso, quando il partito
armato ha oramai speso qualsiasi rapporto con le masse e si
avvia alla sconfitta definitiva.
Anche in
virtù di questi mutamenti, diciamo subito che la lettura di
questi scritti non è facile; spesso, infatti, sono il
risultato di un miscuglio indigesto di proclami battaglieri,
contorte ed articolate analisi economico-politiche,
infarcite di una terminologia tecnicistica a cui spesso si
accompagna l’invettiva contro l’avversario di turno. Una
difficoltà che, ripetiamo, aumenta a mano a mano che passano
gli anni, tanto che i documenti di metà anni Ottanta
finiscono addirittura per essere quasi illeggibili.
Però lo
sforzo va fatto, soprattutto se partiamo dalla
considerazione che tutto ciò che queste organizzazioni (Br
in testa) hanno detto è (quasi) sempre stato fatto; quale
modo migliore, quindi, di conoscerne la storia se non la
lettura dei loro comunicati?
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