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Uscito per
la prima volta nell’88 per i tipi della Mondadori e
ristampato da Feltrinelli con tanto di bandella di richiamo
al film di Marco Bellocchio Buongiorno, notte, anche
le memorie di Anna Laura Braghetti non hanno mancato di
sollevare le immancabili polemiche che accompagnano ogni
testimonianza diretta degli anni di piombo, a maggior
ragione se al centro dei ricordi del/della brigatista di
turno c’è nientedimenoche l’affaire Moro. Il
prigioniero, infatti, altro non è che la cronaca del
sequestro e del suo epilogo rivissuto in prima persona da
una delle “custodi” del Presidente della Dc durante quei
celeberrimi 55 giorni.
Un racconto
che nelle intenzioni avrebbe dovuto descrivere la prigionia
di Moro privilegiandone l’ottica quotidiana, “normale” (per
quanto questo aggettivo possa essere adoperato per un fatto
tanto “eccezionale”), quasi domestica, alternando la
narrazione della vita in via Montalcini a quella della
Braghetti non ancora brigatista, del suo incontro con la
lotta armata, della sua doppia esistenza, della successiva
clandestinità e della sua militanza nelle Br nel dopo Moro,
fino all’assassinio di Vittorio Bachelet (di cui fu
l’esecutrice materiale) e l’arresto nel 1980.
Niente di
più, niente di meno che l’ennesimo contributo a disposizione
per chi volesse conoscere un altro punto di vista sulla
faccenda, per dimostrare (se ancora ce ne fosse bisogno) che
a proposito dell’affare Moro i misteri non sono poi così
tanti: in perfetta linea con le versioni normalizzatrici dei
fatti (filone capeggiato dall’ex primula rossa Mario
Moretti) anche Braghetti ci dice che la prigione di Moro fu
una e una sola (via Montalcini), che dietro la più clamorosa
azione Br non si nascose nessun “grande vecchio”, che tutto
fu fatto alla luce del sole e che la decisione di uccidere
Moro venne presa nel momento in cui ci si rese conto che non
esisteva, da parte dei suoi compagni di partito, la volontà
politica di salvare il prigioniero. Tutto chiaro, quindi,
alla faccia dell’esercito di dietrologi sempre pronti a
sollevare dubbi e perplessità su tutto.
Ci sembra
inutile discutere ancora una volta di questi temi, non è
misurando il grado di attendibilità di Braghetti (ammesso
che sia possibile) che il libro in questione può acquisire
più o meno valore; quello che ci sembra giusto sottolineare,
invece, di queste pagine è che, a modo loro, riescono
comunque nell’intento di restituire quella atmosfera di
quotidianità della vita da brigatista che solo le
testimonianze dirette dei protagonisti possono in qualche
modo trasmettere. La vita di tutti i giorni fatta di piccoli
gesti, di rapporti umani, di litigi e incomprensioni, di
speranze e di paure; chi è interessato a questo lato della
vicenda può tranquillamente accostarsi a queste pagine e
acquisire un contributo in più, senza grandi pretese e
aspettative.
Al libro di
Braghetti, come dicevamo, è ispirato (piuttosto liberamente)
il film di Marco Bellocchio Buongiorno, notte,
anch’esso fonte di infinite polemiche all’epoca della sua
presentazione all’ultimo Festival di Venezia. Sotto accusa è
il ritratto che il regista offre della brigatista, del suo
tormento interiore provocato dalla decisione di uccidere
l’ostaggio e culminato con la sequenza onirica che chiude il
film nella quale Aldo Moro abbandona la sua prigione e
passeggia per le strade di Roma, finalmente libero.
Polemiche, inutile sottolinearlo, talmente sterili e
isteriche come solo certa intellettualità italica dà così
spesso dimostrazione di poter imbastire: e a nulla sono
valse le pur numerose precisazioni del regista, impegnato a
garantire che tra i suoi intenti non rientrava assolutamente
quello di fare opera di ricostruzione degli accadimenti.
Ma tant’è,
siccome ci insegnano che anche dalle cose brutte e inutili
bisogna comunque trarre un insegnamento allora ci consoliamo
dicendo che simili polemiche se non altro dimostrano come
sia impossibile ancora oggi in Italia affrontare con una
buona dose di rilassatezza certi argomenti.
Giuliano
Boraso
libri@brigaterosse.org
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