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Diciamo
subito che questo libro con la storia delle Brigate rosse
c’entra poco o niente. Almeno in apparenza. Il paese
mancato è la storia dell’Italia dagli anni Sessanta ai
primi anni Ottanta, la storia – sapientemente descritta e
raccontata – di un Paese che avrebbe potuto essere altro da
quello che è diventato e che è tuttora, un Paese mancato
appunto, e che in quel lasso di tempo ha attraversato una
delle congiunture sociali e politiche più eccezionali e
irrepetibili che possa venire a determinarsi nel percorso di
vita di uno Stato e una nazione. Tra gli anni Sessanta e gli
anni Ottanta non c’è stato nessun aspetto del nostro vivere
civile che non sia stato attraversato da sommovimenti
profondi, capaci di alterare nelle fondamenta modi di viveri
sedimentati e condivisi. Quello che in questa sede
interessa, però, è un altro aspetto fondamentale del libro:
la capacità, cioè, di descrivere e spiegare con assoluta
efficacia le premesse di una stagione di rivolta, i motivi
per cui “improvvisamente” una parte della società italiana
decide di provare a cambiare la struttura profonda del
paese, le regole del vivere comune, i codici di
comportamento, i modi di pensare e concepire i rapporti
sociali, sia del pubblico che del privato. Per fare questo,
Il Paese mancato ci spiega l’Italia degli anni
Sessanta al di là e oltre la facile formula del “miracolo
economico” che pure si verificò davvero, ma che da solo non
basta a descrivere una società complessa e contraddittoria e
sull’orlo di una rivolta generazionale. L’Italia
dell’esperimento riformista e della congiuntura, della crisi
delle due Chiese, quella cattolica e quella comunista, delle
tragedie di Avola e delle morti bianche. Fino allo scoppio
del biennio ’68- ’69, l’autunno caldo, gli anni furibondi
della strategia della tensione e dell’eversione.
È a questo
punto, in questo momento, che Il paese mancato
diventa un libro necessario, anche nell’ambito di una
bibliografia dedicata esclusivamente alla storia del partito
armato. Perché Crainz spiega con una lucidità e un rigore
raramente riscontrabili le ragioni per cui tanti giovani, a
metà degli anni Settanta, scelsero la strada della lotta
armata; lo fa accennando al tradimento del Partito comunista
italiano (giunto al suo massimo consenso elettorale nel
biennio 1975-’76 ma incapace di tradurlo in responsabilità
di governo e in quel cambiamento tanto evocato); lo fa
descrivendo la crisi dei movimenti extra-parlamentari e il
senso di abbandono e sconfitta provato da tanti militanti
rimasti improvvisamente senza punti di riferimento politici,
attratti dalle sirene della lotta armata e spaventati dalle
prime avvisaglie di quella che poi sarebbe passata alla
storia come l’ondata del riflusso. Da un lato la
controffensiva reazionaria dei poteri costituiti,
intenzionata a respingere con ogni mezzo (lecito e illecito)
la richiesta di innovazione; dall’altro la pavidità di un
Pci imprigionato tra l’incudine e il martello, un gigante
dai piedi di argilla al tempo steso troppo forte e troppo
debole. Nel mezzo migliaia di giovani che, di fronte alla
repressione, scelgono la P38: di qui l’esplosione del
terrorismo diffuso, il moltiplicarsi delle sigle armate, gli
anni più bui della notte della Repubblica.
Un
concentrato eccezionale di fatti e congiunture che l’autore
dipana attingendo a una mole enorme di fonti, estremamente
variegate e per molti versi originali: dagli articoli di
quotidiani e periodici ai rapporti di polizia, carabinieri e
prefetti, dai documenti di partito ai film, le canzoni, la
letteratura, i programmi televisivi, ossia quei prodotti
culturali che testimoniano meglio di qualsiasi altro i
cambiamenti in atto all’interno di un comunità.
Per tutti
questi motivi consigliamo, anche in questa sede, la lettura
di questo libro. Ci sembrano motivi buoni e del tutto
giustificati, nella convinzione che per la comprensione di
qualsiasi fenomeno sia necessaria prima di tutto una buona
conoscenza delle sue premesse e del contesto in cui matura e
viene a verificarsi.
Giuliano Boraso
libri@brigaterosse.org
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